Associazione Lodi Liberale

 Valori liberali

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L’Associazione Lodi Liberale si ispira ai valori del liberalismo. Crediamo nell’uguaglianza degli uomini davanti alla legge, ma contestualmente consideriamo la diversità una risorsa e un’opportunità di crescita nel confronto, non un problema. Crediamo che tutti gli individui abbiamo una conoscenza limitata e fallibile, perciò non confidiamo nel governo degli uomini ma nel governo della legge. Crediamo nella pluralità dei valori e che quindi nessuno, neanche lo stato, abbia il potere di imporre i propri valori a nessun altro, ma che ci siano valori minimi, propri della civiltà occidentale, che sono inderogabili... (Carta dei Valori Lodi Liberale)

Il Consiglio direttivo

Associazione Lodi Liberale
LORENZO MAGGI
LORENZO MAGGI
Presidente
JACOPO BOSONI
JACOPO BOSONI
Segretario
STEFANO BOSI
STEFANO BOSI
Consigliere
ANDREA FORTE
ANDREA FORTE
Consigliere
SOFIA MORAMARCO
SOFIA MORAMARCO
Consigliere

Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire

da "L'antico regime e la rivoluzione" - Alexis De Tocqueville (1805-1859)

Ultimi eventi Lodi Liberale

Eventi & News

  • Chi controlla chi interpreta le leggi?

    Ogni volta che la politica appare incapace di decidere, lo sguardo dell’opinione pubblica si sposta inevitabilmente verso un giudice. Una legge controversa? Sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi. Un conflitto istituzionale? Toccherà alla magistratura risolverlo. Una questione eticamente sensibile? Si attende una sentenza più che un voto parlamentare. È il segno di una democrazia più matura oppure dell’indebolimento della politica? È una domanda che attraversa gran parte delle democrazie occidentali e che “I signori del diritto. Il potere più irresponsabile”, di Raimondo Cubeddu e Pier Giuseppe Monateri, con prefazione di Nicolò Zanon, affronta con rigore e profondità.
    Il libro prende in esame un fenomeno che negli ultimi decenni è diventato sempre più evidente: il diritto ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a occupare spazi che un tempo appartenevano quasi esclusivamente alla politica. Non si limita più a fissare le regole del gioco democratico, ma interviene sempre più spesso nella definizione delle grandi scelte collettive. Gli autori invitano così a riflettere su un cambiamento che riguarda da vicino tutte le democrazie contemporanee: l’espansione del potere dei giuristi e il conseguente spostamento del baricentro decisionale dalle assemblee rappresentative alle sedi giudiziarie.
    Pier Giuseppe Monateri descrive la nascita di quella che definisce una vera e propria ‘repubblica dei giuristi’. Giudici, pubblici ministeri, costituzionalisti e interpreti del diritto non vengono rappresentati soltanto come applicatori delle norme, ma come protagonisti sempre più influenti nella definizione delle politiche pubbliche. Il rischio individuato è che il diritto smetta di essere il limite del potere per trasformarsi esso stesso in una forma di potere, affidando a soggetti privi di investitura elettorale decisioni destinate a incidere profondamente sulla vita della collettività.
    Raimondo Cubeddu amplia ulteriormente la prospettiva riportando il lettore alla grande tradizione del liberalismo classico. Attraverso il pensiero di David Hume, Carl Menger, Friedrich Hayek e soprattutto Bruno Leoni, il diritto viene presentato come un ordine che nasce dall’evoluzione della società, dalle consuetudini e dalle relazioni spontanee tra gli individui, più che dalla volontà del legislatore o dall’interpretazione creativa del giudice. È una concezione che restituisce centralità alla società civile e richiama una delle intuizioni più feconde del pensiero liberale: le istituzioni più solide sono spesso quelle che nessuno ha progettato integralmente.
    È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del volume. “I signori del diritto” non si limita a richiamare l’attenzione sui rischi dell’attivismo giudiziario, ma riporta al centro una domanda che attraversa tutta la tradizione liberale, da Montesquieu a Bruno Leoni: chi controlla chi esercita il potere di interpretare le leggi? La separazione dei poteri nasce precisamente per evitare che una sola funzione dello Stato possa prevalere sulle altre. Quando questo equilibrio si altera, il problema non riguarda soltanto il funzionamento delle istituzioni, ma investe direttamente la qualità della libertà dei cittadini.
    La prefazione di Nicolò Zanon colloca questa riflessione nel quadro dello Stato di diritto, ricordando come la forza di una democrazia costituzionale non risieda nel governo dei giudici, ma nel governo delle regole. Una distinzione che può apparire sottile, ma che rappresenta uno dei cardini della tradizione liberale: nessun potere può dirsi davvero legittimo se non riconosce limiti al proprio esercizio.
    Il merito del libro consiste anche nel trasformare un tema spesso confinato agli specialisti in una questione di interesse generale. Le pagine di Cubeddu e Monateri mostrano come il rapporto tra politica, diritto e magistratura non riguardi soltanto gli operatori della giustizia, ma ogni cittadino chiamato a vivere in una società libera. Dietro il dibattito sul ruolo dei giudici si nasconde infatti una domanda ancora più ampia: chi deve assumere le decisioni fondamentali di una comunità politica e attraverso quali meccanismi di responsabilità democratica?
    “I signori del diritto” invita così a guardare oltre le polemiche del momento per riflettere sul delicato equilibrio tra libertà, rappresentanza e legalità. Perché il diritto è una delle più grandi conquiste della civiltà occidentale. Ma continua a essere una garanzia di libertà soltanto finché rimane il limite del potere, senza trasformarsi esso stesso nel potere che non conosce più limiti. read more

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  • Una via per non accettare il tramonto dell’Occidente

    Per secoli l’Occidente ha rappresentato, agli occhi del mondo, il luogo in cui sono nate alcune delle più straordinarie conquiste della storia umana: la libertà politica, il governo limitato, il metodo scientifico, l’economia di mercato, la tutela dei diritti individuali. Oggi, però, la domanda sembra essersi rovesciata. Non ci si chiede più soltanto se l’Occidente sia in grado di affrontare le sfide provenienti dall’esterno, ma se sia ancora capace di riconoscere il valore della propria civiltà. Una società che smette di credere nella propria storia può davvero continuare a difendere la libertà che quella storia ha contribuito a costruire?
    È questo l’interrogativo che attraversa “Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo” di Luigi Marco Bassani. Il volume non è soltanto un saggio di storia delle idee, né esclusivamente un’opera di geopolitica. È soprattutto una riflessione sul rapporto sempre più problematico che l’Occidente intrattiene con se stesso. La tesi dell’autore è tanto semplice quanto provocatoria: oggi la più grande crisi dell’Occidente non nasce principalmente dall’ascesa di potenze rivali, ma dall’indebolimento della fiducia che gli occidentali ripongono nella propria tradizione culturale e politica.
    Bassani accompagna il lettore in un lungo itinerario che parte dalla Grecia antica e arriva fino ai conflitti culturali del nostro tempo. Non si tratta di una semplice ricostruzione cronologica, ma della ricerca delle radici profonde della civiltà occidentale. Le guerre persiane, la filosofia greca, il cristianesimo, la rivoluzione scientifica, l’Illuminismo, la nascita dello Stato moderno e l’esperienza americana vengono letti come tappe di un’unica vicenda storica: quella di una civiltà che ha fatto della libertà, della responsabilità individuale e della razionalità i propri tratti distintivi. Particolarmente significativa è la riflessione dedicata al mondo greco, dove la libertà viene presentata non come un’eredità garantita una volta per tutte, ma come una conquista che ogni generazione è chiamata a difendere.
    Uno degli aspetti più originali del libro consiste nell’idea che l’identità occidentale non sia definita esclusivamente dalla geografia o dall’origine etnica. Come osserva l’autore richiamando il pensiero greco, una civiltà si fonda innanzitutto sulla condivisione di valori, istituzioni e cultura. È una prospettiva che permette di interpretare l’Occidente non come una realtà chiusa, ma come una tradizione storica aperta a chiunque scelga di riconoscersi nei suoi principi fondamentali.
    Su queste basi il volume affronta alcuni dei temi più discussi del dibattito contemporaneo: immigrazione, confini, islam, Stato sociale, crisi europea, antiamericanismo, ideologia woke e rapporto tra libertà e sicurezza. Bassani propone una lettura dichiaratamente schierata, sostenendo che molte delle difficoltà attuali derivino dalla progressiva rinuncia dell’Occidente a difendere la propria identità politica e culturale. In questa prospettiva, fenomeni apparentemente diversi vengono ricondotti a un’unica questione: la perdita della consapevolezza di ciò che ha reso l’Occidente una civiltà originale nella storia dell’umanità.
    Di particolare interesse è anche il confronto tra Europa e Stati Uniti. Il libro evidenzia come le due sponde dell’Atlantico, pur condividendo la stessa matrice culturale, abbiano progressivamente sviluppato atteggiamenti differenti verso la propria storia. L’America continua a manifestare una maggiore fiducia nella propria tradizione costituzionale e nella centralità della libertà individuale, mentre l’Europa appare spesso attraversata da un atteggiamento autocritico che rischia di trasformarsi in una sistematica delegittimazione del proprio passato. È proprio questa frattura interna a dare senso al titolo dell’opera: il conflitto più profondo non oppone l’Occidente ai suoi avversari esterni, ma due diverse idee di Occidente.
    Il pregio del volume risiede soprattutto nella capacità di tenere insieme storia, filosofia politica e attualità senza perdere di vista il filo conduttore della riflessione. Le numerose citazioni di autori classici e moderni contribuiscono a costruire un dialogo continuo tra passato e presente, mostrando come molte delle questioni che oggi sembrano nuove abbiano radici profonde nella storia della civiltà occidentale.
    “Occidente contro Occidente” è dunque un libro che invita a riflettere prima ancora che a prendere posizione. La sua domanda di fondo supera le singole vicende politiche e riguarda il destino stesso delle società libere. Perché nessuna civiltà viene meno soltanto a causa della forza dei propri avversari. Più spesso inizia a declinare quando smette di riconoscere le ragioni della propria esistenza e il valore delle libertà che ha saputo costruire. È un interrogativo che riguarda il presente dell’Occidente, ma soprattutto il suo futuro. read more

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  • Piero Gobetti, o dell’intransigenza liberale

    Lunedì 29 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La rivoluzione liberale”, di Piero Gobetti. Erano con noi Gerardo Nicolosi, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Siena, Luca Tedesco, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre e Francesco Tesio, studioso della figura e dell’opera di Piero Gobetti. Questo libro è stato pubblicato dall’Autore presso la Casa editrice che portava il suo nome nell’aprile del 1924, in un frangente davvero drammatico della vita politica in Italia e decisivo per la definitiva fine delle apparenze di libertà civili e rappresentative nel nostro Paese. Dall’ottobre del 1922, dopo la Marcia su Roma, era in carica il primo governo presieduto da Benito Mussolini e lungo tutto il 1923 fino alle elezioni politiche proprio del 1924, si erano succedute violenze, pestaggi e intimidazioni ad opera di frange violente inequivocabilmente connesse con il Partito Nazionale Fascista e con il suo leader. L’uscita di questo libro avvenne proprio in concomitanza della vittoria del Listone Fascista alle elezioni del 6 aprile, quella vittoria che, durante la prima seduta del nuovo Parlamento, il 31 maggio, Giacomo Matteotti denunciò come una frode, un broglio perpetrato con le violenze alle urne. Come è noto, pochi giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti fu rapito da una squadra di fascisti, su esplicito ordine del Capo del Governo in carica, Benito Mussolini, e fatto trovare morto due mesi dopo. Piero Gobetti, come tutti, ebbe chiaro che l’omicidio Matteotti rappresentò la fine di ogni finzione e l’avvento pieno ed incontestabile della dittatura in Italia. Molti parlamentari, come è noto, appena dopo il rapimento di Matteotti, attueranno una forma di protesta eclatante, la fuoriuscita dal Parlamento nota come Aventino (in ricordo della forma di protesta in uso nell’antica Roma). Questa mossa al posto di indebolire, rafforzò il Capo del Governo, anche in ragione del mancato intervento del Re, tanto che Mussolini potè pronunciare il celebre discorso del 3 gennaio 1925, discorso in cui si assunse ogni responsabilità e dove la dittatura ebbe un inizio formale. Nei due anni successivi, saranno approvate le Leggi Fascistissime, di fatto gli strumenti con i quali l’opposizione veniva cancellata e dove tutti i poteri si accentrarono nelle mani del dittatore. Per sommi capi, questo è il contesto in cui maturò e si svolse il resto della brevissima vita di Piero Gobetti, morto nel febbraio del 1926 da esule in Francia in seguito alle complicazioni derivate da una serie di pestaggi che scherani del regime gli procurarono a più riprese. La sua figura è nota e si annovera, sicuramente, tra gli oppositori più coraggiosi, efficaci e fermi della dittatura, che egli seppe riconoscere ben prima che si instaurasse e che non mancò mai di denunciare e di combattere. Non crediamo sensato nè opportuno fornire cenni biografici che sono facilmente reperibili quanto, piuttosto, porre l’accento su alcuni passi di questo libro, che fu, sicuramente, il suo più noto e che si articola, sinteticamente, in una rassegna che, partendo da quanto lasciato dal Risorgimento, si dipana nelle tensioni e nelle contrapposizioni dell’Italia tra Ottocento e primo Novecento, fino alla Grande Guerra e all’avvento del tiranno che porrà fine alle libertà costituzionali. Proprio l’ultimo capitolo è dedicato al Fascismo ed al suo Capo, restando un modello di feroce denuncia e di intransigente critica, una serie di pagine esemplari di opposizione articolata e precisa ad un movimento e ad un’Italia che, in fondo, aveva prodotto il proprio boia e i propri carnefici. Intransigente è, probabilmente, l’aggettivo che meglio spiega Piero Gobetti, un giovane che, tragicamente, andrà incontro al proprio destino per la sua intima ed irriducibile volontà di non recedere, di non piegarsi, di non derogare, abbracciando la battaglia, per usare le sue parole, come alla propria salvezza. Gobetti ebbe ben chiaro che i tempi in cui si trovò a vivere lui e la sua generazione lo togliessero dalle occupazioni che normalmente popolano la vita dei suoi coetanei, immersi in un placido disimpegno quando non nell’indifferenza. Ma i responsabili della fine della libertà istituzionale andavano denunciati, per un senso del dovere troppo forte per essere tralasciato. Piero Gobetti, ed altri come lui, furono i “disperati sacerdoti” di questa intransigenza e questa forza dell’animo, unita ad un coraggio sprezzante delle possibili conseguenze e ostile ad ogni compromesso, sarà uno dei suoi lasciti più importanti. Insieme, sicuramente, alla convinzione che, ai suoi tempi, la “rivoluzione liberale” fosse parte intima e convinzione piena della borghesia italiana, che, invece, egli vedeva, incline all’accordo con lo stato, scambiando i favori dei dazi e del protezionismo con il prono pagamento delle imposte. Ecco, nel libro, sono presenti anche molti passi estremamente originali, indici di una notevolissima capacità di analisi, come in quella pagina dove, lamentando l’insolubiltà della “questione burocratica”, denuncia come “per fare gli italiani, abbiamo dovuto farli impiegati e abbiamo abolito il brigantaggio solo trasportandolo a Roma”. La lettura di questo testo è in grado di darci, oltre che una cupa visione di un Paese immaturo, anche il piacere di molte intuizioni, che come tutte le intuizioni di grande valore, parlarono a quel tempo e parlano ancora ora. read more

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