Il lascito di Margaret Thatcher

Il lascito di Margaret Thatcher

Lunedì trenta ottobre, in occasione delle serate dedicate agli statisti liberali, abbiamo presentato “La politica economica di Margaret Thatcher”, di Cosimo Magazzino. Erano con noi l’Autore del libro, professore di Politica economica presso l’Università di Roma Tre, Sebastiano Bavetta, professore di Scienze economiche, aziendali e statistiche presso l’Università degli Studi di Palermo ed Antonio Masala, professore di Filosofia politica presso l’Università di Pisa. Il libro si occupa, come recita inequivocabilmente il titolo, primariamente dei provvedimenti di politica economica attuati da Margaret Thatcher durante gli undici anni (1979-1990) della sua carica ininterrotta a Primo Ministro del Regno Unito. Ma esso ha anche una significativa sezione che precede il premierato della cosiddetta “Iron Lady” e che si occupa di contestualizzare e descrivere il quadro che ha preceduto l’avvento al governo della protagonista dell’opera. In particolare, vengono descritti gli anni Settanta, nel loro susseguirsi di premier conservatori e laburisti, con esplicito rilievo per Edward Heath, Harold Wilson e James Callaghan. Sebbene essi provenissero da fronti opposti, da esperienze anche molto diversi, essi possono essere sintetizzati secondo alcune linee comuni peraltro poco lusinghiere, una volta che si cerca di fare un bilancio del loro operato. Essi, infatti, prescindendo dallo schieramento, attuarono tutti una medesima ricetta di fronte ai problemi del Regno Unito, ricetta che può dirsi, con minime sfumature, non certo sostanziali, una pedissequa quanto inefficace accettazione della via tracciata da John Maynard Keynes. Il che significò  una esondante dilatazione della spesa pubblica, alimentata da manovre in deficit, la concezione per la quale la moneta non poteva non essere coinvolta nei meccanismi della politica (con conseguente aumento dell’inflazione), la centralità della tassazione come strumento principale per le azioni di politica economica, la concezione di una strutturale instabilità degli equilibri di mercato, la presenza dello stato in tutti i gangli della società, in un progressivo ed apparentemente senza sosta accrescimento, quello che, in una parola fu definito “Big Government”. Questo indirizzo, ad onor del vero, caratterizzò non solo il decennio che precedette l’avvento di Margaret Thatcher, ma l’intero secondo dopoguerra, promanazione diretta di quell’orientamento emergenziale che fu l’economia di guerra. In questo senso, fu ancora più impervio il compito che la Thatcher si trovò ad affrontare, essendo un compito esteso non solo a tutti gli ambiti del vivere civile, sociale, politico ed economico, ma anche ad una mentalità radicata, ad un muro nelle volontà per incapacità di vedere un’alternativa, per accettazione passiva del declino. Margaret Thatcher ereditò “il grande malato d’Europa”, come fu, a ragione, definito il Regno Unito fino alla primavera del 1979 e seppe risollevarlo, ottenendo, nei suoi anni di gestione del governo, grandi risultati, oltre che, soprattutto, un’inversione di rotta epocale, un riorientamento copernicano nelle vite dei suoi concittadini e, perfino, nella considerazione che il mondo tornò ad avere del suo Paese, divenendo un esempio di caparbietà e di un’alternanza possibile. Sicuramente il suo avvento non fu certo un fatto fortunoso o casuale, quanto piuttosto il frutto di una lunga, laboriosa e accurata preparazione sia da parte della sua leadership che da parte di tutti quei laboratori culturali che ne implementarono i possibili scenari e le offrirono le idee per l’azione. Un’azione, sia chiaro, che non avrebbe potuto concretarsi con l’efficacia di cui si ebbe generale esperienza senza il decisivo peso della personalità e del carisma della stessa Thatcher, ma che fu progettata con chiarezza in tutti i suoi aspetti, non escluso quello comunicativo, con largo anticipo. La sua politica monetaria improntata alla restrittività, una capacità formidabile di mostrarsi flessibile, una lotta spietata all’inflazione, il recupero dell’idea che il risparmio è una virtù che genera reddito, non un patrimonio da dilapidare sconsideratamente, l’affidamento ai tassi di interesse reali, non ad un mondo fittizio e fantasioso, un impegno effettivo e senza deroghe verso le liberalizzazioni e le privatizzazioni, il recupero del primato della City come piazza finanziaria mondiale di primissimo livello, le moltissime riforme nel campo del lavoro, che vanno dall’innalzamento della produttività al contenimento della sindacalizzazione, dall’abbassamento del potere delle Unions a meccanismi orientati all’abbattimento dei sussidi, il grande riassetto del Welfare State beveridgiano, la fine degli aiuti alle imprese in perdita, una vasta democrazia dei proprietari mediante un piano di vendita degli immobili di proprietà pubblica agli inquilini che li abitavano. L’elenco sarebbe lunghissimo e lasciamo che sia il documentato libro a fornire ai lettori che vorranno avere il piacere di affrontarlo il gusto di una lettura istruttiva e, in taluni passi, sebbene l’argomento sia molto tecnico, finanche appassionante. L’opera si compone anche di una sezione che analizza i contesti e le esperienze che si susseguirono a quella della Lady di Ferro e il loro esame è, paradossalmente, il più chiaro esempio di come questa donna, il suo operato, le sue riforme siano state così importanti da segnare una vera e propria era, che prende il suo nome. Proprio da suo lascito indelebile tutti i suoi successori, del suo partito come di quello laburista, hanno dovuto fare i conti con la sua figura, ma ancora di più con le sue decisioni, che seppero insieme interpretare e cambiare lo spirito e le idee dei suoi tempi. read more