Il difficile sforzo per comprendere i fondamenti a cui tanto dobbiamo
Lunedì 28 luglio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato la “Trilogia della borghesia”, di Deirdre McCloskey. Erano con noi Paolo Silvestri, ricercatore di Filosofia del diritto presso l’Università di Catania , Guglielmo Piombini, editore e scrittore e Alessandra Maglie, dottore di ricerca in Mutamento sociale e politico presso l’Università di Torino. Sotto questo titolo sono raggruppati i tre volumi, “Le virtù borghesi”, “Dignità borghese” e “Eguaglianza borghese”, che l’Autrice ha pubblicato dal 2006 al 2016 e che rappresentano, in termini di ricerca e di sforzo compiuto, quella che potremmo definire come l’apologia del gruppo sociale che ha reso prospero il mondo. Qui si cercherà, per evidenti limiti di spazio e per un chiaro senso dell’opportunità, di tratteggiare alcune linee riassuntive, consapevoli che una recensione dettagliata di questi tre ponderosi tomi avrebbe richiesto una trattazione che va di molto oltre il consueto limite. Ci troviamo di fronte, infatti, ad una grandiosa esaltazione dei gruppi sociali che hanno reso possibile il capitalismo e la società aperta, rendendo, giova ricordarlo ai molti smemorati, il mondo migliore in senso assoluto, come pure in termini relativi, a confronto con altre soluzioni che hanno dimostrato, nella storia e alla prova dei fatti, i loro insuccessi e le loro tragedie. L’Autrice, attraverso una prosa molto personale, che, in taluni punti, può non sempre risultare all’altezza delle sue aspettative – ma che, comunque, coglie spessissimo nel segno di avvincere i propri lettori lungo il dipanarsi di un cammino oggettivamente lungo – fornisce un evidente messaggio, un peana ai meriti del libero mercato e, di conseguenza, a coloro che lo hanno reso possibile. La prospettiva della McCloskey è quella di una liberale che guarda con diffidenza ad un’istituzione come lo Stato, nato per proteggerci ed ora tanto lontano dagli scopi per cui era stato creato dalla modernità. Di fronte allo Stato che poco o nulla protegge e che molto interferisce, Deirdre McCloskey cerca di riportare alle buone ragioni del capitalismo, ad un ideale che è fiducia, apertura, possibilità. Non a caso, l’Autrice insiste tanto su questo punto, ossia sul fatto che proprio attraverso il sistema capitalistico, imperniato sulla proprietà privata, sulla garanzia della legge e sulla ricerca del profitto, oltre che sulla libertà individuale, i poveri, vale a dire proprio lo strato più problematico di ogni società, possono riscattare la propria condizione ed ascendere a condizioni migliori. Con un felice paradosso, si ricorda proprio che la condizione di riscatto sociale degli strati meno abbienti passa attraverso l’affrancamento dalla preoccupazione che verso di loro nutrono alcuni ricchi e tutti gli interessati politici di ogni schieramento, oltre che dalle loro personali aspirazioni di innalzamento, rese possibili proprio dalla società impostata sul libero mercato. Un altro aspetto interessante e degno di nota nell’ampia opera della McCloskey è il rilievo da lei fornito alle idee, alla mentalità, alle predisposizioni, ai costumi, ai modi con i quali si affrontano i problemi, alla morale e all’etica che sovraintendono le azioni ed in questo senso parlare di “virtù” borghesi, di un concetto stratificato e complesso come quello di “eguaglianza” borghese o di “retorica” borghese (oggi si direbbe, forse, “narrazione”) è quanto mai significativo. Questo complesso immateriale di componenti costituisce il grande portato alla dignità ed alla libertà intese in senso “borghese”, le vere e principali protagoniste causali di quello che l’Autrice chiama “il Grande Arricchimento”, ossia la prodigiosa, stratosferica e formidabile accelerazione di cui l’intera umanità ha potuto beneficiare dall’inizio della Rivoluzione Industriale ad oggi. Un fenomeno di tale portata e dalle implicazioni talmente vaste da non essere nemmeno lontanamente compreso, sia dal ceto intellettuale che dalla communis opinio. La sua incomprensione, e, di converso, il totale sovvertimento che spesso viene operato intorno a questi aspetti, ha portato ad errori macroscopici come pure ad una sempre più bassa riconoscenza per gli autentici pilastri della nostra fortuna e del nostro benessere. Posseduti, spesso, da un pessimismo infondato o da un clima di cupezza millantato per profondità razionale, gli uomini e le donne di questo pianeta non riescono (o non vogliono ?) riconoscere i propri debiti con quell’ordinamento cui tanto devono. Deirdre McCloskey è, invece, profondamente consapevole della portata e dell’importanza del multiforme caleidoscopio rappresentato dalla mentalità “borghese”, e mostra, lungo ogni parte della sua fatica, immensa gratitudine, una gratitudine acuita proprio dal fatto che essa non è affatto merce comune. Al termine del volume dedicato alla “Dignità borghese”, i titoli dei due paragrafi finali possono essere usati come una delle idee che stanno alla base di questo (cospicuo) sforzo letterario : “Quindi l’Era Borghese non giustifica il pessimismo politico o ambientale” e, conseguentemente, “[…] un garbato, per quanto cauto, ottimismo”. Essere consapevoli del punto dove siamo giunti, soprattutto alla luce della piena comprensione del punto da dove siamo partiti, dovrebbe farci capire che il salto è stato non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente elevatissimo. Questa comprensione, se accompagna ogni nostra riflessione, trasmuta il senso stesso del contributo umano e lo eleva verso un livello finalmente adeguato.
