Martedì 12 novembre, nell’ambito delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Il passato di un’illusione”, di François Furet. Erano con noi Marina Valensise, giornalista e curatrice dell’edizione Silvio Berlusconi Editore presentata durante la serata, Giulio Di Ligio, ricercatore associato all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi e Salvatore Carrubba, giornalista. Il testo rappresenta una pietra miliare nel dibattito storiografico intorno al comunismo nel XX secolo e, significativamente, il sottotitolo ci ricorda proprio l’oggetto dell’opera, ossia “L’idea comunista nel XX secolo”. Sia nel dispiegarsi storico, fattuale, oggettivo, sia nelle sue componenti ideali e strategiche, come pure nelle ragioni del suo affermarsi, della sua strabiliante fortuna e della sua sopravvivenza a dispetto, verrebbe facilmente da dire, degli esiti e dei tentativi della storia di mandarlo in soffitta. Anzi, si potrebbe, usando una formula che ci dovrebbe indurre a riflettere anche su altre componenti presenti nella vita di tutti in modo inversamente proporzionale al loro successo, questo libro è un formidabile contributo storico e storiografico, ma è anche un’eccellente promemoria sul fatto che non sempre la storia ammaestra l’umanità, che, talvolta, preferisce credere alle illusioni nonostante i fatti. Il valore di questo libro, di cui andremo più avanti a sintetizzare la struttura, sta anche – non solo, ma anche – nel mostrarci come gli uomini e le donne di questo pianeta spesso, in larga parte e in ogni epoca, preferiscono le loro illusioni al giudizio della storia e come spesso, molto spesso, si cerchi nel passato un rinforzo fondamentale alle proprie utopie per non ricevere dalla realtà la smentita dei propri sogni. En passant, non si ricorderà mai abbastanza come questi sogni si siano concretizzati in traumatici ed orribili incubi, come le nazioni dove il comunismo ha preso il potere nella storia novecentesca presentino un bilancio di dittature, stragi, sopraffazioni, mancanza di ogni libertà. Inevitabilmente, questo libro, uscendo nel 1995 ha scatenato un dibattito intellettuale tempestoso, un dibattito che ha visto schierati contro l’Autore tutti coloro che, per convinzione o per interesse, hanno sempre sostenuto l’illusione dell’idea comunista. Tutti quelli che, nonostante la relativamente recente caduta del Muro di Berlino e dell’ex URSS, della quotidiana rivelazione dei crimini perpetrati in nome del comunismo nell’Europa dell’Est, ma anche in altri paesi gravitanti nell’orbita sovietica, hanno continuato a sostenere un progetto ideale destituito di fondamento ed anti-umano, una compromissione che,a tutti gli effetti, si può definire più propriamente come una correità. Furet, nella sua opera, mostra lucidamente gli spettri che hanno agitato l’Europa nel XX secolo, da quando i venti della Rivoluzione, prima, la Prima Guerra Mondiale e la presa bolscevica del potere in Russia, poi, si sono impadroniti a vario titolo e con vari strumenti fin nelle fibre più intime dell’Occidente. E definisce, in un parallelo non recepito ancora tutt’oggi, la fratellanza sostanziale, più che la parentela, tra il comunismo e gli altri due principali totalitarismi dell’epoca, vale a dire fascismo e nazismo. Fare un’affermazione di questo tipo, ancorché supportata da tutta una serie di dati irrefragabili e da evidenze inoppugnabili, significava sfidare apertamente una vulgata, equivaleva a suscitare l’eterno biasimo della grandissima parte dell’intellettualità che, nelle nostre democrazie, ha potuto sperare nel sovvertimento rivoluzionario. Quest’opera, più che accantonata, va posta all’attenzione, va discussa, va tenuta sempre in considerazione, perchè il rischio del suo oblio è la perdita della memoria di quanto ogni giorno rischiamo in termini di libertà concreta. Sia consentito non addentrarci ulteriormente in una sintesi che rischia, inevitabilmente, di assumere i tratti di un laconico resoconto. Piuttosto, crediamo sia un’opera costruttiva quella di riflettere intorno a due punti, fra i tanti. Il primo ci porta a chiedere, provocatoriamente, ma non troppo, se questa illusione, l’illusione comunista faccia parte del passato. Indubitabilmente, le macerie del bolscevismo, dell’ex Unione Sovietica, la volontà di riscatto da parte dei paesi satelliti, convintamente orientati verso il superamento di una stagione spaventosa e verso forme di democrazie liberali e di libero mercato, ci dimostrano una chiara lezione ed un’esplicita propensione. E tuttavia, ancora oggi, alla metà del terzo decennio del XXI secolo, ci sono Paesi dove ancora il totalitarismo di marca comunista detiene il potere, nelle modalità consuete e nelle tristi riproposizioni di scenari già visti. Come pure, ancora oggi, assistiamo all’adesione entusiastica, sebbene straniante, alla luce di quanto avvenuto nel recente passato, di una gran parte degli intellettuali operanti nei paesi democratici di posizioni che sono una diretta emanazione, teorica e pratica, della visione socialista e comunista del mondo e della vita, economica e sociale. Pertanto, questa illusione non sembra essere mai davvero passata, anzi. La seconda considerazione ci può essere evocata da una risposta più articolata e meglio strutturata che le democrazie e l’idea liberale, apparentemente vincenti nello scenario globale, debbono saper opporre al neo-totalitarismo di questi tempi. I regimi nazionalistici, le autocrazie che reggono nazioni dalle dimensioni immense, le dittature personalistiche, le stesse derive stesse interne nelle medesime democrazie occidentali, devono imporre alla soluzione liberale non tanto il credere di esser stati in grado di coronare la storia, quanto di porsi sempre come guardiani delle libertà ovunque esse siano minacciate. In formule rinnovate e, se necessario, con modulazioni nuove, perchè i pericoli sono e saranno sempre presenti, tanto da sapere che il prezzo da pagare per chi ha a cuore la nostra sopravvivenza è, come recita una famosa citazione, “l’eterna vigilanza”. read more