I rifiuti si possono gestire e, perfino, smaltire. Anche quelli radioattivi

I rifiuti si possono gestire e, perfino, smaltire. Anche quelli radioattivi

Il libro è stato tema dell’evento di Lodi Liberale del 14 maggio 2024 , una serata in presenza svoltasi in Sala Granata a Lodi in cui abbiamo potuto contare su uno dei
due autori , Celso Osimani ( l’altro co autore è , come Ivo Tripputi) Tripputi), Luca Romano e Simone Blaynat. Il titolo mette a tacere le tragiche (o tragicomiche ?) disperazioni degli antinuclearisti di professione a proposito di uno dei sei problemi già smontati da “l’Avvocato dell’atomo” (libro già presentato a suo tempo da Lodi Liberale) Liberale). Il secondo di quei problemi è quello delle famigerate “scorie”. Sì: “scorie”; una parola che fa venire da grattarsi e magari toccarsi. No: il titolo corretto è “Rifiuti”; che non è una bella parola, ma almeno , con si può capire di che cosa si tratti. Ecco: abbiamo rifiuti a go go , i n questo mondo di ricchezza e di benessere. Non ci sono rifiuti tra gli indigeni
dell’Amazzonia, perché i sopraddetti indigeni non buttano via un bel niente. Ciucciano e usano e consumano tutto quanto fi no all’ultimo.
Mutatis mutandis , il libro ricorda la raccolta differenziata bandiera degli ecologisti. Armati di bisturi separiamo la plastic a dalla carta, e la carta dal vetro, e il vetro dal
metallo, e poi lava re accurat amente quello che dobbiamo buttare. Sì, ma dove ? Ecco a Lodi c’è l’ente Linea Più che ci dice dove mettere questo e dove portare
quest’altro. In Amazzonia non c’è Linea Più perché non c’è la raccolta differenziata, che , a sua non c’è perché non ci sono rifiuti. Ma dove sono i rifiuti radioattivi ?
Uno pensa subito a Černobyl’Černobyl’. Invece no. C’è una vasta, anzi: immensa varietà di rifiuti radioattivi. Sono prodotti di scarto di molte attivit à umane, minerarie, di
ricerca, industriali, mediche, di produzione di energia. A pplicazioni mediche con tecnologia nucleare utilizzate in tutto il mondo, anche in Paesi in via di sviluppo e
Paesi che non hanno e non prevedono di avere centrali nucleari. M ilioni di persone utilizzano tecnologia nucleare a scopi diagnostici (90%) o di cura (10%). Rifiuti
dell’industr ia, da gammagrafia, irraggiamento, radiometria, generatori di corrente. Rifiuti della ricerca: iodinazione di proteine, marcature, elettroforesi, radio analisi …
Senza contare le sostanze NORM: quelle sostanze o quegli elementi che sono radioattivi in natura , ad es.: il gas Radon, rocce fosfatiche, attività estrattive …
Insomma una quantità di rifiuti che è, paradossalmente, molto molto molto maggiore di quelli prodotti, ovviamente, dalle centrali nucleari. Per questi rifiuti
diversi occorre appunto uno smaltimento differenziato; proprio come per i rifiuti urbani. Un libro di difficile scrittura, ma di facile lettura. E questi sono i due meriti
degli autori : padronanza delle cose difficili e capacità di esposizione accessibil e a tutti; per dirla con Catone: “ Rem tene, verba sequentur ” (padroneggia la materia, e
le parole verranno da sé). Il libro non si ferma a una semplice (si fa per dire) elencazione, ma affronta i temi di smaltimento o di accumulo o di riprocessamento , spiegando le diverse t ecnologie messe in atto per ciascun tipo di “rifiuto differenziato”.
In altre parole: non si tratta di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, In altre parole: non si tratta di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, ma anzi di trattarla in modo palese e soprattutto sicuro. ma anzi di trattarla in modo palese e soprattutto sicuro. Spesso si assiste a una forma Spesso si assiste a una forma di terrorismo psicologicodi terrorismo psicologico,, enfatizzando le tonnellate e tonnellate di rifiuti, enfatizzando le tonnellate e tonnellate di rifiuti, omettendo l’aspetto dei volumi che è enormemente minore del peso; ovvero: sìomettendo l’aspetto dei volumi che è enormemente minore del peso; ovvero: sì,, le le tonnellate sono tante, ma i metri cubi sono pochi.tonnellate sono tante, ma i metri cubi sono pochi. Il libro Il libro tratta tratta la questione dello la questione dello smaltimento definitivo e sicuro dei rifiuti radioattivi, smaltimento definitivo e sicuro dei rifiuti radioattivi, elencando e descrivendo le elencando e descrivendo le ssooluzioni adottate luzioni adottate positivamente positivamente in diversi Statiin diversi Stati, in particolare , in particolare le le diversediverse tecniche di tecniche di gestione e gestione e di di smaltimento dei rifiuti radioattivi ad alta attivitàsmaltimento dei rifiuti radioattivi ad alta attività ((HLW, HLW, che che costituiscono circa costituiscono circa lo 0,13%)lo 0,13%), derivanti principalmente dal combustibile, derivanti principalmente dal combustibile utilizzato utilizzato nelle centrali nucleari. nelle centrali nucleari. Il libro conclude con un aggiornamento Il libro conclude con un aggiornamento sulla situazione sulla situazione italianaitaliana in termini di in termini di quantità esistentiquantità esistenti e delle azionie delle azioni intrapresintrapresee per realizzare il per realizzare il deposito nazionaledeposito nazionale.. Da leggere, senza pregiudizi e senza preconcetti, con un po’ di Da leggere, senza pregiudizi e senza preconcetti, con un po’ di attenzione: per capire, e per evitare di cadere nelle trappole dei luoghi comuni e del attenzione: per capire, e per evitare di cadere nelle trappole dei luoghi comuni e del pressappochismo.pressappochismo. read more

La giustizia sociale nella riflessione teologico-filosofica di Michael Novak

La giustizia sociale nella riflessione teologico-filosofica di Michael Novak

Lunedì 6 maggio abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del pensiero liberale e libertario. “La giustizia sociale non è ciò che tu pensi che sia”, di Michael Novak e Paul Adams. Erano con noi  Flavio Felice, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università degli Studi del Molise, Sergio Belardinelli, già professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna e Rocco Buttiglione, professore di Filosofia presso l’Istituto di Filosofia Edith Stein di Granada. Michael Novak ha rappresentato, nella seconda metà del XX secolo e, soprattutto, dopo la caduta del Muro di Berlino,dopo la vittoria delle democrazie di impronta liberale ed inoltre, dopo la definitiva affermazione del modello economico di libero mercato, il possibile incontro fra le istanze di una Chiesa cattolica aperta e di un mondo finalmente post-comunista, in una prospettiva di reciproca attenzione e non in un clima di diffidenza o di ostilità. Novak è stato uno dei molti esponenti di una rinascita tangibile del cattolicesimo liberale, cioè di un cattolicesimo che non si è necessariamente congiunto con ideali di sinistra o con utopie che hanno rivelato, fattivamente e storicamente, il loro vero volto, ossia quello di brutali totalitarismi ben lontani da un rispetto cristiano per la persona, per l’uomo, per il singolo e per la sua sfera di autonomia, di fede come pure di impresa. Novak ha saputo, lungo il corso della sua vita di studioso, scandagliare le possibilità di congiunzione e persino di accordo fra un cristianesimo inteso in un senso di centralità della naturalità umana al cospetto di Dio, di rispetto della sua autonomia, ma anche di comprensione di come l’uomo non sia né intimamente malvagio né irrimediabilmente solo, ma viva in un mondo in relazione con gli altri e nel possibile incontro con il divino in sé. Il richiamo a questa tradizione è l’oggetto degli studi compiuti da Novak con rigore ed erudizione, rigore ed erudizione che gli consentirono di pensare possibile e persino inevitabile un’intesa fra l’uomo, il cristiano e il cittadino di quel mondo seguito alle macerie delle ideologie totalitarie, su un terreno che avrebbe dovuto essere la riconnessione ed il rispetto dei rispettivi piani, perchè una via di intesa era possibile. Novak, e con lui tutta una serie di autori cui esplicitamente si richiamò, cercò di rendere chiaro prima di tutto ai cristiani stessi come il pensiero sociale cattolico non dovesse necessariamente orientarsi lungo il crinale di un’inevitabile china verso le istanze genericamente di sinistra, ma fosse stato, per esempio, proprio alla base, in alcuna delle sue più autorevoli componenti, della stessa civiltà occidentale, dello scenario democratico ed antiautoritario, dell’economia aperta, di una mentalità di base che risulta imprescindibile se si vogliono comprendere i nessi, i legami ( e per l’Autore anche il futuro ) della società globalizzata. Potremmo, parafrasando una nota opera di Novak del 1982, sintetizzare queste posizioni dicendo che per il Nostro il capitalismo democratico (o la democrazia retta dal libero mercato) sono animati da uno spirito che è cristiano. Questa forza vivificante si è effusa anche nell’impresa e negli imprenditori, come pure, più in generale, nella realtà sociale. A sviluppo di una delle tematiche principali della sezione curata da Michael Novak (l’altra, curata da Paul Adams, si occupa, più concretamente di calare le linee teoriche nello specifico vissuto) ed a spiegazione di uno dei suoi sensi più rilevanti, giova ricordare che, al centro dell’esposizione, sta una ben precisa disamina della critica che Friedrich August von Hayek aveva compiuto del concetto (“logicamente incoerente” per il filosofo sociale austriaco) e del merito della “giustizia sociale” stessa (“un miraggio”). Ebbene, per Novak Hayek ha ragione laddove si consideri la “giustizia sociale” come rafforzamento e promozione della presenza dello Stato. Tuttavia, Novak cerca di andare al di là, per dire che la “giustizia sociale” deve essere altro, configurandosi, piuttosto con i connotati di un ancoramento realistico all’associazionismo naturalmente presente nella società. Un associazionismo che vicaria, aiuta e sussidia, definendosi come sviluppo della società civile. In questo sta l’accento posto dall’Autore americano, in un contesto che tuteli la libertà e che sia al tempo stesso tutelato da essa, con richiami evidenti a molte fonti, in particolare, per non citarne che una fra tante, ad Alexis de Tocqueville. Molti sarebbero le tematiche da trattare e molti sono gli spunti offerti da un libro ricco e dotto, che non teme di definire ed illustrare i princìpi sociali cattolici (lettura quanto mai consigliata a cattolici e non, di questi tempi), che offre una disamina attenta di alcune delle più importanti encicliche sociali cattoliche di vari magisteri (Leone XIII, Pio XI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI nonchè di Papa Francesco), che riflette sul rapporto complesso tra continente americano e pensiero sociale cattolico. Siamo di fronte all’ultimo grande contributo che Michael Novak ha fornito prima di morire, nel febbraio del 2017. Questo pensatore e questo teologo, riconosciuto persino da un Presidente degli Stati Uniti come Ronald Reagan, che gli affidò incarichi importanti riconoscendone l’equilibrio e il prestigio, non ha temuto di provare a costruire un collegamento fra la modernità e la grande esperienza del cattolicesimo, per fornire ad entrambi i lati un aiuto ed un sostegno reciproci.. Anche per questo, dovremmo guardare con interesse ai suoi lavori e alle sue conclusioni, che stanno sulla linea di un lungo filo che lega la nostra civiltà ai princìpi di quella che, da millenni, è stata la sua fede e la sua anima. read more

La burocrazia come espressione del controllo

La burocrazia come espressione del controllo

Lunedì primo aprile abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Burocrazia”, di Ludwig von Mises. Erano con noi, Pier Giuseppe Monateri, professore di Diritto privato comparato presso l’Università di Torino, Alessandro Vitale, professore di Geografia economico-politica presso l’Università degli studi di Milano e Bernardo Ferrero, vicedirettore di “Storia Libera”. “Burocrazia” è un libro del 1944, scritto da Mises nel periodo seguente al suo approdo negli Stati Uniti dopo essere aver insegnato a Ginevra, in esilio dalla propria patria e in fuga da un’Europa in guerra , in una fase dove sta rielaborando il materiale che costituirà “L’azione umana”, uno dei grandi capolavori dell’Autore. L’opera qui presa in considerazione è’ uno scritto che fa convergere le riflessioni di Mises sullo specifico e che riprende molti spunti già presenti nelle opere precedenti, da “Socialismo” in poi, e fino al contemporaneo “Lo Stato onnipotente”. Mises, brillante e geniale esponente della terza generazione della Scuola Austriaca di economia, si era distinto per i suoi lavori giovanili sul ciclo e la moneta, ma fin dalla fine della Prima Guerra mondiale comprende come sia la stessa civiltà occidentale, con le sue conquiste e le sue grandezze, ad essere sottoposta a pericoli mortali, che il prosieguo della sua ricerca contribuirà a denunciare. Dapprima mostra l’impossibilità economica del socialismo e del comunismo, sua variante radicale. Ora, può sembrare, soprattutto alla luce delle immense fortune che socialismo e comunismo hanno riscosso, sia attraverso mezzi rivoluzionari e conquiste violente del potere sia mediante l’acquisizione persuasiva del consenso nelle società aperte, nella cultura e nella gestione della vita pubblica e sociale, fortune che perdurano ancora ai nostri giorni nonostante le evidenze contrarie, gli incontestabili fallimenti ed i carichi di dolore e lutti che hanno generato, ebbene, questa affermazione, ossia che Ludwig von Mises abbia dimostrato l’impossibilità teorica, pratica ed economica di socialismo e comunismo come una stravagante eccentricità. Ma è stato proprio questo uno dei suoi fondamentali contributi, tanto più confermato sia dalle evoluzioni, che le incarnazioni di questi ideali hanno assunto lungo tutta la storia del XX e XXI secolo, che dalle fragorose cadute e dal cumulo di nefandezze con cui questi errori si sono puntualmente tramutati in orrori. Mises, però, non si fermò qui e cercò di individuare le componenti inaccettabili a fondamento di queste ideologie, componenti che erano sul punto di distruggere le basi stessa della convivenza civile, della democrazia rappresentativa di matrice liberale, del libero mercato, delle istituzioni che fungevano e fungono da substrato allo sviluppo di ogni singolo individuo e della società nel suo insieme, in primis la proprietà privata. In questa ricerca, Mises compì una trasformazione che vedremo compiersi anche nel suo allievo più famoso, Friedrich August von Hayek, ossia un cambiamento di status intellettuale per fronteggiare i pericoli in atto, divenendo da (relativamente) semplice economista a scienziato sociale a tutto tondo. In quello stesso 1944, peraltro, von Hayek farà uscire, come fatica di guerra e monito rivolto al mondo, “La via della schiavitù”, dove la tesi fondamentale era rappresentata, attraverso uno stile comunicativo chiaro ed efficace, dalla segnalazione dei disagi e dei mali che stavano cambiando la civiltà, ossia il crescente statalismo, l’esondante presenza governativa, il restringimento di tutti gli ambiti della libertà individuale e lo strisciante, palese socialismo all’interno dell’Occidente. sono le stesse preoccupazioni del suo maestro von Mises, che in “Burocrazia” mette in guardia i lettori di fronte ad un’intuizione primaria, vale a dire che la burocrazia non deriva la sua esistenza e il suo significato da criteri desunti dalla produzione di ricchezza, benessere o, in ultima istanza, latamente economici, ma è una emanazione ed uno strumento della politica, del governo, della gestione del potere. A questi “padroni” essa risponde, non certo all’efficienza o, men che meno, a concetti quali servizio o altruismo. L’analisi di Mises è spietata nella sua contrapposizione tra una gestione orientata al profitto, e come tale, sottoposta alle regole e al giudizio meritocratico del libero mercato, e una gestione orientata al controllo, alla perpetuazione dello Stato, del potere e di tutto ciò che essi comportano, perché, in fondo, è da essi che la burocrazia deriva legittimità e possibilità di esistere. In tal senso, allora, il giudizio di Mises non può che essere di segno totalmente negativo, al punto da ritenere che di essa si possa fare a meno in una condizione ideale di pieno libero mercato. Quanto deve essere compreso è che la critica di Mises è una critica, se si passa il termine separato dalle sue accezioni più proprie, “ontologica”, laddove l’Autore, partendo dalla contestazione indubitabile della realtà e del mercato come luoghi del movimento e della dinamicità, mostra come la burocrazia sia piuttosto staticità, conservazione, cristallizzazione, non a caso legata a filo doppio alla proprietà pubblica, al monopolio, alla gestione politica della società, alla volontà di irrigimentare, di coartare, di uniformare. Nella grande lotta, insomma, tra tutti i totalitarismi e ogni forma associata che lascia all’individuo i suoi spazi di libertà e proprietà, la burocrazia si insinua ed assume forme adattate a seconda degli ambiti che deve servire, perché, e questa rappresenta un’altra fondamentale intuizione dell’economista austriaco, essa si sviluppa ovunque sia presente una forma associata di gestione, comprese le imprese di Stato, con profonde implicazioni sociali, politiche e psicologiche. L’auspicio di Mises è che la nostra civiltà si renda conto che vivere impiegati tutti come burocrati, come avrebbero voluto Lenin e prima di lui Engels e Marx, è la sicura modalità per scomparire come persone e come genere.   read more

Sopravvivenza dell’educazione plurale come sopravvivenza della libertà

Sopravvivenza dell’educazione plurale come sopravvivenza della libertà

Martedì 26 marzo scorso, in Sala Rivolta, a Lodi, abbiamo presentato, alla presenza di un folto quanto interessato pubblico, il libro di suor Anna Monia Alfieri “Pluralismo educativo. Una scelta ancora possibile”. Erano con noi a discuterne, l’Autrice, suor Anna Monia Alfieri, rappresentante delle Scuole Marcelline italiane, Andrea Favaro, ricercatore di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Verona, Claudio Masotti, presidente di Agesc Lombardia e Giuseppina Vignati, direttrice della Scuola Diocesana di Lodi. Il libro si articola in una Prefazione di Dario Antiseri, grande conoscitore delle tematiche scolastiche, educative e pedagogiche del nostro Paese oltre che pensatore cattolico liberale che è stato tra i maestri dell’Autrice, prefazione che risulta estremamente necessaria per costituire una dotta quinta contestuale al lavoro, ampio e riccamente documentato, di suor Anna Monia. In detta Prefazione, infatti, Antiseri ribadisce la centralità del Cristianesimo per la formazione e per il dipanarsi dell’Occidente, ma soprattutto ricorda, quasi come un imprescindibile memento,  il valore fondante dei concetti cristiani quali persona, coscienza, singolarità, eguaglianza di ciascuno davanti a Dio, umanità, anima spirituale, religiosità e credenza intima come distinti dalla sfera dello Stato per la creazione e la sopravvivenza della nostra civiltà. In un passo decisamente significativo, però, Antiseri si chiede, anche sulla scorta dei migliori scrittori ed analisti delle idee di ispirazione cristiana, “[…] un’Europa desacralizzata che pare aver dimenticato le idealità cristiane, quando esplicitamente non le rifiuta o addirittura le calpesta, questa Europa è ancora Europa ?” Ed è questa domanda, con il suo portato e con le considerazioni successive che riflettono sulla secolarizzazione in atto oltre che sulla perdita di identità, che si dovrà tenere presente nell’analisi del libro in oggetto, una domanda che cercheremo di riprendere anche al termine per conferire una direzione di senso. Il libro di suor Anna Monia, dunque, è, come anticipato, una formidabile istantanea dei problemi scolastici tout court del nostro Paese ed, insieme, la drammatica cronaca di una morte apparentemente annunciata, vale a dire la libertà di scelta educativa. In un contesto, infatti, in cui le Scuole Pubbliche Paritarie (non deve mai essere dimenticato, infatti, che i due aggettivi procedono insieme, essendo tutte le Scuole Paritarie inserite nel quadro delle Scuole pubbliche per statuto e programmi, differendo per quello che, con un termine che dovrebbe stare ancora a cuore dei cristiani, si chiama “carisma” oltre che per una gestione quanto possibile attenta e responsabile) stanno morendo a velocità impressionante (invitiamo a visionare gli inoppugnabili quanto rabbrividenti dati) e, con esse, stanno morendo la libertà di scegliere alternative educative diverse, stanno morendo impostazioni pedagogiche differenti, sta morendo un contesto che garantisce la pluralità scolastica. Se la Scuola è solo di un tipo, se essa è contraddistinta dal monopolio, non sarà possibile dotare gli individui che la frequentano di opzioni diverse, non sarà possibile fornire che un modello, non avremo che un unico modo per farli accostare ai problemi, alle idee, alle sfide, eliminando la discussione, la critica, la discussione per perseguire l’omologazione, l’opportunismo e l’abbassamento degli standard. Una Scuola come quella a cui sembrano destinati i nostri figli ed ancor più i loro figli, è una Scuola che viola i princìpi stessi della nostra Costituzione e che calpesta la Legge di riferimento sulla Parità scolastica prossima al venticinquesimo anno di età. Ma se questi aspetti sono indubbiamente molto gravi, lo sono ancora di più alcuni altri aspetti : che dette violazioni siano compiute giornalmente dalle stesse istituzioni che dovrebbero farle rispettare, che il ceto politico non sia per nulla o quasi consapevole della gravità di quanto avviene, che la tematica educativa non venga tenuta nel debito conto, non comprendendo nemmeno lontanamente quanto sia importante per la nostra società e quanto da essa dipenda la nostra sopravvivenza, che la libertà di scelta venga soffocata dalla pratica continuata del disinteresse e dell’indifferenza da parte di tutti i decisori (di tutti gli schieramenti), che l’educazione in Italia si avvii verso il monopolio, che sia progressivamente sempre più difficile far sentire le ragioni di chi dissente da questo stato di cose, che agli studenti non venga garantito il diritto di apprendere in un contesto diversificato, che ai genitori non stia più per essere reso possibile operare una scelta per i propri figli, che ai docenti sia reso inevitabile solo un unico approdo. Da sempre, scegliere una Scuola Pubblica Paritaria significa pagare due rette : quella che viene dalle tasse e quella che deve chiedere l’Istituto Paritario a cui si decide di mandare il proprio figlio o la propria figlia. Questo è palesemente iniquo, senza contare che la Costituzione e la Legge non prevedono questo, anzi lo vietano esplicitamente. La rassegna compiuta nel libro è quella di una fotografia impietosa quanto salutare, una deriva che dura da molto tempo e che il periodo del COVID ha brutalmente acuito. Non staremo a riprendere cifre e numeri, sebbene è anche da essi che il contributo deriva la sua forza. Insistiamo, piuttosto, su un paio di aspetti conclusivi. Il primo è che il libro, pur mostrando una situazione drammatica, nutre ancora alcune speranze. Speranze fondate anche sulla delineazione di quanto fatto in Europa, dove, persino nella laicissima Francia, viene garantito il diritto alle famiglie di far apprendere i propri figli da sistemi educativi alternativi rispetto a quelli gestiti direttamente dallo Stato. Senza contare, inoltre, la definizione di un piano possibile di Scuole Paritarie effettivamente libere ed autonome, capaci di costituire un’alternativa grazie al sistema dei voucher distribuiti alle famiglie. Qui la tangenza con le soluzioni di alcuni settori del liberalismo economico, in special modo la Scuola di Chicago, è evidente. Sia consentita, infine, una considerazione che riallaccia la domanda inquietante di Dario Antiseri (“[…] questa Europa è ancora Europa ?”) con il quadro emerso da questo studio sulla Scuola italiana compiuto con una passione pari alla sua competenza dall’Autrice : un’Europa senza la tutela della diversità educativa e senza la garanzia del pluralismo e della libertà di scelta è un’Europa che, di fatto, è destinata a morire. L’auspicio è di rendercene tutti consapevoli e che i decisori non diano più la pessima impressione che le cose, per parte loro, vanno bene così. read more

Le “Lezioni di politica sociale” di Luigi Einaudi : un prontuario per la Repubblica, ieri e oggi

Le “Lezioni di politica sociale” di Luigi Einaudi : un prontuario per la Repubblica, ieri e oggi

Lunedì 18 marzo scorso abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del pensiero liberale e libertario, “Lezioni di politica sociale”, di Luigi Einaudi. Erano con noi Paolo Silvestri, ricercatore di Filosofia del Diritto presso l’Università di Catania, Paolo Heritier, professore di Filosofia del Diritto presso l’Università del Piemonte Orientale ed Enzo Di Nuoscio, professore di Filosofia della Scienza presso l’Università del Molise. Questi scritti, di fatto vere e proprie “lezioni” che l’esule Luigi Einaudi impartì ai fuoriusciti italiani che nell’approssimarsi della fine della Seconda Guerra mondiale stazionavano in Svizzera, risentono proprio delle caratteristiche dell’oralità, con il loro andamento discorsivo e il loro intento esplicitamente pedagogico. Ed, al tempo stesso, fanno emergere la straordinaria prosa einaudiana, elegante ed al contempo precisa e chiara, limpida e diretta. In queste “Lezioni”, viene fuori un intellettuale che sa quello che deve dire e che sa bene come deve dirlo, comprendendo alla perfezione l’uditorio composito che ha di fronte, senza, per questo, perdere le sue qualità di alto scrittore. Questo libro tratta di molti argomenti e tocca diversi nodi che la prossima repubblica italiana dovrà, a breve, affrontare. Siamo, lo ricordiamo, negli anni che vanno dal 1943 al 1944, anni cruciali per il nostro Paese, diviso al suo interno in due tronconi e dilaniato da una Guerra civile sanguinosa, dalla presenza di diversi eserciti stranieri all’interno dei suoi confini e da una violenza diffusa che impediva, di fatto, quella normalità e quel tipo di vita che consegue alla pace. Luigi Einaudi, in questo periodo, è stato costretto ad andarsene dall’Italia, con una fuga a piedi che da Torino lo aveva portato in Svizzera, dopo aver affrontato un valico alpino alla veneranda età di settanta anni. E’ un Einaudi che, nonostante il tragico frangente, non cessa di nutrire fiducia e di comunicare tutta la sua energia, intellettuale e morale. La sua figura, prestigiosa nelle cerchie accademiche di tutto il mondo, comincia a stagliarsi come uno degli uomini su cui verrà ricostruita l’Italia alla fine delle ostilità, quando il fascismo ed il nazismo saranno sconfitti. Non a caso, al termine di questo ciclo di lezioni, il professore esiliato decide di rientrare in Italia e di cominciare, dalla Roma liberata dagli Alleati, quell’opera politica, economica, finanziaria ed ideale che porterà il nostro Paese ad uscire dalle macerie, per cominciare una stagione di rinascita e di rinnovamento sotto le insegne della democrazia rappresentativa parlamentare di forma repubblicana. Rileggendo dopo tutto questo tempo queste strabilianti “Lezioni”, si desumono immediatamente due tipi di reazioni : innanzitutto, la grande freschezza e l’incomparabile nitidezza di idee e suggestioni che, potremmo sintetizzare, in una sorta di prontuario di vita civile prossima ventura. La sua descrizione, giustamente famosa e di intatto valore, dell’economia di mercato e della politica sociale, intese come il necessario corollario ad una nazione in pace, ci fanno capire come l’economia libera, non pianificata e non sottoposta ai vincoli delle angherie delle autorità, non possa comunque esistere se non all’interno di una cornice di regole, di un contesto istituzionale e di diritto che presuppone l’esistenza, seppur mai eccessiva, di uno Stato che funga da garante, da regolatore dell’ordine e dei conflitti, di arbitro per le contese e di emanatore di leggi condivise. In questo senso, una visione che voglia intendere l’Einaudi di questo periodo come un sostenitore unilaterale del liberismo economico appare perlomeno fuori luogo. Einaudi si è sempre preoccupato della vita sociale, del quotidiano di ogni uomo, delle sofferenze e delle ingiustizie, dei molti problemi che vengono da una libertà lasciata a se stessa (soprattutto in quel particolare frangente storico e per i destini di un’Italia in ricostruzione materiale, economica, politica ed ideale) come pure delle molte questioni che fa sorgere un’uguaglianza indiscriminata e miope ed ha sempre cercato una serie di soluzioni basate sia sul sano buon senso sia sulla sua formazione cattolica sia sulle indicazioni di disciplinata politica economica che hanno caratterizzato i suoi successivi mandati come vero artefice della ricostruzione e del successivo boom economico. Alla base del suo impegno come parlamentare,Costituente, ministro del Bilancio, Governatore della Banca d’Italia e primo Presidente della Repubblica eletto sta tutto il suo immenso background di studioso e di intellettuale liberale, ma anche la sua dirittura morale e tutte le sue doti, divenute poi anche aneddotiche, di galantuomo e di civil servant. La seconda impressione, fra le tante che potrebbero essere sottolineate e alle quali rimandiamo ciascuno con una lettura o rilettura attenta, è la capacità di comprendere molte problematiche che avrebbero angustiato la nascente Repubblica, ma, in particolare, di aver sottolineato un aspetto su tutti. Einaudi in questo scritto, come pure in altri, si pone di fronte alla necessità del Welfare, ossia alla necessità, per chi era rimasto indietro, sostanzialmente di ri-allinearsi, per ripartire verso una nuova stagione della vita politica, sociale ed economica senza situazioni di eccessivo privilegio di nascita, di concentrazioni troppo sbilanciate quanto a potere e rendite di posizione, di monopolio al riparo dalla necessaria concorrenza e di riequilibrio dei cosiddetti “punti di partenza”. Ora, accanto all’auspicio che Einaudi rimarca per una politica sociale armonica e ben orientata, egli non manca di sottolineare come questa necessità non possa tramutarsi in assistenzialismo o in un continuo demandare allo Stato le funzioni e le responsabilità che devono essere prima o poi assunte dagli individui. In questo emerge il suo liberalismo più autentico come pure il senso ultimo del ruolo che dovrebbero alla fine assumere sia le persone che lo Stato. Perché il rischio, intuito da Einaudi esattamente ottanta anni fa, ma incredibilmente attuale, è che si possa rompere e lacerare quel punto di equilibrio che sempre deve essere tenuto presente da tutti gli attori in campo. Cittadini, politici, istituzioni, società. Ebbene, fra le molte lezioni einaudiane da tenere a mente, questa ha sicuramente dato ragione all’economista piemontese, che aveva preconizzato i rischi che il Welfare porta con sé, sia nelle tasche dei contribuenti che nelle menti dei fruitori troppo disinvolti. read more

Una difesa libertaria del diritto alla prostituzione

Una difesa libertaria del diritto alla prostituzione

Venerdì 8 marzo abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Le gambe della libertà”, di Wendy McElroy. Erano con noi, Giuseppe Cruciani, giornalista e conduttore radiofonico, Greta Mastroianni, dottore di ricerca in Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Roma 3 e Aurora Pezzuto, membro del direttivo nazionale dell’Istituto Liberale. Si tratta di un libro che affronta, nel solco degli interessi e delle tematiche che l’Autrice, femminista libertaria canadese, ha fatto proprie, una serie di questioni controverse. Per “questioni controverse” ci riferiamo all’esercizio della prostituzione, oggetto di questo contributo, e all’esercizio della pornografia, nelle trattazioni che sono state compiute dall’Autrice in altre opere. E con l’aggettivo “controverse”, non è lontanamente nostra intenzione esprimere un giudizio morale sullo specifico, cosa che, del resto, non è espressa nemmeno dalla scrittrice, che affronta questi argomenti secondo angoli visuali molto lontani da una visione moralistica.  Dette tematiche, nella trattazione che emerge dalle riflessioni della McElroy, non possono essere riassunte o sintetizzate in maniera laconica, pena l’incomprensione di alcuni scenari che la scrittrice, giornalista ed attivista ha sempre avuto presenti e che ha sempre cercato di manifestare con chiarezza. I fondamenti che Wendy McElroy fa propri, come si diceva, sono quelli del libertarismo, nelle versioni che di esso sono state fornite da Murray Newton Rothbard e David Friedman; e, perciò, una posizione che connette all’individuo la piena ed assoluta proprietà di sé e del proprio corpo, non ammettendo che su di essi abbiano tutela o potestà altre istituzioni sovraindividuali nè che su di essi abbia alcun potere altri se non il singolo nella sua intangibilità. Questo significa, nella pratica, che lo Stato non può, secondo questa prospettiva, impedire il libero esercizio di attività quali la prostituzione o la pornografia in quanto esse si connettono con la libera scelta di chi le pratica. Il sottotitolo di questa raccolta di interventi è, di per sé stesso, indicativo e rivelatore : “Una difesa dei diritti delle prostitute”. Perché un’altra delle tesi “forti” dell’opera è che non si sono mai volute ascoltare, specie da parte del femminismo più tradizionale ed in particolar modo del femminismo radicale di sinistra, le voci e le volontà di buona parte di molte donne che, negli anni e nei contesti che sono stati indagati con dovizia di dettagli, hanno espresso la precisa volontà di praticare la prostituzione. Per i motivi più svariati, con le spiegazioni più varie, ma con un preciso, inequivocabile, fermo intento : esprimere in questo modo la loro autonomia attraverso una libera scelta. Il libro si pone tutta una serie di interrogativi che, davvero, risultano urticanti, quali, per esempio, il fatto che spesso un intento moralistico o un giudizio di valore aprioristico sembra condizionare l’intera legislazione in materia, inibendo o vietando a donne che vogliono prostituirsi il diritto di esercitare una libera scelta sul tipo di attività da intraprendere. O, ancora, il fatto che molti e molte sembrano volersi sostituire, con atteggiamenti paternalistici o comunque coercitivi, alla facoltà decisionale di altri in nome di definizioni morali soggiacenti perlomeno soverchianti. Quando si è fatto cenno al femminismo tradizionale, e quindi ad una visione militante, che connette la prostituzione ad un’espressione palese di patriarchiato maschile e di sfruttamento della condizione femminile per mantenere la donna stessa in una subalternità tale da impedirle il riscatto, l’Autrice si interroga sulla liceità e sulla correttezza di una posizione che, invocando la rimozione di un presunto abominio compiuto ai danni delle donne che devono prostituirsi in virtù della coercizione, di fatto impedisce ad altre di esercitare una professione che hanno scelto consapevolmente e che proseguono liberamente. La McElroy non nega che esistano moltissimi casi di brutale costrizione, ma dalla sua ricerca sociologica emerge che detta costrizione è tanto più presente nelle prostituzione cosidetta “da strada” quanto più la costrizione si fa molto più rara nella prostituzione individuale, quella esercitata lontano dai marciapiedi e gestita in proprio, secondo ritmi ed orari scelti e concordati. Il problema davanti al quale, insomma, l’Autrice vuole mettere di fronte i suoi lettori a costo di scandalizzarli è il fatto che proibendo la prostituzione, o limitandone l’esercizio o penalizzandola attraverso un codice che colpisce chi la pratica e chi ne usufruisce, di fatto si impedisce a molte persone che hanno scelto questo lavoro in libertà e lontane dalle inibizioni di esercitare un proprio diritto all’autodeterminazione. Perché il problema fondamentale che pone Wendy McElroy, e con lei buona parte del pensiero libertario, è stabilire chi detiene il potere su noi stessi, sul nostro corpo, sulle nostre manifestazioni. Nel libro, insomma, ci si interroga se sia lecito impedire a due persone un libero scambio, che non comporta aggressione o danno ai contraenti. E nel libro, soprattutto, ci si interroga se le indubbie problematiche legate all’esercizio della prostituzione non siano meglio affrontate in uno scenario in cui qualsiasi autorità si trae fuori da quelle che sono relazioni di tipo personale, laddove  dette relazioni non comportano coercizioni, aggressioni, violenze, imposizioni. Siamo di fronte, sicuramente, ad una posizione anomala nello scenario che ha affrontato queste tematiche, ma si tratta di una posizione che pone molte riflessioni da compiere e, come tale, va vista come un contributo di sicuro interesse. read more