Per la libera coltivazione del dubbio

Per la libera coltivazione del dubbio

Il 25 giugno 2024 Lodi Liberale ha presentato il libro “La grande bugia verde”, di Nicola Porro, ospitando Roberto Graziano (Ricercatore di Geologia stratigrafica e sedimentologica all’Università di Napoli “Federico II”) e Arturo Raspini (Ricercatore all’Istituto di Scienze Marine del CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche).
Nicola Porro è giornalista, saggista, vicedirettore de il Giornale,  conduttore di programmi televisivi di approfondimento giornalistico.
Il sottotitolo è chiaro: “scienziati smontano, con dati reali, i dogmi dell’allarmismo climatico”.
L’incipit del libro: “Usate questo libro per farvi delle domande; accendere il cervello, esercitare spirito critico. È ciò che stampa, politici, burocrati, amici al bar, hanno da tempo smesso di fare sulle questioni che riguardano il clima”. Cervelli in “stand by”: quella lucetta rossa che i climatisti vorrebbero spenta del tutto, in omaggio al talebano “risparmio di Watt”.
Con la complicità della pigrizia giornalistica (che privilegia il sensazionalismo) e della politica del gregge: oramai qualsiasi tipo di catastrofe è colpa dei cambiamenti climatici: una delle grandi “bufale” del terzo millennio.  A metà del 2024 tutti i principali giornali hanno raccontato in prima pagina dell’aumento del costo del caffè. La causa? Il riscaldamento climatico, ovviamente.
Beppe Sala ha impunemente sostenuto che la causa di un aumento delle buche per strada nella sua Milano, fosse il riscaldamento climatico.
Non c’è campo della nostra vita che non sia contagiato dalle “certezze” green. Si dovrebbe evitare di seguire il “sentito dire”, ma dubitare delle affermazioni catastrofiste di: Nazioni Unite, UE, Stati Uniti, e persino del Papa (?), come se fossero inattaccabili fonti di certezza scientifica. Il libro denuncia la “bufala” del 97% della comunità scientifica d’accordo che l’uomo abbia un impatto catastrofico sul clima … In realtà s’è trattato dell’invio di poco più di 10.000 e-mail a vari scienziati, a cui hanno risposto in poco più di 3.000; tra quelli fu scelto un campione di 79, di cui 76 (97,2%) hanno risposto “sì” a una domanda di disarmante genericità.  (ndr: secondo l’Università di Palermo ci sarebbero circa 185.000 scienziati e circa 8 milioni di ricercatori universitari nel mondo). Dal punto di vista scientifico, il “consenso” vale meno di nulla. Novità scientifiche si sono affermate contro  il consenso dell’epoca. “E pur si muove” …
Il libro chiede: Siamo certi che il riscaldamento climatico derivi dalla CO2 ? Siamo certi che l’aumento della concentrazione di CO2 sia davvero deleterio? Porsi domande è da “negazionista” ?. Inquinamento e cambiamento climatico sono sempre sovrapposti strumentalmente. Scrive Porro: Mai accettare dogmi, ma confrontarsi su dati e interpretazioni degli stessi. Il “metodo” adottato dalla prima all’ultima pagina è rigorosamente “scientifico”:  la scienza come struttura che procede per dubbi evitando i dogmi.
Nel 2010 fu incredibile lo svarione del rapporto dell’IPCC:  “entro il 2035 scompariranno tutti i ghiacci dell’Himalaya” …
A chi dare retta? Ci sono tanti libri sul clima; cos’ha questo di diverso dagli altri ? Ogni capitolo è stato scritto da uno scienziato / ricercatore di alto profilo.
«È vero che gli uragani, le inondazioni, gli incendi, stanno aumentando ?», «I ghiacci si stanno sciogliendo ?», «Le città costiere saranno cancellate dalle cartine ?».
Facciamoci domande:
I modelli climatici calcolano variabili fondamentali ?.
Qual è il ruolo della variabile umana sul clima?
Il numero di disastri naturali globali è in aumento?
Uragani, alluvioni, incendi: stanno crescendo?
I ghiacci si stanno sciogliendo?
Variazioni del livello marino: scompariranno le città costiere?
Le politiche green sono davvero green?
Quanto c’è di “non rinnovabile” nell’impiego delle tecnologie “verdi”?
Transizione energetica o transazioni finanziarie?
Sono domande lecite, o “negazioniste” ? read more

I moniti di Friedrich August von Hayek a suoi posteri

I moniti di Friedrich August von Hayek a suoi posteri

Lunedì 17 giugno abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “La presunzione fatale”, di Friedrich August von Hayek. Erano con noi Alberto Mingardi, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università IULM di Milano, Gilberto Corbellini, professore di Storia della medicina presso la Sapienza Università di Roma e Andrea Bitetto, avvocato. Si tratta dell’ultimo libro pubblicato dall’Autore, nel 1988, quattro anni prima di morire, ormai novantaquattrenne, nel 1992. E’ un libro che, pur scritto da un Hayek ormai novantenne, mantiene inalterato il fascino del periodare hayekiano, talvolta involuto, ma capace di rendere con prepotente chiarezza il senso di quanto egli ha sostenuto lungo il corso di una formidabile esistenza. Questo libro, infatti, potrebbe essere letto anche come la presentazione che Hayek fa alla storia del proprio percorso : dopo aver a lungo combattuto il socialismo ed aver additato a tutti i pericoli in cui incorreva la nostra civiltà percorrendo <<la via verso la schiavitù>>, dopo aver espresso moniti contro tutte le forme di interventismo pubblico nella vita degli uomini, dopo essere divenuto il più prestigioso ed al contempo inascoltato rappresentante del pensiero liberale dell’intero XX secolo ed aver delineato con analisi raffinate le fondamenta economiche, gnoseologiche e morali delle società libere ed aperte, creatrici del nostro benessere diffuso, Hayek si apprestava, sulla soglia della caduta del Muro di Berlino e sull’onda di un suo ritorno in auge – ritorno che farà da sfondo intellettuale necessario alle esperienze di Margaret Thatcher e Ronald Reagan – a raccogliere i frutti delle sue intuizioni ed a vedere nei fatti e nella realtà quel cambio di paradigma che lo scienziato sociale viennese aveva più volte paventato ed auspicato. Ed è proprio questo il primo aspetto su cui si vuol porre l’attenzione, ossia che proprio Hayek, e proprio in questo libro, sintesi e testamento della sua lunga ricerca, ci ricorda come la confutazione del socialismo e di tutti i suoi portati, in tutti gli ambiti e in tutte le sue forme, avviene principalmente nei fatti e nella realtà. Indubitabilmente l’aspetto teorico era ritenuto vitale (del resto, era stato proprio Hayek nel 1949 a scrivere “se possiamo riguadagnare la credenza nel potere delle idee – che era il tratto distintivo del liberalismo al suo meglio – la battaglia non è persa”) ed Hayek non poteva certo essere additato di essersi risparmiato nella battaglia delle idee, a favore della libertà; tuttavia, qui, come in altri punti della sua vasta opera, Hayek ci ricorda di non dimenticare mai che la confutazione del socialismo, dell’interventismo, del presunto potere salvifico di organismi sovraindividuali sul singolo si concreta nella realtà, nei fatti, in ciò che vediamo quotidianamente, in ciò che la storia ha dimostrato. Chi sostiene che l’ordinamento delle interazioni umane debba essere deliberato, sovra diretto, razionalmente impostato dall’alto da un’autorità centrale e presuntamente onnisciente è destinato a creare danni, tragedie e dolori, e questo avviene proprio in quanto questo modo di vedere le cose, questa strategia adottata per provare a risolvere i problemi si imposta e si incardina su un errore nei fatti. Le conoscenze e le risorse, infatti, non possono essere utilizzate così, mediante, cioè, una pianificazione centralizzata da un organismo presuntamente capace di avere doti superiori. Sono i fatti e la realtà, lo ripetiamo, a dirlo. Sebbene le motivazioni per le quali conoscenze e risorse non possono essere utilizzate così siano complesse, contro-intuitive e generalmente contro le nostre molte, umane presunzioni, è al valore fattuale di evidenza e di palmare realtà inconfutabile che tutti dobbiamo guardare per dire che <<il socialismo non può fare ciò che promette>>. Hayek mostra molti altri errori del socialismo, certo. Esso si basa, per esempio, come si accennava, su una presunzione tipicamente umana, una tracotanza razionalistica, più che razionale, ossia la credenza che la ragione possa tutto e che tutto sia originato e spiegabile da essa. Tutta la vita di studioso di Hayek, nei molti campi in cui si trovò ad operare, in virtù della sua erudizione enciclopedica e dei suoi svariati interessi, fu mirata anche allo screditamento ed alla confutazione di questa presunzione. Che la storia ha dimostrato essere fatale per coloro che hanno dovuto subirne gli effetti. Fra costoro, non solo i moltissimi che si trovarono sotto le frequenti tirannidi presenti nei secoli della civilizzazione del nostro pianeta, ma anche i cittadini delle nostre democrazie, spesso angariati e brutalizzati dal peso di decisioni adottate e volute da governi e governanti che hanno fatto leva su  interpretazioni molto interessate di consenso e rappresentanza. Hayek ha voluto porre sotto l’attenzione di tutti che l’ordine esteso cui dobbiamo il nostro benessere e la nostra civiltà non si basa su un progetto deliberato, su una determinazione, ma su un processo per lo più spontaneo, inintenzionale, evolutivo, adattativo, ancorato spesso alla tradizione e a componenti morali. Un processo sul quale la razionalità è solo una delle tante componenti e spesso nemmeno la più rilevante. Un gigantesco e straordinario apparato che soggiace, per esempio, a regole di condotta umana che si sono gradualmente evolute lungo l’arco di generazioni. In campi quali il mercato, il linguaggio, il diritto, lo scambio, la moneta, non tutto può essere spiegato da considerazioni strettamente razionali, né nel loro svolgersi che nel loro dipanarsi storico. Hayek ha saputo dimostrare a tutti di essere un analista della società di formidabile acume e di grande preparazione, capace di inserirsi, consapevolmente, nel solco di una grande e multiforme tradizione; inoltre, ha saputo mostrare a tutti di aver avuto, con le sue riflessioni e le sue premonizioni, molte ragioni. La realtà ed i fatti, insieme alle idee a cui tanto teneva, sono state dalla sua parte. Ci auguriamo che possa rappresentare sempre per tutti quel classico che ha saputo essere e che, quindi, la sua lezione non sia dimenticata. read more

Per un’organizzazione diversa della giustizia

Per un’organizzazione diversa della giustizia

Lunedì 10 giugno 2024, Lodi Liberale presenta il libro di Ferdinando Cionti e Dario Fertilio: “Liberare la giustizia”. Presenti, con gli autori, Maurizio Romanelli (F.F. Procuratore di Lodi) e Angela Maria Odescalchi (Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lodi).
Cionti è avvocato e giurista, docente universitario di diritto industriale alla Bicocca di Milano. Fertilio è giornalista e scrittore, docente universitario di comunicazione alla Statale di Milano. read more

Guglielmo Ferrero, un grande analista da non dimenticare

Guglielmo Ferrero, un grande analista da non dimenticare

Lunedì 3 giugno abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del pensiero liberale e libertario, “Potere”, di Guglielmo Ferrero. Erano con noi Lorenzo Castellani, professore di Storia delle istituzioni politiche presso la LUISS Guido Carli di Roma, Angelo Panebianco, professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna e Antonio Campati, ricercatore di Filosofia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Guglielmo Ferrero, al di là di una relativamente ristretta cerchia di studiosi e specialisti, è ancora, nel nostro Paese, una notorietà limitata, sicuramente non adeguata al suo valore intellettuale ed alla sua dirittura morale. Ben pochi, infatti, sanno che all’inizio del XX secolo, Ferrero fu tra le personalità maggiormente conosciute all’estero, principalmente per i suoi lavori storici su Roma antica (“Grandezza e decadenza di Roma”, in cinque volumi pubblicati tra 1902 e 1906), nota a tal punto da ottenere eclatanti successi di pubblico e di critica nei suoi tour di conferenze, che lo portarono a girare l’Europa, ma anche ad avere una formidabile fortuna nelle Americhe, in particolare gli Stati Uniti. Questi successi, e la rilevanza dei suoi lavori sia da un punto di vista contenutistico che stilistico, lo portarono molto vicino, in più occasioni, al conferimento del Nobel. La sua formazione era stata di tipo particolare per il milieu imperante nella cultura italiana dei suoi tempi. Infatti, si era avvicinato al circolo positivista di Cesare Lombroso e ne aveva condiviso gli interessi per gli aspetti sociali dell’antropologia, analizzando la condizione femminile nell’Italia umbertina ed immediatamente post-unitaria. Contemporaneamente, anche in virtù di una spiccata attitudine personale, sviluppò un intransigente spirito critico nei confronti del malaffare della politica del periodo, politica incarnata significativamente dalla commistione tra interessi protezionistici e velleità coloniali. La figura che Ferrero riterrà sempre come il simbolo di questi illeciti accordi fu Francesco Crispi e la sua adesione al socialismo riformista e moderato fu la naturale conseguenza di un rigetto e di un’ostilità nei confronti di un contesto di scarso valore morale. Nei suoi viaggi in Europa, Ferrero avvertiva un clima differente, e la sua propensione si orienta verso la storia, cioè verso  l’analisi delle condizioni e dei contesti, la comprensione delle radici entro cui situare quello che con chiarezza avvertiva come il clima di crisi che preludeva alla Grande Guerra. I suoi lavori lo testimoniano ed i suoi interventi ne fanno fede, mostrando, come sempre, una dirittura ed un coraggio che lo fecero essere sempre un oppositore sia del fascismo nascente che del fascismo trionfante. Per queste sue posizioni ebbe dei gravi fastidi, compreso l’esproprio dell’amata casa, oltre che l’inibizione ad esprimere le proprie idee. Fu per lo straordinario intervento del Re del Belgio che, nel 1930, Guglielmo Ferrero, il prestigioso studioso italiano noto in tutto il mondo, potè espatriare e divenire un esule a Ginevra, dove ottenne quella cattedra che il suo Paese non gli garantì mai. Da questo momento, e fino alla fine della sua esistenza, nel 1942, Ferrero si dedicò allo studio e all’insegnamento, ma anche alla pubblicazione di importanti opere ed all’opposizione strenua al regime mussoliniano. Il suo precipuo campo di indagine divenne la Francia tra Settecento ed Ottocento, attraverso una riflessione approfondita intorno all’Antico Regime monarchico, alle fasi rivoluzionarie e, soprattutto, intorno alla decisiva figura di Napoleone Bonaparte. E in questo campo di indagine trovò i semi e le spiegazioni per comprendere ciò che gli si presentava davanti agli occhi, in Italia ed in Europa : il diffuso disordine, la trasformazione del concetto di legittimità, la crisi dei valori, il crescente autoritarismo, il personalismo del potere. Nel frattempo, era venuto in contatto con le teorie elitiste, ma soprattutto con gli esponenti di questa nuova impostazione interpretativa, in particolare Gaetano Mosca e questo fatto, insieme alla visione che la società ed il contesto del vecchio Continente gli stavano fornendo, lo indurranno ad un mutamento nelle posizioni ideali, passando da un moderato socialismo, con cui si era caratterizzato alle origini, ad un cauto conservatorismo. Ferrero, tuttavia, mantenne ben chiaro e saldo il suo ancoraggio alla democrazia, alle radici liberali del vivere civile e alla necessità di mantenere sempre viva una dialettica impostata sui diritti e sulla libertà. I frutti principali della sua permanenza in Svizzera sono da considerarsi quelli emersi dalla trilogia comprendente un’ampia riflessione sulla Monarchia, la Rivoluzione, il bonapartismo, la Restaurazione, ma soprattutto gli esiti delineati all’interno della sua ultima opera, “Potere”, pubblicata proprio pochi mesi prima di morire. Qui il concetto di legittimità come pure la densa analisi intorno al potere sono condotti con precisione e chiarezza, oltre che con uno stile piano ed accessibile. Le intuizioni di Ferrero intorno al rapporto tra Potere e Paura, tra Autorità e Sicurezza, e le sue considerazioni in merito a quella particolare simbiosi biunivoca che ne viene generata, ci consegnano un Autore dall’interesse ancora vivissimo. E le sue considerazioni circa una fenomenologia della Legittimità ce lo restituiscono nella statura di un intellettuale capace di descrivere ed al contempo di avvertire i suoi contemporanei ed i suoi postumi. read more

I rifiuti si possono gestire e, perfino, smaltire. Anche quelli radioattivi

I rifiuti si possono gestire e, perfino, smaltire. Anche quelli radioattivi

Il libro è stato tema dell’evento di Lodi Liberale del 14 maggio 2024 , una serata in presenza svoltasi in Sala Granata a Lodi in cui abbiamo potuto contare su uno dei
due autori , Celso Osimani ( l’altro co autore è , come Ivo Tripputi) Tripputi), Luca Romano e Simone Blaynat. Il titolo mette a tacere le tragiche (o tragicomiche ?) disperazioni degli antinuclearisti di professione a proposito di uno dei sei problemi già smontati da “l’Avvocato dell’atomo” (libro già presentato a suo tempo da Lodi Liberale) Liberale). Il secondo di quei problemi è quello delle famigerate “scorie”. Sì: “scorie”; una parola che fa venire da grattarsi e magari toccarsi. No: il titolo corretto è “Rifiuti”; che non è una bella parola, ma almeno , con si può capire di che cosa si tratti. Ecco: abbiamo rifiuti a go go , i n questo mondo di ricchezza e di benessere. Non ci sono rifiuti tra gli indigeni
dell’Amazzonia, perché i sopraddetti indigeni non buttano via un bel niente. Ciucciano e usano e consumano tutto quanto fi no all’ultimo.
Mutatis mutandis , il libro ricorda la raccolta differenziata bandiera degli ecologisti. Armati di bisturi separiamo la plastic a dalla carta, e la carta dal vetro, e il vetro dal
metallo, e poi lava re accurat amente quello che dobbiamo buttare. Sì, ma dove ? Ecco a Lodi c’è l’ente Linea Più che ci dice dove mettere questo e dove portare
quest’altro. In Amazzonia non c’è Linea Più perché non c’è la raccolta differenziata, che , a sua non c’è perché non ci sono rifiuti. Ma dove sono i rifiuti radioattivi ?
Uno pensa subito a Černobyl’Černobyl’. Invece no. C’è una vasta, anzi: immensa varietà di rifiuti radioattivi. Sono prodotti di scarto di molte attivit à umane, minerarie, di
ricerca, industriali, mediche, di produzione di energia. A pplicazioni mediche con tecnologia nucleare utilizzate in tutto il mondo, anche in Paesi in via di sviluppo e
Paesi che non hanno e non prevedono di avere centrali nucleari. M ilioni di persone utilizzano tecnologia nucleare a scopi diagnostici (90%) o di cura (10%). Rifiuti
dell’industr ia, da gammagrafia, irraggiamento, radiometria, generatori di corrente. Rifiuti della ricerca: iodinazione di proteine, marcature, elettroforesi, radio analisi …
Senza contare le sostanze NORM: quelle sostanze o quegli elementi che sono radioattivi in natura , ad es.: il gas Radon, rocce fosfatiche, attività estrattive …
Insomma una quantità di rifiuti che è, paradossalmente, molto molto molto maggiore di quelli prodotti, ovviamente, dalle centrali nucleari. Per questi rifiuti
diversi occorre appunto uno smaltimento differenziato; proprio come per i rifiuti urbani. Un libro di difficile scrittura, ma di facile lettura. E questi sono i due meriti
degli autori : padronanza delle cose difficili e capacità di esposizione accessibil e a tutti; per dirla con Catone: “ Rem tene, verba sequentur ” (padroneggia la materia, e
le parole verranno da sé). Il libro non si ferma a una semplice (si fa per dire) elencazione, ma affronta i temi di smaltimento o di accumulo o di riprocessamento , spiegando le diverse t ecnologie messe in atto per ciascun tipo di “rifiuto differenziato”.
In altre parole: non si tratta di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, In altre parole: non si tratta di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, ma anzi di trattarla in modo palese e soprattutto sicuro. ma anzi di trattarla in modo palese e soprattutto sicuro. Spesso si assiste a una forma Spesso si assiste a una forma di terrorismo psicologicodi terrorismo psicologico,, enfatizzando le tonnellate e tonnellate di rifiuti, enfatizzando le tonnellate e tonnellate di rifiuti, omettendo l’aspetto dei volumi che è enormemente minore del peso; ovvero: sìomettendo l’aspetto dei volumi che è enormemente minore del peso; ovvero: sì,, le le tonnellate sono tante, ma i metri cubi sono pochi.tonnellate sono tante, ma i metri cubi sono pochi. Il libro Il libro tratta tratta la questione dello la questione dello smaltimento definitivo e sicuro dei rifiuti radioattivi, smaltimento definitivo e sicuro dei rifiuti radioattivi, elencando e descrivendo le elencando e descrivendo le ssooluzioni adottate luzioni adottate positivamente positivamente in diversi Statiin diversi Stati, in particolare , in particolare le le diversediverse tecniche di tecniche di gestione e gestione e di di smaltimento dei rifiuti radioattivi ad alta attivitàsmaltimento dei rifiuti radioattivi ad alta attività ((HLW, HLW, che che costituiscono circa costituiscono circa lo 0,13%)lo 0,13%), derivanti principalmente dal combustibile, derivanti principalmente dal combustibile utilizzato utilizzato nelle centrali nucleari. nelle centrali nucleari. Il libro conclude con un aggiornamento Il libro conclude con un aggiornamento sulla situazione sulla situazione italianaitaliana in termini di in termini di quantità esistentiquantità esistenti e delle azionie delle azioni intrapresintrapresee per realizzare il per realizzare il deposito nazionaledeposito nazionale.. Da leggere, senza pregiudizi e senza preconcetti, con un po’ di Da leggere, senza pregiudizi e senza preconcetti, con un po’ di attenzione: per capire, e per evitare di cadere nelle trappole dei luoghi comuni e del attenzione: per capire, e per evitare di cadere nelle trappole dei luoghi comuni e del pressappochismo.pressappochismo. read more

La giustizia sociale nella riflessione teologico-filosofica di Michael Novak

La giustizia sociale nella riflessione teologico-filosofica di Michael Novak

Lunedì 6 maggio abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del pensiero liberale e libertario. “La giustizia sociale non è ciò che tu pensi che sia”, di Michael Novak e Paul Adams. Erano con noi  Flavio Felice, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università degli Studi del Molise, Sergio Belardinelli, già professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna e Rocco Buttiglione, professore di Filosofia presso l’Istituto di Filosofia Edith Stein di Granada. Michael Novak ha rappresentato, nella seconda metà del XX secolo e, soprattutto, dopo la caduta del Muro di Berlino,dopo la vittoria delle democrazie di impronta liberale ed inoltre, dopo la definitiva affermazione del modello economico di libero mercato, il possibile incontro fra le istanze di una Chiesa cattolica aperta e di un mondo finalmente post-comunista, in una prospettiva di reciproca attenzione e non in un clima di diffidenza o di ostilità. Novak è stato uno dei molti esponenti di una rinascita tangibile del cattolicesimo liberale, cioè di un cattolicesimo che non si è necessariamente congiunto con ideali di sinistra o con utopie che hanno rivelato, fattivamente e storicamente, il loro vero volto, ossia quello di brutali totalitarismi ben lontani da un rispetto cristiano per la persona, per l’uomo, per il singolo e per la sua sfera di autonomia, di fede come pure di impresa. Novak ha saputo, lungo il corso della sua vita di studioso, scandagliare le possibilità di congiunzione e persino di accordo fra un cristianesimo inteso in un senso di centralità della naturalità umana al cospetto di Dio, di rispetto della sua autonomia, ma anche di comprensione di come l’uomo non sia né intimamente malvagio né irrimediabilmente solo, ma viva in un mondo in relazione con gli altri e nel possibile incontro con il divino in sé. Il richiamo a questa tradizione è l’oggetto degli studi compiuti da Novak con rigore ed erudizione, rigore ed erudizione che gli consentirono di pensare possibile e persino inevitabile un’intesa fra l’uomo, il cristiano e il cittadino di quel mondo seguito alle macerie delle ideologie totalitarie, su un terreno che avrebbe dovuto essere la riconnessione ed il rispetto dei rispettivi piani, perchè una via di intesa era possibile. Novak, e con lui tutta una serie di autori cui esplicitamente si richiamò, cercò di rendere chiaro prima di tutto ai cristiani stessi come il pensiero sociale cattolico non dovesse necessariamente orientarsi lungo il crinale di un’inevitabile china verso le istanze genericamente di sinistra, ma fosse stato, per esempio, proprio alla base, in alcuna delle sue più autorevoli componenti, della stessa civiltà occidentale, dello scenario democratico ed antiautoritario, dell’economia aperta, di una mentalità di base che risulta imprescindibile se si vogliono comprendere i nessi, i legami ( e per l’Autore anche il futuro ) della società globalizzata. Potremmo, parafrasando una nota opera di Novak del 1982, sintetizzare queste posizioni dicendo che per il Nostro il capitalismo democratico (o la democrazia retta dal libero mercato) sono animati da uno spirito che è cristiano. Questa forza vivificante si è effusa anche nell’impresa e negli imprenditori, come pure, più in generale, nella realtà sociale. A sviluppo di una delle tematiche principali della sezione curata da Michael Novak (l’altra, curata da Paul Adams, si occupa, più concretamente di calare le linee teoriche nello specifico vissuto) ed a spiegazione di uno dei suoi sensi più rilevanti, giova ricordare che, al centro dell’esposizione, sta una ben precisa disamina della critica che Friedrich August von Hayek aveva compiuto del concetto (“logicamente incoerente” per il filosofo sociale austriaco) e del merito della “giustizia sociale” stessa (“un miraggio”). Ebbene, per Novak Hayek ha ragione laddove si consideri la “giustizia sociale” come rafforzamento e promozione della presenza dello Stato. Tuttavia, Novak cerca di andare al di là, per dire che la “giustizia sociale” deve essere altro, configurandosi, piuttosto con i connotati di un ancoramento realistico all’associazionismo naturalmente presente nella società. Un associazionismo che vicaria, aiuta e sussidia, definendosi come sviluppo della società civile. In questo sta l’accento posto dall’Autore americano, in un contesto che tuteli la libertà e che sia al tempo stesso tutelato da essa, con richiami evidenti a molte fonti, in particolare, per non citarne che una fra tante, ad Alexis de Tocqueville. Molti sarebbero le tematiche da trattare e molti sono gli spunti offerti da un libro ricco e dotto, che non teme di definire ed illustrare i princìpi sociali cattolici (lettura quanto mai consigliata a cattolici e non, di questi tempi), che offre una disamina attenta di alcune delle più importanti encicliche sociali cattoliche di vari magisteri (Leone XIII, Pio XI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI nonchè di Papa Francesco), che riflette sul rapporto complesso tra continente americano e pensiero sociale cattolico. Siamo di fronte all’ultimo grande contributo che Michael Novak ha fornito prima di morire, nel febbraio del 2017. Questo pensatore e questo teologo, riconosciuto persino da un Presidente degli Stati Uniti come Ronald Reagan, che gli affidò incarichi importanti riconoscendone l’equilibrio e il prestigio, non ha temuto di provare a costruire un collegamento fra la modernità e la grande esperienza del cattolicesimo, per fornire ad entrambi i lati un aiuto ed un sostegno reciproci.. Anche per questo, dovremmo guardare con interesse ai suoi lavori e alle sue conclusioni, che stanno sulla linea di un lungo filo che lega la nostra civiltà ai princìpi di quella che, da millenni, è stata la sua fede e la sua anima. read more