Mani Pulite: trent’anni fa la fine giudiziaria della Prima Repubblica

Filippo Facci, La Guerra dei trent’anni – (1992/2022 – Le inchieste, la rivoluzione mancata e il passato che non passa- Marsilio, 2002, 750 pagg, Euro 25) è uno straordinario volume, vera pietra miliare per chiunque voglia approfondire il drammatico periodo storico che portò alla fine della Prima Repubblica.

Libro fondamentale, oggi, per chi ha vissuto come spettatore o testimone quel periodo, come anche nei decenni futuri per gli storici, che altrimenti dovrebbero fare affidamento sui resoconti di una stampa “unificata”, di fatto asservita alla narrazione che la magistratura inquirente voleva dare di quel periodo.

Filippo Facci è un giornalista coraggioso, guidato da un istinto interiore alla ricerca della verità, innanzitutto basata sulla verifica rigorosa dei fatti. Come ha voluto correttamente ricordare l’Autore nel corso della presentazione del volume per iniziativa di Lodi Liberale, questa sua ultima fatica è l’epilogo e il riassunto di una ricerca durata quasi una vita ed iniziata con un volume le cui traversie ricordano una spy story: “Di Pietro, la biografia non autorizzata, Mondadori, 1997”. (Un misterioso interlocutore inglese, a conoscenza delle ricerche che Facci sta conducendo su Di Pietro, si offre di comprarne i diritti per la pubblicazione. Facci, poco più che ventenne, accetta. Ma il libro non verrà mai pubblicato, però circolerà subito nei Palazzi di giustizia!)

Le 750 pagine del volume non devono scoraggiare il lettore. Il volume è di facilissima lettura. La prosa di Facci è fluente, i documenti citati sono accuratamente verificati e costituiscono la trama di un racconto comprensibile e drammatico nello stesso tempo.

Va messa in rilievo una suggestione storiografica di grande interesse, che si trova solo qui e mai nella numerosissima pubblicistica dedicata alla fine della Prima Repubblica: la possibile connessione giudiziaria tra la grande imprenditoria del Nord e la mafia del Sud. A questo lavorava Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, che seguiva la “pista dei soldi” per capire la mafia. Andò a finire come sappiamo, con l’assassinio dei due magistrati.

Filippo Facci, giornalista, ha parole durissime contro la “casta” dei giornalisti nel tramonto della Prima Repubblica. Formalmente definita come “Stato di Diritto”, l’Italia conobbe in quegli anni un regime di informazione da “minculpop”, da dittatura fascio/comunista.

La procura di Milano distribuiva “veline” in anticipo solo a una ristretta cerchia di giornalisti, che le portavano come trofei nelle proprie redazioni. Alle venti di sera all’incirca, una “cupola” di direttori di grandi testate nazionali (Corriere della Sera, L’Unità, La Stampa e talvolta qualche altro) dava la linea con la notizia che doveva essere pubblicata con maggiore rilievo. A palle incatenate, come si dice, il giorno dopo tutta la stampa si sarebbe uniformata. Trent’anni dopo, alcuni dei giornalisti che di ciò furono partecipi hanno chiesto scusa. Ricordo tra i pochi Vittorio Feltri e Antonio Polito. Mancano ancora le scuse di Paolo Mieli, che era allora il capo indiscusso di quel sistema.

Il volume dedica alcune pagine per prendere in considerazione e subito accantonare l’idea del “complotto”, cioè di Mani Pulite in qualche modo eterodiretta al di fuori dei palazzi di giustizia.

Tesi perfettamente comprensibile, se si accetta la struttura del volume che vuol far parlare solo i fatti. Ma un “pistola fumante” del complotto non c’è, e quindi Filippo Facci non vi dà seguito. Pur essendo corretto affermare che non esistono prove certe ed incontestabili di una manovra esterna dell’intera vicenda, vi è stato chi, tuttavia, ha pensato e pensa in modo differente. Fra questi, Bettino Craxi (in molte rivelazioni compiute in vita), Francesco Cossiga (che più volte mise in connessione l’iniziativa concertata di finanza, imprenditoria ed FBI), Tiziana Parenti (ex magistrato, estromessa dal pool di Mani Pulite per le indagini sgradite su PCI-Pds), il costruttore De Mico (che rese una deposizione in una caserma dei carabinieri davanti a Piercamillo Davigo per poi non ricevere seguito alle sue rivelazioni) ed altri. Quello che è certo è che tutto questo non germino’ in una specifica inchiesta giudiziaria e che quindi, a stretto rigore, non può che essere considerato alla stregua di rivelazioni non suffragate da prove inoppugnabili.

C’è materia per un nuovo libro di Filippo Facci, autorità indiscussa in materia? Sarebbe una eccellente occasione per averlo di nuovo ospite a Lodi.

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