Ludwig von Mises e le fondamenta erronee di ogni socialismo

Il 2021 è iniziato, per Lodi Liberale, con l’appuntamento con un grande Classico, un pilastro della riflessione liberale, ossia “Socialismo. Analisi economica e sociologica” di Ludwig von Mises. Ne hanno parlato diffusamente lunedì 4 gennaio scorso il curatore del volume edito da Rubbettino, Lorenzo Infantino, professore di Metodologia delle Scienze Sociali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, Raimondo Cubeddu, professore di Filosofia Politica presso l’Università di Pisa e Nicola Iannello, giornalista e Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Ludwig von Mises è stato un formidabile esponente della terza generazione della Scuola Austriaca di economia e di scienze sociali, quella straordinaria tradizione di ricerca che, iniziata con Carl Menger e proseguita con Eugen von Böhm-Bawerk, ha avuto proprio in Ludwig von Mises e nel premio Nobel Friedrich August von Hayek i suoi più noti portabandiera intellettuali.

È stato per noi un onore ed un privilegio poter presentare un testo tanto rilevante, un libro pubblicato in prima edizione nel 1922 in lingua tedesca a Vienna e poi, in seconda edizione, dieci anni dopo, seguito, nel 1936, dalla prima traduzione in lingua inglese a Londra.

Questo libro ha attraversato il XX secolo e si presenta, a quasi cento anni dalla sua prima pubblicazione, con la stessa incomparabile forza, con la chiarezza cristallina del suo argomentare, con la logica lucida con la quale affronta sia la critica al sistema socialista (in tutte le sue varianti ed in tutte le sue incarnazioni) sia la proposta costruttiva di un’economia, quella di libero mercato, e di una società, quella basata sulla proprietà privata, che restano in piedi come uniche possibilità per la prospettiva associata umana.

Diciamolo subito, a scanso di infingimenti e di possibili malintesi : il principale contributo di quest’opera ponderosa è tanto chiaro quanto poco (e volutamente) inteso, ossia è la dimostrazione, senza possibilità di replica, che il mantenimento di un’economia collettivistica, dove è abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione e dove le decisioni economiche sono prese da un’autorità centrale (sia essa un comitato o una presunta mente superiore) è fattivamente impossibile. Il motivo principale è che un’economia ha bisogno del sistema dei prezzi, che sono dei rilevatori di scarsità e rappresentano dei segnali necessari per imprenditori e mercato. Per essere efficaci, i prezzi devono poter essere la risultante di un sistema libero di interazioni economiche, un sistema dove la proprietà privata è tutelata, dove uno stato di diritto regola i rapporti di massima e dove l’ingerenza statale non deve esondare le sue competenze. Come si è potuto vedere, il socialismo, in tutte le forme in cui si è declinato negli anni (assorbimento da parte dello stato e del Partito della proprietà e sua collettivizzazione, come è avvenuto con il tragico esperimento dell’Unione Sovietica comunista, oppure mantenimento nominale della proprietà privata, ma comando decisionale da parte dell’Autorità Centrale e parallela trasformazione della società in una prigione di funzionari, come si è dato nel caso della Germania nazista) ha dimostrato la sua inefficienza, la sua inefficacia e tutte le caratteristiche più aberranti che l’esperienza umana ha potuto sperimentare. Da un punto di vista economico, Mises ha capito che il motivo risiede nella sua impossibilità di praticare il necessario calcolo senza il quale nessun sistema può funzionare. È altrettanto bene dire che  questo libro, a differenza, per esempio, delle profezie di Karl Marx (clamorosamente smentite dalla storia), fornisce analisi perentorie il cui complesso si è palesemente verificato, ottenendo conferme sulla cui inoppugnabilità non è dato dubitare. La realtà, infatti, ha mostrato l’impossibilità del socialismo, come hanno potuto confermare le fragorose cadute (dopo indicibili sofferenze causate agli uomini ed alle donne che hanno dovuto sopportarne il peso) del nazismo, del fascismo, del comunismo, tutti fenomeni collegati da una comune pretesa di abolire la proprietà privata individuale (o di irrigimentarla ), di soffocare l’impresa, di sostituire al perseguimento personale degli interessi un presunto fine collettivo o drammatici incubi utopistici.

Ludwig von Mises illustra, in modo articolato e, verrebbe da dire, inesorabile, la struttura profonda del socialismo, il suo ordine sociale e politico, le sue interconnessioni con il tessuto della famiglia, ma soprattutto la sua precisa definizione economica e financo le sue implicazioni filosofiche, etiche, religiose (di notevole interesse i passaggi che trattano dei rapporti con l’ascetismo e il Cristianesimo) come pure le sue correlazioni storiche.

“Socialismo” è, pertanto, una vibrante critica di un sistema intellettuale, economico e sociale multiforme, capace di raggiungere anche le democrazie e non necessariamente collegato a dittature politiche o militari conclamate, ma anzi, molto spesso, come sembrano confermarci le vicende storiche di Occidente ed Oriente, in grado di pervadere pericolosamente tutti i settori, in un’uniformità che è lontana da ogni manifestazione autentica di libertà.

Questo libro ha saputo denunciare la “socialistizzazione” della vita, partendo dalla comprensione della società austriaca e tedesca di inizio anni Venti del Novecento per poi presentirne i drammatici esiti cui avrebbe portato la Rivoluzione Bolscevica e la divisione progressiva tra un mondo di barbarie e di oppressione ed un mondo di benessere e di libertà. Gli scenari degli anni Venti del XXI secolo, quelli che stiamo vivendo, potrebbero sicuramente essere letti con profitto ed utilmente compresi alla luce della comprensione di quest’opera. Una critica, certo, ma anche la definizione, per opposizione, di una prospettiva di speranza, basata sui grandi valori liberali che hanno reso grande la nostra civiltà.

Commenta l'articolo

commenti