Gaetano Martino, un galantuomo della Prima Repubblica

Gaetano Martino, un galantuomo della Prima Repubblica

Lunedì 29 dicembre, in occasione delle serate dedicate alle personalità e agli statisti liberali, abbiamo presentato “Gaetano Martino. 1900-1967”, di Marcello Saija e Angela Villani. Erano con noi Marcello Saija, professore di Storia delle istituzioni politiche presso l’Università degli Studi di Palermo, Alberta Martino, ingegnere gestionale e Daniele Pasquinucci, professore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Siena. Il libro è una biografia accurata e minuziosa del percorso esistenziale, scientifico e politico di Gaetano Martino, uno degli statisti che hanno permesso all’Italia e all’Europa del Secondo Dopoguerra di risorgere dalle macerie del conflitto. Per comprenderne appieno la parabola di vita e di impegno nella vita pubblica del nostro Paese e del nostro continente, va tenuta sempre presente la sua formazione scientifica, che è quella di un medico, di un fisiologo di fama prestato alla politica. La sua provenienza, la prestigiosa famiglia Martino di Messina, fu sicuramente importante, così come lo fu la sua avversione al fascismo da posizioni eminentemente liberali, ma l’intero arco della sua vita fu segnato dai suoi studi medici e dal continuo riferimento alla scienza, che seppero essere il naturale completamento di un’attitudine personale al rigore e alla dirittura morale. L’Italia dell’immediato dopoguerra poté contare, fortunatamente, su figure come quella di Gaetano Martino, uomini, e donne, capaci di caratterizzarsi per l’adesione ai valori della libertà e ad un senso profondo del dovere. In Gaetano Martino queste caratteristiche si uniscono a quelle di un uomo di scienza, in grado di portare la disciplina del suo lavoro all’interno di un contesto come quello dei primi anni della Repubblica. Erano gli anni in cui queste caratteristiche erano quanto mai necessarie, per rifondare e ricostruire una credibilità nella nostra società e a livello internazionale. Perchè in Gaetano Martino le dimensioni dell’azione politica furono rivolte sia verso incarichi chiave nella prima fase della Repubblica – dalla Costituente al seggio parlamentare,dalla vice-presidenza della Camera dei Deputati al Ministero della Pubblica Istruzione, dalla sua significativa presenza come Ministro degli Esteri alle sue importanti prese di posizione nei consessi europei, all’ONU, all’Alleanza Atlantica fino alla preparazione dei Trattati di Roma – sia verso palcoscenici europei – Assemblea Parlamentare Europea di Strasburgo – che internazionali – le discussioni intorno al disarmo tenutesi a Ginevra, il ruolo giocato all’ONU e presso l’alleato statunitense per riaffermare la scelta di campo del Paese. Vennero, di seguito, anche come naturale conseguenza di una sentita convinzione personale e di un’attività svolta negli anni in favore di un progetto europeo unitario che superasse le tragedie della Seconda Guerra Mondiale, le due nomine a Presidente del Parlamento Europeo, dove la sua attività e il suo mandato si caratterizzarono per l’esplicita volontà di dare corso allo sviluppo pieno, in senso politico ed operativo, dell’Unione degli Stati in una concreta, fattiva Europa innanzitutto delle coscienze e quindi del pensiero e delle menti dei singoli componenti. In tal senso, non stupisce il peso e il ruolo che Gaetano Martino, docente e rettore in ben due Università italiane e studioso di rilievo nel suo campo di indagine, intendesse far ricoprire alle istituzioni accademiche e, in genere, alla cultura e all’istruzione per far progredire la consapevolezza dell’importanza di essere europei. Gaetano Martino fu colpito, in maniera improvvisa, da una diagnosi infausta sulla sua salute, ma nonostante la durezza della malattia, seppe coraggiosamente e dignitosamente opporre la sua forza e la sua risolutezza, lavorando fino al termine della sua vita, nel luglio del 1967. Quando si analizzano politici come Gaetano Martino non si può non riconoscere loro lo status di statista, ossia di quel particolare uomo di governo o delle istituzioni che sa andare al di là della contingenza, dei voti nel proprio collegio, del consenso acquisito facilmente mediante tecniche populiste, dell’immediato o del breve periodo per guardare ad una prospettiva più ampia, oltre la propria generazione ed oltre le miserie degli interessi di parte o i giochi chiusi nei propri confini. Gaetano Martino fu uno statista, quindi, con un respiro di ampia portata, sorretto da una visione e confortato dall’ideale liberale, che mai lo abbandonò per fargli da guida, da bussola e da stella polare nei tempi difficili, ma gloriosi che gli toccò di vivere. read more

Ri-pensare la democrazia liberale, guardando ai suoi modelli

Ri-pensare la democrazia liberale, guardando ai suoi modelli

Con  “Pensare il Buongoverno”, Flavio Felice propone un saggio di teoria politica che si distingue nettamente dal rumore di fondo del dibattito contemporaneo. In un tempo in cui la politica viene spesso ridotta a tecnica del consenso o a gestione dell’emergenza, Felice compie un’operazione controcorrente: riportare il tema del governo entro una riflessione di lungo periodo, fondata sulla tradizione del pensiero occidentale, sul personalismo cristiano e sul liberalismo istituzionale. Il risultato è un libro che non offre soluzioni rapide, ma strumenti concettuali solidi per comprendere che cosa significhi davvero governare bene. read more

Un liberale che non si piegò al fascismo

Un liberale che non si piegò al fascismo

Mercoledì 17 dicembre, in occasione delle serate dedicate alle personalità e agli statisti liberali, abbiamo presentato le “Memorie” di Marcello Soleri. Erano con noi Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio di Torino, Olimpia Soleri, curatrice dell’Archivio Soleri e Gerardo Nicolosi, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Siena. Marcello Soleri è stato, come molti liberali dei suoi tempi, un galantuomo, dalla dirittura morale proverbiale, dai valori profondi e veri, desunti dalla provincia più autentica,  sensibile naturaliter al complesso di qualità ed ideali liberali. Ed ha saputo esserlo in tempi difficilissimi, quando la stragrande maggioranza della nazione si prostrava alla dittatura fascista, mentre lui, proprio contro questa dittatura, contro tutta la sua nomenclatura e in opposizione aperta al suo capo, ha saputo dimostrare sempre il suo aperto dissenso, le sue critiche profonde ed articolate, la sua forza indomita, senza un attimo di esitazione e a dispetto di tutte le possibili cautele. Marcello Soleri, insomma, è stato un esempio di come alcuni esponenti della classe dirigente liberale prima del fascismo e dopo il fascismo avessero realmente grandi capacità, notevoli intuizioni e immenso coraggio, spazzando via quell’immagine troppo spesso propalata di una totalità di uomini imbelli a capo di un Paese incapace di opporsi ad una banda di briganti. Le vicende, e la storia, sono sempre più complesse ed articolate rispetto alle semplificazioni o alle caricature e questo libro di “Memorie” di Marcello Soleri ce lo dimostra. Esso è un documento fondamentale per capire dall’interno le vicende politiche, economiche e sociali dell’Italia del primo cinquantennio del XX secolo. Ci parla della dimensione locale, dell’amministrazione, come sindaco, della sua Cuneo e, indirettamente, ci ricorda come l’Italia sia, fortunatamente, una nazione di campanili e di realtà particolari, ricchissime della loro specificità. Ma ci parla anche dell’Italia giolittiana, della Grande Guerra, che Soleri visse da volontario e nella quale fu ferito e decorato. I capitoli sicuramente più interessanti sono quelli che attorniano l’avvento del regime e la sua presa del potere, fitti di una cronaca piena di eventi e densi di sfumature, ma soprattutto capaci di fornire una serie di dettagli e di rivelazioni non tutti di pubblico dominio. Sono ugualmente molto interessanti, comunque, i capitoli che, partendo dalla caduta del Fascismo, hanno come oggetto le trattative, i progetti, gli atti che prelusero la fine della Seconda Guerra Mondiale, la fine della Monarchia Sabauda e la nascita della Repubblica. Questo libro può, anche, essere letto in modo trasversale, alla ricerca di elementi che, nel corso di questi anni tanto tribolati quanto decisivi, ebbero un ruolo strategicamente fondamentale. Per esempio, il Re, Vittorio Emanuele III, o il figlio Umberto, principe di Piemonte, come pure la loro corte, i loro ministri ed il peso che le loro figure ebbero, o mancarono di avere, sullo sviluppo degli avvenimenti. E ancora, la variegata composizione dei parlamentari, le loro reazioni e le loro responsabilità durante il corso della dittatura fascista e nell’arco del Ventennio. A titolo di esempio, Soleri fu tra i più risoluti oppositori del Fascismo e di Mussolini, ma fu anche molto critico di fronte alla decisione del folto gruppo di parlamentari che decisero di abbandonare l’aula del Parlamento riproponendo una secessione aventiniana che non solo non ebbe successo, ma, paradossalmente, fu tra gli atti che consolidarono il regime. Il racconto delle “Memorie” si arresta nell’autunno del 1943, ma alcuni altri contributi in Appendice raggiungono il maggio 1944. Completa l’opera, una postfazione di Elvio Soleri, fratello di Marcello. Leggere questo resoconto, che unisce l’importanza di una testimonianza storica fondamentale alla ricchezza di una galleria di personaggi, eventi e relazioni che sono stati il principale palcoscenico della storia nazionale nel primo cinquantennio del Novecento, conduce il lettore ad un indubbio arricchimento culturale, ma soprattutto alla consapevolezza che anche nei momenti più bui delle vicende del nostro Paese ci sono stati uomini, e donne, con una dirittura morale altissima e con valori profondi di immenso spessore. Valori e ideali che, non a caso, hanno potuto dare corso ad una pratica esistenziale improntata al rispetto ed alla difesa delle libertà, che non si è mai piegata ai soprusi e alle violenze, anche quando hanno toccato il proprio figlio, malmenato e ferito da mascalzoni incapaci di accettare il confronto verbale e lo scambio pacifico delle idee. Marcello Soleri non ha avuto paura nel commemorare in Parlamento la figura di Amendola, ucciso in conseguenza delle bastonate dei fascisti, e non ha avuto timore nel denunciare a voce alta il clima di illegalità e di intimidazione in cui era piombata l’Italia. La sua lezione di coraggio civile e di forza deve essere sempre tenuta presente, per ricordare a tutti l’importanza della luce della libertà. read more

L’antisionismo come nuova versione dell’antisemitismo

L’antisionismo come nuova versione dell’antisemitismo

Con Maledetto Israele, pubblicato dalla casa editrice Liberilibri di Macerata, Niram Ferretti – scrittore, saggista e tra le voci più lucide dell’ebraismo italiano – firma un libro che si colloca nel solco della migliore tradizione civile europea: un’analisi rigorosa, colta e coraggiosa dell’odio antiebraico nella sua forma contemporanea, l’antisionismo militante. Il titolo è volutamente provocatorio: non è un’accusa, ma la constatazione di una condizione storica, del “maledetto” che la cultura occidentale continua a proiettare sugli ebrei e, oggi, sullo Stato di Israele. Ferretti mostra con finezza come il bersaglio sia mutato, ma il meccanismo sia rimasto lo stesso. La demonizzazione dell’ebreo come individuo si è trasformata nella demonizzazione dell’ebreo collettivo: Israele. Al posto del deicidio, la colonizzazione; al posto dell’usura, l’apartheid; al posto della “questione ebraica”, la Palestina. Cambiano le parole, non l’impianto mentale. L’antisemitismo non scompare: cambia pelle, linguaggio, strumenti. È questa la tesi forte e scomoda del libro. Il merito di Ferretti è di non limitarsi alla denuncia morale, ma di documentare con precisione quasi filologica il modo in cui Israele è diventato l’epicentro di una narrazione distorta. Il saggio attraversa università, ONG, media, diplomazie internazionali, social network, movimenti identitari. Ovunque, spiega l’autore, opera la stessa dinamica: Israele non viene giudicato per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta. Non è più uno Stato reale con problemi reali: è un simbolo negativo, una proiezione ideologica, una metafora del male. Il libro ricostruisce episodi, dichiarazioni, risoluzioni ONU, campagne mediatiche. Mostra come perfino fatti documentati vengano manipolati per alimentare un pregiudizio antico: l’idea che tutto ciò che riguarda gli ebrei debba essere letto alla luce di una colpa originaria. Ferretti non concede attenuanti: l’antisionismo contemporaneo è l’ultima reincarnazione dell’antisemitismo europeo. Lo stile di Ferretti è asciutto, quasi chirurgico. Ogni capitolo si apre con un fatto, una citazione, un evento che diviene esempio di un meccanismo più profondo. La scrittura resta sempre elegante, mai risentita, attraverso la chiarezza argomentativa, il rifiuto del sensazionalismo, la difesa della razionalità contro il dogma. La prospettiva del libro è profondamente liberale. Ferretti difende Israele non come mito, ma come democrazia liberale, unica della regione, con stampa pluralista, magistratura indipendente, diritti civili protetti e un dibattito interno vivacissimo. È questo, paradossalmente, che più irrita i suoi detrattori. Israele dimostra che libertà, responsabilità, sovranità e identità nazionale possono convivere; ed è proprio questa convivenza a essere inaccettabile per chi sogna modelli rivoluzionari o teocratici. Ferretti denuncia, inoltre, un fenomeno inquietante: la crescente convergenza tra estremismi opposti – islamismo radicale, neo-marxismo accademico, populismo identitario – uniti dalla comune ossessione anti-israeliana. La figura dell’ebreo torna così al centro dell’immaginario politico occidentale, non per ciò che è, ma per ciò che permette di dire: che il mondo sarebbe migliore se un certo ordine liberale non esistesse più. Le pagine finali sono tra le più potenti. Ferretti avverte che l’odio antiebraico non è mai un fenomeno isolato: è un indicatore della salute morale di una società. Quando l’antisemitismo cresce, la libertà arretra. Quando Israele viene demonizzato, l’Occidente rinnega sé stesso. Difendere Israele, scrive l’autore, non significa aderire a un partito, ma difendere la civiltà della libertà, quella che ha posto l’individuo, la legge e la dignità umana al centro della vita pubblica. Maledetto Israele è un libro necessario, perché racconta la verità in un tempo di menzogne sicure, e perché ricorda che la libertà – come l’antisemitismo – non riguarda mai un solo popolo. Riguarda tutti noi. read more

La grande lezione di John Locke sulla tolleranza

La grande lezione di John Locke sulla tolleranza

Lunedì primo dicembre, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato la “Lettera sulla tolleranza”, di John Locke. Erano con noi Roberta Sala, professore di Filosofia politica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, Elisabetta Galeotti, professore doi Filosofia politica presso l’Università del Piemonte orientale, Claudio Martinelli, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Cristina Cassina, professore di Storia del pensiero politico presso l’Università di Pisa. L’Epistola de Tolerantia, composta in latino da Locke, fu pubblicata ad Gouda, in Olanda, anonima, nel 1689 e dedicata all’amico Philip Limborch, professore di teologia, che si era prodigato per aiutare l’Autore nel suo esilio nei Paesi Bassi e con cui si era spesso confrontato, sulla tolleranza e su altre tematiche. Il libro ebbe la sua gestazione dal 1685 al 1688, negli stessi anni che lo videro attendere alla composizione del “Saggio sull’intelletto umano”, a cui deve, necessariamente, correlarsi per capire le interrelazioni e le attinenze che possono emergere dal confronto fra le due opere. Nello stesso 1689, William Popple fece uscire una traduzione in inglese dell’Epistola, con sostanziali differenze e senza il beneplacito dell’Autore. Questa traduzione, tuttavia, ebbe uno straordinario successo e sarà solo verso il termine della sua vita che Locke rivelerà esplicitamente di essere l’autore dell’originale in latino. John Locke scrisse, e rifletté, intorno alla tolleranza durante tutta la sua vita di studioso, prima della pubblicazione dell’Epistola come pure dopo, ma questo testo riassume e, in un certo qual modo, condensa con chiarezza e precisione le sue posizioni in materia come pure della tradizione che lo aveva preceduto. Se il cono di luce intorno al quale si sviluppa l’articolazione dello scritto è la tolleranza religiosa, di fatto è sia intorno al concetto stesso di tolleranza che nella necessità di distinguere nettamente e precisamente le funzioni civili da quelle religiose il gruppo di meriti più importanti di questo contributo. Un contributo che intima e spiega come la pacificazione politica e l’autonomia religiosa possano darsi nella reciproca cautela a non sovrapporre i piani o ad evitare gli sconfinamenti. L’Epistola de Tolerantia, allora, è un chiaro messaggio a comprendere i limiti, a vedere con chiarezza i confini, in un clima di reciproco rispetto che fa da sfondo alla mutua consapevolezza dei rispettivi campi di influenza. E’ evidente e quasi immediato il richiamo alla lezione metodologica del “Saggio”, la grande opera elaborata nel medesimo periodo, dove il senso del limite e la riflessione intorno ai confini gnoseologici domina tutta la trattazione. E se nel “Saggio”, in particolare in alcune sue parti, possiamo trovare echi espliciti della grande tematica della tolleranza, nell’Epistola possiamo trovare la saldatura con alcune posizioni già sostenute da Locke o inserite nel “Saggio”, pubblicato nel 1690. Il filosofo inglese mostra nella “Lettera sulla tolleranza” quella strabiliante chiarezza espositiva cui deve tanta parte della sua fortuna e l’aver saputo rendere in modo esplicito e palese buona parte dell’iter intellettuale sulla tolleranza lungo i due secoli che lo hanno preceduto in una trattazione accessibile e comprensibile è sicuramente tra i suoi grandi meriti. La lezione che se ne trae non è, allora, solo quella che, di fatto, porta ad un avanzamento indubbio della discussione intorno a questi argomenti, ma anche ad un importantissimo insegnamento per la storia teoretica e pratica della libertà, di culto, certo, ma anche di espressione. La soluzione che Locke suggerisce alla apparente insanabile impossibilità di superare i contrasti è, dunque, la definizione precisa degli ambiti e il divieto a superarli, tra religione e politica, tra Chiesa e Stato. Troppo spesso sono accaduti sconfinamenti simili, in un senso o in un altro, e Locke invita tutti a comprendere dapprima il proprio status e, di conseguenza, a non andare oltre, da parte di nessuna delle parti in conflitto. Solo così il conflitto verrà estinto e ciascun ambito potrà tornare ad esplicitare se stesso nelle funzioni che più gli sono proprie, in pace e in un’atmosfera di rispetto generale. Sono molto interessanti, altresì, le problematiche che Locke non si nasconde e che stanno sempre dietro ad un concetto tanto alto quanto difficile da applicare come quello della piena tolleranza. L’incapacità, per esempio, che talune espressioni religiose mostrano nell’applicare la tolleranza, caratteristica, invece, secondo Locke di ciascuna vera osservanza; o, ancora, il contrasto che talora si evidenzia tra le leggi morali, le leggi razionali, le cosiddette “leggi di natura” e talune applicazioni degli interessi religiosi; o il presupposto della necessità della cogenza come strumento inevitabile nell’azione del magistrato civile per l’applicazione del ristretto novero di leggi che devono tutelare la sicurezza dei beni civili dei singoli cittadini; o, di nuovo, la mancata applicazione del valore della tolleranza a quei gruppi che minano la conservazione dei valori civili, come i papisti (cattolici apostolici romani, ritenuti fedeli ad un altro Sovrano, il Papa) o gli atei. Il cammino della compiuta tolleranza è stato molto lungo, sicuramente accidentato e possiamo senza tema di smentita dire che nemmeno i nostri giorni lo vedano pienamente realizzato, anzi. E tuttavia, l’Epistola de Tolerantia rappresenta una pietra miliare cui guardare per una convivenza più aperta e libera. read more

Intelligenza Artficiale, mito e realtà

Intelligenza Artficiale, mito e realtà

Con “L’intelligenza creata”, Alfio Quarteroni – uno dei matematici italiani più autorevoli, figura di spicco nel campo della modellistica numerica e della simulazione scientifica – offre al pubblico un libro che riesce in un’impresa rara: spiegare l’intelligenza artificiale con rigore scientifico, linguaggio accessibile e un’attenzione etica priva di retorica. Il volume non è un trattato per specialisti, ma un percorso ragionato sul cuore dell’AI contemporanea, condotto da un uomo di scienza che conosce dall’interno i limiti e le potenzialità dei modelli matematici. Quarteroni parte da una distinzione fondamentale: l’AI non è magia, costruzione umana, insieme di algoritmi che apprendono dai dati prodotti da noi. L’autore riporta l’AI entro il perimetro della razionalità scientifica, liberandola sia dall’allarmismo distopico sia dall’enfasi salvifica. L’intelligenza artificiale è, anzitutto, una tecnologia predittiva, frutto di calcoli e approssimazioni, dunque necessariamente imperfetta. Una lezione profondamente liberale: nessuna macchina, per quanto sofisticata, possiede la conoscenza totale; nessun modello può sostituire la responsabilità dell’individuo. Il libro attraversa le principali tappe dell’AI moderna: i primi modelli logici, il machine learning, le reti neurali, l’esplosione dell’AI generativa, mostrando come ogni passaggio sia stato possibile grazie ai progressi matematici, dalla disponibilità di dati e dalla potenza di calcolo. Quarteroni ha la rara capacità di far comprendere la matematica come linguaggio della realtà: dai modelli dietro alle reti neurali profonde, dai sistemi dinamici ai grandi dataset, nulla viene banalizzato ma tutto è reso intelligibile. Il cuore del volume è dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza naturale. Quarteroni riconosce l’impressionante capacità dei modelli di apprendere correlazioni inaccessibili alla nostra mente, ma ne mette in luce i limiti strutturali: mancanza di consapevolezza, di interpretazione, di vero ragionamento causale. L’AI non “capisce”: calcola. È una differenza ontologica che l’autore difende contro tentazioni di equiparare la macchina all’uomo. La responsabilità sociale, l’intuizione creativa, la sensibilità restano prerogative umane. Di grande interesse è anche la sezione dedicata ai dati: chi li raccoglie, come vengono selezionati, come influenzano il comportamento degli algoritmi. Quarteroni mostra che il vero potere non è nell’AI, ma in chi controlla i dati e definisce le metriche di addestramento. Qui il libro tocca un punto cruciale: la necessità di preservare la libertà individuale in un mondo in cui i processi decisionali rischiano di essere opachi e centralizzati. Gli algoritmi non sono neutrali: riflettono le scelte di chi li progetta. Non manca un’analisi dei rischi, trattati però con misura: il pericolo non è la “ribellione delle macchine”, bensì il tecnocratismo umano che pretende di delegare all’AI decisioni politiche, mediche o giudiziarie senza valutarne davvero l’affidabilità. Quarteroni ricorda che i modelli predittivi funzionano entro condizioni specifiche, non universali: una macchina può essere straordinaria nel classificare immagini, ma completamente inaffidabile nel prendere decisioni morali o nel gestire fenomeni complessi come società, pandemie o mercati. Un ammonimento prezioso in anni in cui qualcuno sogna di sostituire la politica con l’algoritmo. Nelle ultime pagine, l’autore adotta un tono civico: l’AI è una tecnologia di libertà solo se governata da istituzioni trasparenti e cittadini consapevoli; deve restare strumento e non potere che si affida a pochi o che pervade come mistero. La vera sfida non è tecnica, ma culturale: formare menti capaci di comprendere, criticare e usare l’AI senza subirla. Nessuna autorità – nemmeno digitale – può sostituire la centralità della persona. “L’intelligenza creata” è, in conclusione, un libro prezioso: chi cerca un manuale tecnico troverà chiarezza; chi cerca un orientamento civile troverà un pensatore che unisce il rigore della scienza alla prudenza del liberalismo classico. Quarteroni non celebra né demonizza l’AI: la riporta alla sua dimensione reale, quella di una invenzione umana straordinaria che richiede giudizio, responsabilità e libertà. read more