«A bello, fame et peste, libera nos Domine!»
Generazioni di uomini di ogni tempo e luogo si sono rivolti a Dio chiedendo la liberazione da guerra, fame e pestilenza. Don Beniamino Di Martino, nel suo ultimo libro, Libertà e coronavirus: Riflessioni a caldo su temi sociali, economici, politici, e teologici (Monolateral), presentato lo scorso 8 febbraio durante la 116ª serata di Lodi Liberale, lo ricorda con vigore, perché oggi, al contrario, corre l’idea che questa pandemia sia un fenomeno del tutto eccezionale, quasi inconcepibile. Anche il Papa, che pure dovrebbe custodire le antiche memorie dell’umanità, riferendovisi, ha parlato dei “tempi inimmaginabili che stiamo vivendo”. Eppure, nihil novi sub sole, pestilenze ed epidemie ci sono sempre state e segnatamente, negli ultimi decenni l’“inimmaginabile” è stato esplorato in capolavori letterari, produzioni cinematografiche e finanche premiati giochi di ruolo. La pandemia era tutt’altro che imprevedibile, dunque, perché, come dice Di Martino, in quest’epoca di globalizzazione era chiaro a molti, e non solo agli scienziati, che sommando due fattori come “le epidemie cui l’umanità non è mai riuscita a sottrarsi” e una mobilità mai raggiunta prima, c’era piuttosto da interrogarsi “non sul se, ma sul quando sarebbe scoppiata”. L’eccezionalità sta piuttosto nell’impreparazione con cui la crisi è stata affrontata e nelle reazioni che, a torto o a ragione, ha suscitato negli uomini e nei loro rappresentanti istituzionali. Tra queste, indubbiamente, un’inedita e coercitiva limitazione delle libertà personali ed economiche, argomento che diventa topico nel libro insieme all’acquiescente e acritica superficialità con cui tali limitazioni sono state spesso accettate.
Perciò il libro di don Beniamino Di Martino, non è, o almeno non vuol essere solo, un instant book che ripercorre la cronaca di un anno di epidemia. È il libro di uno storico, un pensatore, un filosofo, un appassionato cultore di scienze sociali, un libertario seguace degli autori di Scuola austriaca, il quale, senza sottovalutare la tragedia del virus, suggerisce di guardare, attraverso i fatti, a realtà meno contingenti, meno visibili, ma essenziali. “Si potrebbe dire che questo non è un libro sul virus, ma sull’uomo o, piuttosto, sull’uomo in rapporto al virus.” Don Beniamino Di Martino cerca di cogliere quasi sub specie aeternitatis, la situazione nella quale si è trovato ciascuno di noi, e lo fa strutturando il suo ponderoso lavoro su quattro livelli, sociale, economico, geopolitico e teologico. Le sue ampie riflessioni, benché ramificate e corroborate da una straordinaria bibliografia, anelano a condensarsi nel frutto di una visione complessiva, di un giudizio, per dirla in termini kantiani, “riflettente”, non quindi sul fatto preso in sé, la pandemia, ma sulle condizioni, sui prerequisiti spirituali, culturali, morali – i meme più consolidati e spesso pregiudiziali che hanno inquadrato ex ante il rapporto tra gli uomini e la pandemia. Ed ecco, perciò, il nodo della libertà venire subito al pettine. È troppo filosofo, don Beniamino, e filosofo esperto di scienze sociali, per non sapere che la libertà, in quanto capacità di autodeterminazione, comporta molti addentellati: consapevolezza, razionalità, autonomia, realismo, attenzione, sviluppo delle capacità funzionali, autentica responsabilità e cooperazione. La recta ratio agibilium, la giusta ratio dell’agibile, come Tommaso d’Aquino chiamava sulla scia di Aristotele la prudenza, è virtù figlia del libero arbitrio, e non va confusa con la timidezza, la paura o la doppiezza. È bensì l’eccellenza nella capacità di deliberazione, l’arte di soppesare i moventi prima del determinarsi della volontà in quanto facoltà razionale che organizza le scelte tendenti al bene. “La prudenza è la virtù che dirige ogni azione al debito fine, e perciò cerca i mezzi convenienti affinché l’opera riesca in tutto ben fatta, […] dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo.” Ma come potranno più gli uomini esercitarsi nella deliberazione, e maturare pragmaticamente, in rebus, nell’agone quotidiano del confronto concreto con la realtà, lo sviluppo della loro natura razionale, la capacità di organizzare le scelte, in società dove la burocrazia è tanto pervasiva da rendere costantemente eterodiretta la vita di gruppi e persone e dove le relazioni tra mezzi e fini sono costantemente predeterminate dall’alto tanto da ottundere ai cittadini le più elementari libertà di scelta? “Dove è più l’individuo che, secondo il principio di sussidiarietà, può e deve fare da sé? Non si finisce gradualmente col considerare lo Stato come una nuova famiglia, un nuovo educatore, una nuova guida, alla fine una nuova divinità?” (Marcello Pera, cit.)
Don Beniamino sa bene che alla base dell’autentica responsabilità stanno il realismo e la prudenza. Il realismo è connesso al fatto che il fondamento della verità è l’adeguazione dell’intelletto alla realtà ed è quotidianamente offuscato dall’ideologia che, con tutti i suoi stereotipi e velleitarismi, comporta spesso caratteri esiziali. Il primo capitolo ne fornisce una disamina serrata. Da questo punto di vista Nicolás Gómez Dávila “invitava a ritenere l’astrazione una tentazione che allontana da Dio ben più insidiosamente della sensualità.” La prudenza invece, essendo la virtù del bene concretamente agibile, si misura, come diceva don Giussani, “sulla verità della cosa stessa prima ancora che sulla moralità”, sulla norma o sull’apparenza di bontà. Proprio perciò l’opera, l’agibile attuato, diventa segno di immaginazione, di una creativa eppure concreta, spesso sinergica e cooperativa adesione alla realtà. Qualità oggi più necessarie che mai. In ciò sta la forza e la superiorità della cultura della libertà che trova soluzioni responsabili laddove il potere uniforma, livella e alla fine deresponsabilizza. Da ciò il primato dell’individuo e della società di fronte allo Stato.
Bisogna dunque esercitare una sorta di critica trascendentale del giudizio, e in primo luogo tracciare confini a difesa di quel contesto estremamente realistico, prioritario alla politica e ai suoi cliché, il mondo concreto della vita, con tutti gli elementi di un ordine morale e sociale già naturalmente connessi alla prudenza, e ovviamente, al diritto civile, la cosiddetta iuris-prudentia. Solo dopo potremo arbitrare, e non più ideologicamente, la delicata partita tra “massimalisti salutisti (acritici) e ostinati negazionisti (ipercritici)”.
L’autodeterminazione è lo spazio, l’ambiente connaturato allo sviluppo della volontà e del bene personale. Ma ne è anche il nutrimento, il carburante principale. Perciò è fondamento di ogni autentica realizzazione umana, sia a livello personale che sociale. Ci insistono ormai non solo gli autori di Scuola austriaca, ma anche i fautori (ormai trasversali) del cosiddetto “capabilities approach”. Non esiste alcun bene pubblico senza il bene dei singoli, perché senza di questo non c’è, in effetti, il bene di nessuno. La cruciale rilevanza sociale, pubblica, della libertà è invece costantemente sottovalutata, e potremmo definirla il convitato di pietra al banchetto dei media e della politica, che urlano piuttosto la necessità di ulteriori cessioni verso meccanismi regolatori imposti dall’alto, esaltando uno statalismo sempre più dongiovannesco, dissennato, libertino quanto, paradossalmente, liberticida. Ecco perché il bene comune è costantemente, disatteso. Ammoniva già Tacito: “Corruptissima re publica, plurimae leges”.
Diventa necessario rendersi conto, come dice Di Martino, che “la scelta a favore della salute (o anche a favore del servizio pubblico) e a danno della libertà comporta la beffa di perdere la seconda senza comunque ottenere o salvaguardare la prima. Si tratta, quindi, di un falso conflitto perché non solo per una migliore salute (o un migliore servizio sanitario) non occorre svendere l’autodeterminazione, ma esattamente la difesa della propria facoltà di scelta, educando alla responsabilità ed alla parsimonia, garantisce al meglio la salute (e la qualità delle cure).”
Ne sono esempio i paesi che nel mondo hanno ottenuto il miglior controllo della pandemia, come la Corea del Sud, Taiwan, Singapore ed Hong Kong, con risultati utopistici e a bassissimo impatto economico rispetto a quelli dove sono enormi i costi del welfare pubblico. Si tratta di società dinamiche, a forte trazione capitalistica, con una minima ma efficiente statualità, quasi senza sanità pubblica, ma pullulanti di una grande libertà di scambio e di mercato, libertà simile forse a quella che noi abbiamo sperimentato solo nei primi decenni del secondo dopoguerra, gli anni che fecero la nostra fortuna, ponendo le basi della nostra successiva e purtroppo, ormai, sempre più decrescente prosperità.
“Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”, sottolinea Di Martino, e la libertà “si custodisce mettendo e mantenendo lo Stato sotto assedio”. A ciò fa eco Gómez Dávila, i cui bellissimi e densi aforismi sono disseminati lungo tutto il libro: “la politica saggia è l’arte di rafforzare la società e di indebolire lo Stato.”

