Una via per non accettare il tramonto dell’Occidente

Una via per non accettare il tramonto dell’Occidente

Per secoli l’Occidente ha rappresentato, agli occhi del mondo, il luogo in cui sono nate alcune delle più straordinarie conquiste della storia umana: la libertà politica, il governo limitato, il metodo scientifico, l’economia di mercato, la tutela dei diritti individuali. Oggi, però, la domanda sembra essersi rovesciata. Non ci si chiede più soltanto se l’Occidente sia in grado di affrontare le sfide provenienti dall’esterno, ma se sia ancora capace di riconoscere il valore della propria civiltà. Una società che smette di credere nella propria storia può davvero continuare a difendere la libertà che quella storia ha contribuito a costruire?
È questo l’interrogativo che attraversa “Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo” di Luigi Marco Bassani. Il volume non è soltanto un saggio di storia delle idee, né esclusivamente un’opera di geopolitica. È soprattutto una riflessione sul rapporto sempre più problematico che l’Occidente intrattiene con se stesso. La tesi dell’autore è tanto semplice quanto provocatoria: oggi la più grande crisi dell’Occidente non nasce principalmente dall’ascesa di potenze rivali, ma dall’indebolimento della fiducia che gli occidentali ripongono nella propria tradizione culturale e politica.
Bassani accompagna il lettore in un lungo itinerario che parte dalla Grecia antica e arriva fino ai conflitti culturali del nostro tempo. Non si tratta di una semplice ricostruzione cronologica, ma della ricerca delle radici profonde della civiltà occidentale. Le guerre persiane, la filosofia greca, il cristianesimo, la rivoluzione scientifica, l’Illuminismo, la nascita dello Stato moderno e l’esperienza americana vengono letti come tappe di un’unica vicenda storica: quella di una civiltà che ha fatto della libertà, della responsabilità individuale e della razionalità i propri tratti distintivi. Particolarmente significativa è la riflessione dedicata al mondo greco, dove la libertà viene presentata non come un’eredità garantita una volta per tutte, ma come una conquista che ogni generazione è chiamata a difendere.
Uno degli aspetti più originali del libro consiste nell’idea che l’identità occidentale non sia definita esclusivamente dalla geografia o dall’origine etnica. Come osserva l’autore richiamando il pensiero greco, una civiltà si fonda innanzitutto sulla condivisione di valori, istituzioni e cultura. È una prospettiva che permette di interpretare l’Occidente non come una realtà chiusa, ma come una tradizione storica aperta a chiunque scelga di riconoscersi nei suoi principi fondamentali.
Su queste basi il volume affronta alcuni dei temi più discussi del dibattito contemporaneo: immigrazione, confini, islam, Stato sociale, crisi europea, antiamericanismo, ideologia woke e rapporto tra libertà e sicurezza. Bassani propone una lettura dichiaratamente schierata, sostenendo che molte delle difficoltà attuali derivino dalla progressiva rinuncia dell’Occidente a difendere la propria identità politica e culturale. In questa prospettiva, fenomeni apparentemente diversi vengono ricondotti a un’unica questione: la perdita della consapevolezza di ciò che ha reso l’Occidente una civiltà originale nella storia dell’umanità.
Di particolare interesse è anche il confronto tra Europa e Stati Uniti. Il libro evidenzia come le due sponde dell’Atlantico, pur condividendo la stessa matrice culturale, abbiano progressivamente sviluppato atteggiamenti differenti verso la propria storia. L’America continua a manifestare una maggiore fiducia nella propria tradizione costituzionale e nella centralità della libertà individuale, mentre l’Europa appare spesso attraversata da un atteggiamento autocritico che rischia di trasformarsi in una sistematica delegittimazione del proprio passato. È proprio questa frattura interna a dare senso al titolo dell’opera: il conflitto più profondo non oppone l’Occidente ai suoi avversari esterni, ma due diverse idee di Occidente.
Il pregio del volume risiede soprattutto nella capacità di tenere insieme storia, filosofia politica e attualità senza perdere di vista il filo conduttore della riflessione. Le numerose citazioni di autori classici e moderni contribuiscono a costruire un dialogo continuo tra passato e presente, mostrando come molte delle questioni che oggi sembrano nuove abbiano radici profonde nella storia della civiltà occidentale.
“Occidente contro Occidente” è dunque un libro che invita a riflettere prima ancora che a prendere posizione. La sua domanda di fondo supera le singole vicende politiche e riguarda il destino stesso delle società libere. Perché nessuna civiltà viene meno soltanto a causa della forza dei propri avversari. Più spesso inizia a declinare quando smette di riconoscere le ragioni della propria esistenza e il valore delle libertà che ha saputo costruire. È un interrogativo che riguarda il presente dell’Occidente, ma soprattutto il suo futuro. read more

Piero Gobetti, o dell’intransigenza liberale

Piero Gobetti, o dell’intransigenza liberale

Lunedì 29 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La rivoluzione liberale”, di Piero Gobetti. Erano con noi Gerardo Nicolosi, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Siena, Luca Tedesco, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre e Francesco Tesio, studioso della figura e dell’opera di Piero Gobetti. Questo libro è stato pubblicato dall’Autore presso la Casa editrice che portava il suo nome nell’aprile del 1924, in un frangente davvero drammatico della vita politica in Italia e decisivo per la definitiva fine delle apparenze di libertà civili e rappresentative nel nostro Paese. Dall’ottobre del 1922, dopo la Marcia su Roma, era in carica il primo governo presieduto da Benito Mussolini e lungo tutto il 1923 fino alle elezioni politiche proprio del 1924, si erano succedute violenze, pestaggi e intimidazioni ad opera di frange violente inequivocabilmente connesse con il Partito Nazionale Fascista e con il suo leader. L’uscita di questo libro avvenne proprio in concomitanza della vittoria del Listone Fascista alle elezioni del 6 aprile, quella vittoria che, durante la prima seduta del nuovo Parlamento, il 31 maggio, Giacomo Matteotti denunciò come una frode, un broglio perpetrato con le violenze alle urne. Come è noto, pochi giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti fu rapito da una squadra di fascisti, su esplicito ordine del Capo del Governo in carica, Benito Mussolini, e fatto trovare morto due mesi dopo. Piero Gobetti, come tutti, ebbe chiaro che l’omicidio Matteotti rappresentò la fine di ogni finzione e l’avvento pieno ed incontestabile della dittatura in Italia. Molti parlamentari, come è noto, appena dopo il rapimento di Matteotti, attueranno una forma di protesta eclatante, la fuoriuscita dal Parlamento nota come Aventino (in ricordo della forma di protesta in uso nell’antica Roma). Questa mossa al posto di indebolire, rafforzò il Capo del Governo, anche in ragione del mancato intervento del Re, tanto che Mussolini potè pronunciare il celebre discorso del 3 gennaio 1925, discorso in cui si assunse ogni responsabilità e dove la dittatura ebbe un inizio formale. Nei due anni successivi, saranno approvate le Leggi Fascistissime, di fatto gli strumenti con i quali l’opposizione veniva cancellata e dove tutti i poteri si accentrarono nelle mani del dittatore. Per sommi capi, questo è il contesto in cui maturò e si svolse il resto della brevissima vita di Piero Gobetti, morto nel febbraio del 1926 da esule in Francia in seguito alle complicazioni derivate da una serie di pestaggi che scherani del regime gli procurarono a più riprese. La sua figura è nota e si annovera, sicuramente, tra gli oppositori più coraggiosi, efficaci e fermi della dittatura, che egli seppe riconoscere ben prima che si instaurasse e che non mancò mai di denunciare e di combattere. Non crediamo sensato nè opportuno fornire cenni biografici che sono facilmente reperibili quanto, piuttosto, porre l’accento su alcuni passi di questo libro, che fu, sicuramente, il suo più noto e che si articola, sinteticamente, in una rassegna che, partendo da quanto lasciato dal Risorgimento, si dipana nelle tensioni e nelle contrapposizioni dell’Italia tra Ottocento e primo Novecento, fino alla Grande Guerra e all’avvento del tiranno che porrà fine alle libertà costituzionali. Proprio l’ultimo capitolo è dedicato al Fascismo ed al suo Capo, restando un modello di feroce denuncia e di intransigente critica, una serie di pagine esemplari di opposizione articolata e precisa ad un movimento e ad un’Italia che, in fondo, aveva prodotto il proprio boia e i propri carnefici. Intransigente è, probabilmente, l’aggettivo che meglio spiega Piero Gobetti, un giovane che, tragicamente, andrà incontro al proprio destino per la sua intima ed irriducibile volontà di non recedere, di non piegarsi, di non derogare, abbracciando la battaglia, per usare le sue parole, come alla propria salvezza. Gobetti ebbe ben chiaro che i tempi in cui si trovò a vivere lui e la sua generazione lo togliessero dalle occupazioni che normalmente popolano la vita dei suoi coetanei, immersi in un placido disimpegno quando non nell’indifferenza. Ma i responsabili della fine della libertà istituzionale andavano denunciati, per un senso del dovere troppo forte per essere tralasciato. Piero Gobetti, ed altri come lui, furono i “disperati sacerdoti” di questa intransigenza e questa forza dell’animo, unita ad un coraggio sprezzante delle possibili conseguenze e ostile ad ogni compromesso, sarà uno dei suoi lasciti più importanti. Insieme, sicuramente, alla convinzione che, ai suoi tempi, la “rivoluzione liberale” fosse parte intima e convinzione piena della borghesia italiana, che, invece, egli vedeva, incline all’accordo con lo stato, scambiando i favori dei dazi e del protezionismo con il prono pagamento delle imposte. Ecco, nel libro, sono presenti anche molti passi estremamente originali, indici di una notevolissima capacità di analisi, come in quella pagina dove, lamentando l’insolubiltà della “questione burocratica”, denuncia come “per fare gli italiani, abbiamo dovuto farli impiegati e abbiamo abolito il brigantaggio solo trasportandolo a Roma”. La lettura di questo testo è in grado di darci, oltre che una cupa visione di un Paese immaturo, anche il piacere di molte intuizioni, che come tutte le intuizioni di grande valore, parlarono a quel tempo e parlano ancora ora. read more

Libertà per il Venezuela oppresso dalle dittature comuniste

Libertà per il Venezuela oppresso dalle dittature comuniste

Ci si immagina spesso che una dittatura nasca in una notte. Un colpo di Stato, i carri armati nelle strade, la sospensione della Costituzione, la chiusura dei giornali. La storia, però, insegna che quasi mai va così. Più spesso la libertà si consuma lentamente, senza clamore, attraverso una lunga sequenza di piccoli cedimenti che, presi singolarmente, sembrano persino giustificabili. Solo quando il processo è compiuto ci si accorge che tornare indietro è diventato quasi impossibile.
È proprio questa la lezione che emerge da “The Freedom Manifesto. La mia lotta per la libertà”. María Corina Machado, oggi il volto più autorevole dell’opposizione democratica venezuelana, non offre soltanto la testimonianza di chi ha vissuto sulla propria pelle la repressione del regime di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi. Propone soprattutto una riflessione su come una democrazia possa svuotarsi dall’interno fino a conservare soltanto le proprie apparenze.
Il pregio maggiore del libro è quello di evitare spiegazioni semplicistiche. Sarebbe facile attribuire ogni responsabilità a Chávez o a Maduro, trasformando la vicenda venezuelana nella storia di due uomini che hanno imposto con la forza un sistema autoritario. Machado sceglie invece una strada più complessa e, proprio per questo, più convincente. Il Venezuela non è precipitato improvvisamente nella dittatura: vi è arrivato attraverso un lento processo di concentrazione del potere, di indebolimento delle istituzioni, di progressiva dipendenza dei cittadini dallo Stato e di progressiva erosione delle libertà economiche e civili. È una trasformazione che avanza quasi sempre in nome della giustizia sociale, dell’uguaglianza o della sicurezza, fino a quando la libertà diventa il prezzo silenzioso che una società accetta di pagare.
In questa prospettiva il petrolio assume quasi il ruolo di un protagonista invisibile. L’immensa ricchezza naturale del Paese, che avrebbe potuto rappresentare un’opportunità straordinaria di sviluppo, finisce invece per alimentare un modello fondato sulla distribuzione politica della ricchezza. Quando è lo Stato a controllare le principali risorse economiche, cresce inevitabilmente anche il suo potere sulla vita quotidiana delle persone. La dipendenza economica si trasforma progressivamente in dipendenza politica e la promessa di protezione sostituisce poco alla volta la cultura della responsabilità individuale.
Il libro racconta questo processo senza indulgere nella retorica. Accanto all’analisi trovano spazio episodi personali, testimonianze di oppositori, storie di famiglie divise dall’esilio, arresti arbitrari, intimidazioni e persecuzioni. Sono pagine che ricordano come dietro ogni riflessione sulle istituzioni esistano sempre persone concrete. La perdita della libertà non è un concetto astratto: significa rinunciare a esprimere un’opinione, vedere chiudere la propria impresa, assistere all’emigrazione dei figli o vivere nell’incertezza che una decisione politica possa cambiare improvvisamente il corso della propria esistenza.
Eppure “The Freedom Manifesto” non è un libro costruito sul risentimento. Il tono rimane sorprendentemente fiducioso. Machado continua a credere che la libertà rappresenti la naturale aspirazione dell’uomo e che nessun sistema autoritario riesca davvero a cancellarla. Anche nei momenti più drammatici emerge la convinzione che la società civile, se mantiene viva la propria coscienza, possa ritrovare la forza di ricostruire istituzioni democratiche autentiche.
È probabilmente questa la ragione per cui il libro supera i confini della vicenda venezuelana. Il suo interesse non consiste soltanto nel comprendere che cosa sia accaduto a Caracas negli ultimi venticinque anni. La domanda che accompagna il lettore riguarda tutte le democrazie contemporanee: quanto sono solide le nostre istituzioni? Quanto siamo disposti a sacrificare libertà in cambio di sicurezza, benessere o protezione? E soprattutto, sapremmo riconoscere il momento in cui la democrazia iniziasse lentamente a svuotarsi?
Sono interrogativi che non appartengono esclusivamente all’America Latina. Riguardano ogni società libera. Per questo “The Freedom Manifesto” merita di essere letto non soltanto come il racconto coraggioso di un’oppositrice politica, ma come un invito a riflettere sulla fragilità delle istituzioni democratiche. Perché le democrazie raramente muoiono all’improvviso. Più spesso si spengono lentamente, mentre i cittadini continuano a convincersi che ciò che stanno perdendo non potrà mai essere perduto davvero. read more