Vizi privati e pubbliche impunità. Per un ritorno alla “vocazione” in magistratura

Il volume di Stefano Zurlo (Il nuovo libro nero della magistratura – Peccati e vizi nelle sentenze del CSM, Baldini & Castoldi, 2024) è una continuazione della rassegna cronachistica incentrata sui procedimenti disciplinari a carico di magistrati e condotti dal Consiglio Superiore della Magistratura.

La lettura del sottotitolo fa venir in mente quei vizi clandestini ed a lunga scadenza della gente che t’inganna con la dolcezza e che poi rivela di aver continuamente scavato in profondità di cui cennava, con prosa difficilmente eguagliata Saul Bellow. E così capita, sfogliando le pagine del volume di Zurlo, di veder le teste dall’ottima reputazione – i magistrati – sbucare da sotterra in luoghi oscuri. E quali sarebbero i luoghi oscuri? Niente più e niente meno che quei luoghi secondari, con luce soffusa – ed ancor più spesso: in controluce – dove si praticano i traffici meno nobili e, soprattutto, meno coerenti con l’alto ministero dei magistrati. Poco importa se giudici o pubblici ministeri che essi siano. Luoghi e pratiche che stendono, a legger i resoconti dei procedimenti disciplinari selezionati da Zurlo, un’ombra evidente sulla mitologica alterità morale della magistratura.

Onestà intellettuale imporrebbe, in ogni caso, di precisare: non della magistratura per intiero, posto che tra i troppi responsabili di condotte poco commendevoli sul piano prima etico e spesse volte criminale non sarebbe giusto comprendere nel giudizio negativo quei magistrati, che poi statisticamente sono la maggioranza, che svolgono con dignità e serietà il proprio ingrato compito, che poi è ingrato perché incentrato, per ricorrere ai termini del Sermone della Montagna, in quell’arte del giudicare che il buon cristiano dovrebbe evitare.

La cronaca di Zurlo, che stilisticamente lascia poco spazio alla creatività ed alla fascinazione della lettura, richiamerebbe alla mente, in un ideale contrappasso, la prosa che molti anni fa un Maestro del diritto, Piero Calamandrei aveva voluto dedicare ai giudici nel suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”.

Non si tratta di cullarsi nostalgicamente nell’ammirazione di un passato che non è più. Non fosse altro perché tanto è scemato il livello medio della magistratura quanto è radente il suolo quello della sua ideale avversaria nelle aule di giustizia, l’avvocatura.

Si tratta, molto più semplicemente, di tentare di recuperare un modello di condotta che pare essersi affievolito.

Il titolo stesso del volume di Zurlo, che dà volentieri il gomito al proprio vicino “politico”, dipinge volutamente uno scenario triste e pessimista.

Ne viene fuori un galateo del magistrato scritto all’incontrario, perché vi si trovano narrate e descritte, riportando il linguaggio spesso ridicolmente burocratico dei verbali delle denunzie, condotte che avrebbero a che fare più con smargiassi e vessatorie mezze maniche di potere ingiustamente acquisito che non l’ideale di magistrato cui andavano dedicate le pagine di Calamandrei.

Il magistrato che minaccia sobillando allo sventurato destinatario del suo abuso “lei è a conoscenza del lavoro che svolgo?” assume chiaramente toni e sembianze del truffatore o dell’estortore e non giudice che avrebbe dovuto imparare, fin dai primi anni del suo uditorato, che il suo unico commensale ammesso al desco avrebbe dovuto esser la propria indipendenza, per far sempre ricorso alla prosa di Calamandrei.

Poco importa se poi, alla fine, quella mela marcia è stata effettivamente allontanata dalla magistratura – ed una volta tanto, pari di capire, con un procedimento disciplinare che si è concluso con sanzioni dosate in misura non omeopatica.

Quel che importa, piuttosto, è l’affresco che ne vien fuori. Che, come si è detto e per carità: è per fortuna affresco parziale e persino minoritario, ci lascia l’impressione che anche per la magistratura rischi di esser venuta meno la vocazione della toga.

E non usiamo a caso il termine vocazione: la lingua tedesca chiama la professione “beruf”, che vuol dire, appunto, vocazione. Ecco, se la magistratura smette di esser una vocazione e diviene un impiego – e lo stesso valga per la sorella professione dell’avvocatura, diviene terreno di conquista di faccendieri e carrieristi. Pronti a tutto ma sicuramente non adatti a quella difficile e tremenda attività umana che è il giudicare.

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