Lunedì 2 giugno abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate al pensiero liberale e libertario, il libro di Rainer Zitelmann “Come le nazioni possono sconfiggere la povertà”. Erano con noi Marco Valerio Lo Prete, vice direttore de “Il Foglio”, Claudio Dordi, professore di Diritto Internazionale presso l’Università Bocconi di Milano ed Alessandro Vitale, professore di Geografia economico-politica presso l’Università degli Studi di Milano. In quest’opera, dove sono esaminati due casi-scuola, come la Polonia e il Vietnam degli ultimi 35 anni, viene ancora tenuta alta la fiaccola della lezione di Adam Smith che, nell’ Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni del 1776 indicava nella interconnessione fra libertà economica, quadro normativo garantito, crescita e ridotta ingerenza statale. Questa stella polare, che potremmo condensare nella tutela e nello sviluppo dell’economia di mercato, ha consentito alle due nazioni considerate di uscire da una condizione generalizzata di estrema povertà ed indigenza, frutto delle rispettive storie, delle rispettive guerre e del carico debilitante delle ideologie che le hanno attraversate, per giungere ad un benessere diffuso, a risultati straordinari ed a non dover più pensare alla sopravvivenza. Varrà la pena, a latere ed a titolo significativo, fornire un dato esterno ed incontrovertibile : dal 1981 ad oggi, in Cina, le persone che vivono in condizioni di estrema povertà sono passate dall’88% all’1%, in corrispondenza dell’introduzione della proprietà privata e dell’economia di mercato, due fra i pilastri più importanti, anche se non i soli, di una società aperta.Stroncare la povertà è un nobile quanto auspicabile obiettivo che l’umanità deve sempre porsi, ma quello che risulta certo, dall’analisi dei dati, dalla valutazione dei casi storici e dalle più approfondite considerazioni socio-economico-politiche, è che lo strumento più adeguato per giungere a questo difficile risultato sembra essere che la società, le istituzioni, il governo, lo stato consentano, permettano e non ostacolino le persone a diventare quanto più possibile ricche. Di sicuro, l’aiuto allo sviluppo non sembra rappresentare il mezzo adeguato per fronteggiare e risolvere il problema della povertà. Valutando l’esempio che viene dalla Polonia e dal Vietnam, dove la condizione di povertà e di indigenza era una durissima e diffusa realtà fino a non molto tempo fa, noi notiamo che entrambe, al di là delle molte somiglianze nelle loro storie, ad un certo punto hanno deciso di guardare a se stesse, senza dare la colpa all’Occidente o all’Oriente, né senza cercare in Occidente ed Oriente aiuti o elemosine, ma abbracciando risolutamente l’economia di mercato, per cercare di essere tutti più ricchi. Perché nella ricchezza e nel perseguirla non c’è nulla di male o di innaturale (anzi !), e se i cittadini di una nazione desiderano un maggior agio economico, l’intera società dimostrerà di avere un prerequisito importante per un superiore dinamismo. Questo è proprio ciò che è avvenuto in Polonia e in Vietnam dopo la fine del loro periodo di guerre e di comunismo e questa è, ancora una volta, a distanza di tanti anni, la bontà della lezione di Adam Smith. Non si può imporre dall’alto nessuna forma di regolamentazione economica o statale che non sia desiderata da chi la deve esercitare, e, quindi, non si possono calare dall’alto, ex abrupto, il capitalismo, l’economia di mercato o la democrazia. Quello che sembra più adeguato, nello specifico, è che la leadership politica, come è avvenuto in Vietnam e in Polonia, non si opponga agli sviluppi spontanei della società e che renda operativo un quadro giuridico che renda certo il diritto e le garanzie. Sorprendentemente, dice Zitelmann, sono proprio i più poveri, i più svantaggiati dalla distribuzione dei talenti della vita, i più sfortunati che hanno più bisogno dell’economia di mercato, perché è nell’economia di mercato che le categorie più basse possono sperare concretamente di migliorare la qualità della loro vita. Le economie come la nostra, pericolosamente abituate agli agi dell’economia libera, devono sempre essere consapevoli che si può perdere la libertà in un attimo. La libertà è un bene da salvaguardare al prezzo della continua sorveglianza, per noi come per chiunque. Ecco, allora, che i casi di Polonia e Vietnam ci parlano, inaspettatamente, di noi. Ci rivelano, cioè, con la freschezza della loro determinazione, con la forza delle loro decisioni, con l’impeto della consapevolezza e della dignità che viene dal dipendere da se stessi e dal perseguire la libertà economica di ciascuno, come il nostro Paese sia divenuto vecchio, stagnante, per certi versi persino ostile all’economia di mercato. I formidabili esempi di Polonia e Vietnam ci inducono al compiacimento per i loro successi, ma, d’altro canto, non possono che indurci a riflettere sul grado di apertura che la nostra società, il nostro ceto intellettuale, i cittadini di questa Repubblica hanno nei confronti di un’autentica economia di mercato, se non per accusarla, a sproposito, di tutti i mali di cui la loro spesso inconfessabile indolenza si rende responsabile. L’auspicio è, quindi, che questo libro venga letto, per capire che anche il nostro Paese, un tempo, aveva imboccato la via virtuosa di queste economie, prima di abbracciare risolutamente la strada del lamento.
