Possiamo ancora dubitare della democrazia?

Lunedì 17 febbraio abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Democrazia. Il dio che ha fallito”, di Hans Hermann Hoppe. Erano con noi Carlo Lottieri, professore di Filosofia del Diritto presso l’Università Telematica Pegaso, Raimondo Cubeddu, Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni ed Andrea Venanzoni, Segretario Generale Assocyber. Quando si affronta una tematica come quella posta dal titolo, è bene sgombrare subito il campo da equivoci, ma essere, al contempo, estremamente chiari : ogni argomento, compreso lo stesso concetto di “democrazia, sia a livello teorico che a livello di applicazione pratico-politica, può e deve essere messo sotto la lente critica, per analizzarne al meglio e sotto tutte le angolature, eventuali problemi o implicazioni. Questa precisazione iniziale può sembrare tanto didascalica quanto ridondante, in realtà essa dovrebbe ricordare a tutti che la ricerca è un’attività libera, su tutti i campi che interessano e che su essa non dovrebbero esserci censure preventive, ostacoli, divieti. Hans Hermann Hoppe, autore dalla solida formazione filosofica, è un intransigente difensore dei diritti di proprietà. Per lui, attentare a questi diritti, o violarli, o, in qualche modo, calpestarli o, comunque, ignorarli rappresenta un attentato molto grave all’uomo in quanto uomo, alla sua essenza, come si sarebbe detto utilizzando quel linguaggio filosofico da lui appreso in lunghi anni di studio. A suo modo di vedere – e questa posizione è argomentata lungo il corso della sua carriera accademica, oltre che attraverso la pubblicazione di alcuni libri altrettanto “scandalosi” quanto questo e di polemiche spesso sorprendenti – la libertà e la proprietà sono i fondamenti umani da tutelare e da preservare prima di ogni altro aspetto del vivere comune. In quest’ottica, Hoppe è un intellettuale che  cerca di portare alle sue estreme conseguenze ed alle sue logiche conclusioni le posizioni che sostiene, fra le quali il primato incontestabile del singolo sul collettivo, dell’individuo sul vivere associato. Cerchiamo, giunti a questo punto, di riconnettere i fili di quanto finora esplicitato in merito alle riflessioni di questo pensatore americano di origine tedesca per provare a rendere più chiaro il senso di quest’opera, probabilmente la sua più nota : la ricerca su ogni singolo argomento deve essere libera, la scelta stessa del campo di ricerca deve essere improntata e caratterizzata dalla massima libertà; la libertà e la proprietà sono per l’individuo, l’ente primario che conta sopra ogni altra cosa, le sue caratteristiche più distintive e quindi più decisive da tutelare, che non vanno mai coartate; il quadro che emerge dall’analisi della democrazia da parte di Hoppe, alla luce delle premesse che abbiamo voluto ribadire per far comprendere meglio il contesto entro cui la sua speculazione si muove, è un insieme di critiche molto pesanti, critiche che, in ultima analisi, possono essere riunite in una serie di ben precise posizioni. Le democrazie moderne, a parere di Hoppe, sono imperniate sia sulla rappresentanza che sulla maggioranza, aspetti che si rivelano, ad un’approfondita immagine, estremamente pericolosi, se non addirittura antitetici per la libertà e la proprietà individuali, oltre che per il libero mercato. Esse dimostrano la loro esclusività, oltre che palesare l’impossibilità di essere sovvertite da un sistema caratterizzato non tanto dalla negazione delle libertà individuali, come può avvenire sotto una dittatura, quanto da un’alternativa basata proprio sull’assoluta libertà individuale e sul pieno rispetto dei diritti di proprietà di ciascuna persona. Sostenere queste idee è sicuramente urticante in un panorama che ha eletto la democrazia come unico orizzonte e che l’ha consegnata nell’empireo degli argomenti tabù, che non possono essere messi in discussione, dio laico del quale non è possibile avere dubbi. Hoppe, invece, mostra ben più di un dubbio e non manca di usare tutta la forza di tesi tanto spiazzanti quanto originali per instillare nei suoi lettori almeno la parvenza di un’esitazione. Se il XX secolo è stato il secolo del Socialismo, nelle sue forme più totalitarie, da esse non dovrebbe essere dimenticata anche la democrazia, base dello stato di tipo occidentale che non può dirsi compiutamente e completamente rispettoso del singolo individuo, soprattutto se esso è dissenziente o minoritario. E ancora, ci sono aspetti che le democrazie non consentono, o fanno di tutto per ostacolare, tra cui le secessioni, o la disobbedienza fiscale, e questo dovrebbe farci riflettere. Le democrazie, poi, per loro intrinseca tendenza, vanno verso l’omologazione e inducono i loro cittadini al conformismo e alla scomparsa della diversità, come pure alla centralizzazione e al rifiuto del governo locale, ad una visione malintesa di patria o di nazione e ad ostacolare le micro associazioni realmente rispettose degli individui. Le democrazie sono per natura innervate di egualitarismo e l’egualitarismo e la proprietà privata sono fra loro incommensurabili, visto che la proprietà privata implica esclusività, diseguaglianza e differenza. Hoppe ci parla con la voce di un liberalismo coerente, che sarebbe auspicabile ascoltare in quanto ha da dire, per non cadere nell’indifferenza senza accorgercene. Si può essere d’accordo o meno con le sue valutazioni, ma sapere che qualcuno si permette di dubitare di miti indiscussi, è perlomeno confortante.

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