Lunedì 29 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La rivoluzione liberale”, di Piero Gobetti. Erano con noi Gerardo Nicolosi, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Siena, Luca Tedesco, professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre e Francesco Tesio, studioso della figura e dell’opera di Piero Gobetti. Questo libro è stato pubblicato dall’Autore presso la Casa editrice che portava il suo nome nell’aprile del 1924, in un frangente davvero drammatico della vita politica in Italia e decisivo per la definitiva fine delle apparenze di libertà civili e rappresentative nel nostro Paese. Dall’ottobre del 1922, dopo la Marcia su Roma, era in carica il primo governo presieduto da Benito Mussolini e lungo tutto il 1923 fino alle elezioni politiche proprio del 1924, si erano succedute violenze, pestaggi e intimidazioni ad opera di frange violente inequivocabilmente connesse con il Partito Nazionale Fascista e con il suo leader. L’uscita di questo libro avvenne proprio in concomitanza della vittoria del Listone Fascista alle elezioni del 6 aprile, quella vittoria che, durante la prima seduta del nuovo Parlamento, il 31 maggio, Giacomo Matteotti denunciò come una frode, un broglio perpetrato con le violenze alle urne. Come è noto, pochi giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti fu rapito da una squadra di fascisti, su esplicito ordine del Capo del Governo in carica, Benito Mussolini, e fatto trovare morto due mesi dopo. Piero Gobetti, come tutti, ebbe chiaro che l’omicidio Matteotti rappresentò la fine di ogni finzione e l’avvento pieno ed incontestabile della dittatura in Italia. Molti parlamentari, come è noto, appena dopo il rapimento di Matteotti, attueranno una forma di protesta eclatante, la fuoriuscita dal Parlamento nota come Aventino (in ricordo della forma di protesta in uso nell’antica Roma). Questa mossa al posto di indebolire, rafforzò il Capo del Governo, anche in ragione del mancato intervento del Re, tanto che Mussolini potè pronunciare il celebre discorso del 3 gennaio 1925, discorso in cui si assunse ogni responsabilità e dove la dittatura ebbe un inizio formale. Nei due anni successivi, saranno approvate le Leggi Fascistissime, di fatto gli strumenti con i quali l’opposizione veniva cancellata e dove tutti i poteri si accentrarono nelle mani del dittatore. Per sommi capi, questo è il contesto in cui maturò e si svolse il resto della brevissima vita di Piero Gobetti, morto nel febbraio del 1926 da esule in Francia in seguito alle complicazioni derivate da una serie di pestaggi che scherani del regime gli procurarono a più riprese. La sua figura è nota e si annovera, sicuramente, tra gli oppositori più coraggiosi, efficaci e fermi della dittatura, che egli seppe riconoscere ben prima che si instaurasse e che non mancò mai di denunciare e di combattere. Non crediamo sensato nè opportuno fornire cenni biografici che sono facilmente reperibili quanto, piuttosto, porre l’accento su alcuni passi di questo libro, che fu, sicuramente, il suo più noto e che si articola, sinteticamente, in una rassegna che, partendo da quanto lasciato dal Risorgimento, si dipana nelle tensioni e nelle contrapposizioni dell’Italia tra Ottocento e primo Novecento, fino alla Grande Guerra e all’avvento del tiranno che porrà fine alle libertà costituzionali. Proprio l’ultimo capitolo è dedicato al Fascismo ed al suo Capo, restando un modello di feroce denuncia e di intransigente critica, una serie di pagine esemplari di opposizione articolata e precisa ad un movimento e ad un’Italia che, in fondo, aveva prodotto il proprio boia e i propri carnefici. Intransigente è, probabilmente, l’aggettivo che meglio spiega Piero Gobetti, un giovane che, tragicamente, andrà incontro al proprio destino per la sua intima ed irriducibile volontà di non recedere, di non piegarsi, di non derogare, abbracciando la battaglia, per usare le sue parole, come alla propria salvezza. Gobetti ebbe ben chiaro che i tempi in cui si trovò a vivere lui e la sua generazione lo togliessero dalle occupazioni che normalmente popolano la vita dei suoi coetanei, immersi in un placido disimpegno quando non nell’indifferenza. Ma i responsabili della fine della libertà istituzionale andavano denunciati, per un senso del dovere troppo forte per essere tralasciato. Piero Gobetti, ed altri come lui, furono i “disperati sacerdoti” di questa intransigenza e questa forza dell’animo, unita ad un coraggio sprezzante delle possibili conseguenze e ostile ad ogni compromesso, sarà uno dei suoi lasciti più importanti. Insieme, sicuramente, alla convinzione che, ai suoi tempi, la “rivoluzione liberale” fosse parte intima e convinzione piena della borghesia italiana, che, invece, egli vedeva, incline all’accordo con lo stato, scambiando i favori dei dazi e del protezionismo con il prono pagamento delle imposte. Ecco, nel libro, sono presenti anche molti passi estremamente originali, indici di una notevolissima capacità di analisi, come in quella pagina dove, lamentando l’insolubiltà della “questione burocratica”, denuncia come “per fare gli italiani, abbiamo dovuto farli impiegati e abbiamo abolito il brigantaggio solo trasportandolo a Roma”. La lettura di questo testo è in grado di darci, oltre che una cupa visione di un Paese immaturo, anche il piacere di molte intuizioni, che come tutte le intuizioni di grande valore, parlarono a quel tempo e parlano ancora ora.
