Nella serata di lunedì 18 gennaio 2021 abbiamo presentato il saggio di Marco Minghetti “I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione”. Per commentare questo poco conosciuto contributo del pensiero liberale italiano ottocentesco erano presenti Carlo Guarnieri, professore di Sistemi Giudiziari Comparati presso l’Universita’ di Bologna, Raffaella Gherardi, professore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Universita’ di Bologna e Stefano Bruno Galli, professore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Universita’ degli Studi di Milano.
Marco Minghetti è stato Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia in due occasioni, ministro dell’Interno con Cavour e Ricasoli, ministro dell’Agricoltura dell’Industria e del Commercio durante il mandato di Luigi Federico Menabrea, ministro delle Finanze nel governo presieduto da Luigi Carlo Farini e titolare del medesimo dicastero durante i suoi due mandati a capo del Governo. Fu inoltre deputato in ben nove legislature, ed è principalmente ricordato per essere il primo ( e finora unico) in grado di realizzare il pareggio di bilancio. Questo risultato, ottenuto anche con una pressione fiscale che, al tempo fu avvertita come iniqua, ma che oggi risulterebbe irrisoria, fu soprattutto il frutto di un’attenzione scrupolosa ai conti pubblici, di un indirizzo teso a non appesantire la spesa gravandola di voci eccessive e di un puntiglio nell’evitare gli sprechi. Potremmo definirlo un bilancio (ed una gestione) all’insegna del rigore e della correttezza amministrative, caratteristiche, insomma, che possiamo esprimere come indirizzi di controllo del Tesoro di stampo liberali, eccezionali nei loro programmi e nei loro risultati e che, infatti, poterono dar luogo ad un unicum mai più ripresentatosi dall’Unita’ ad oggi. Potremmo, soprattutto, individuarlo come uno dei successi di un’impostazione attenta a non gravare eccessivamente sul contribuente, ma a fare in modo che lo Stato non si appropriasse di troppe competenze, un’impostazione che non si sbaglia a definire diretta promanazione delle idee del liberalismo classico in materia di controllo delle finanze. Pur con le molte ombre che ogni stagione storica si porta dietro e pur con tutti i limiti che l’applicazione di idee come queste ha incontrato nel tessuto sociale dell’Italia post-risorgimentale, dovendo fare anche i conti con problematiche estremamente invasive che l’unificazione produsse all’economia del Paese, per uomini come Minghetti vale l’appellativo di “statisti”, ossia di politici capaci di andare ben al di là del contingente, dell’immediato, del consenso per proiettare la loro opera al di là della loro generazione, scegliendo il futuro come dimensione verso cui proiettare la propria azione. Nel suo caso, poi, si è verificata quella rara combinazione di notevole preparazione specifica, abilità diplomatica senza perdere di vista, tuttavia, i punti di riferimento cardinali (il complesso del liberalismo classico italiano dell’Ottocento) ed ideali cui sempre conformò i suoi atti. Lo sforzo cui mirò fu di mantenere a posto i conti, nella precisa consapevolezza e nella corretta convinzione che una politica economica e finanziaria di questo tenore potesse avviare l’Italia sui giusti binari.
Veniamo ora allo scritto presentato durante la serata, che si presenta come una denuncia di un malcostume allo stato germinale all’epoca della composizione (1881) dell’opera e che ci fornisce uno spaccato significativo della scena politica in un’Italia unita da appena vent’anni. Una società in grande fermento, che sta vivendo il passaggio già avvenuto dalla Destra alla Sinistra Storica (ricordiamo che fu proprio il secondo Governo presieduto da Marco Minghetti ad essere l’ultimo esecutivo della Destra Storica, sancendo di fatto il passaggio da una stagione della politica segnata da una classe che aveva portato il Paese ad una complessa e controversa Unità ad una nuova nomenclatura ed a nuovi scenari). Minghetti assiste a questa nuova fase come esponente autorevole dell’opposizione, il cui prestigio è riconosciuto da entrambe le parti e che può formulare un’analisi davvero acuminata di ciò che gli si parla di fronte. Uno “spettacolo” dove l’afflato ideale sembra aver lasciato il posto ad atteggiamenti molto più prosaici, più tesi ad una logica spartitoria che si può riassumere in un’indebita intromisssione della politica (Governo, partiti, gruppi) sul Parlamento, sulla giustizia e sull’amministrazione. Minghetti, insomma, ci espone in questo pamphlet articolato la nascita di una malcostume tipicamente nostrano, quell’ingerenza ingiustificata che non rispetta i piani e gli ambiti e che è all’origine di molti nostri mali attuali. Minghetti non si limita a denunciare i mali di una politica ipertrofica, ma mostra tutta la competenza che gli è venuta da anni di esperienza ed il grado di conoscenza dei molti meccanismi delle leve statali proponendo vie di uscita ed offrendo alternative costruttive che colpiscono per la loro originalità e preveggenza (su tutti precisi progetti di decentramento ed una già chiara comprensione del principio di sussidiarietà).
Pur nella consapevolezza che ogni riflessione su testi o documenti storicamente situati debba tenere conto primariamente del contesto nel quale esso sono stati prodotti (come pure delle personalità di coloro che ne sono stati gli autori), ciò nondimeno non si può non tenere in debita considerazione la formidabile attualità di molte delle conclusioni cui perviene la riflessione dello statista bolognese intorno alle derive cui può giungere una politica lasciata esondare. Queste conclusioni, precedute da una disamina attenta e puntuale del panorama sotto i suoi occhi, colpiscono per la loro precisione e per un fondamentale atteggiamento di predisposizione “etica” (potremmo dire, come prima si accennava, anche “ideale”) che informa ed innerva tutte le parti dello scritto. Troveremo in esse non solo il rigore con il quale l’Autore preparava i suoi bilanci ed i conti del Regno, ma anche, allo stato larvale, quelle gravi storture che caratterizzeranno tutta la storia successiva, dall’epoca del Trasformismo fino a quella umbertina e giolittiana, per poi passare, dopo la dittatura del Ventennio fascista, alla democrazia parlamentare nelle sue incarnazioni di Prima, Seconda e Terza Repubblica.

