Lunedì 7 giugno 2021, durante il centotrentatreesimo evento di Lodi Liberale, abbiamo presentato, nell’ambito del percorso di illustrazione dei classici del pensiero della libertà, il libro di Étienne de la Boétie “Discorso sulla servitù volontaria”. Erano presenti Carlo Lottieri, professore di Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Verona, Dario Caroniti, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Messina e Paolo Luca Bernardini, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi dell’Insubria.
Questo libro ha una forza inversamente proporzionale alla sua, relativamente, ridotta dimensione, presentando tutta una serie di questioni ineludibili per chiunque voglia porsi dinnanzi alle complesse problematiche del vivere associato. Innanzitutto, la riflessione di questo formidabile Autore, nato nel 1530 e morto giovanissimo nel 1563, parte da una critica spietata nei confronti del comando di uno su molti, ma anche del potere stesso, da lui visto come un dominio, un sopruso, al punto tale da fargli ritenere come ottimale, la condizione di mancanza di signori. Perché è proprio in questo che, secondo la Boétie, si trasforma ogni potere : in una schiavitu’.
L’Autore ha esperienza dinnanzi a se’, nel momento in cui scrive, giovanissimo (1552-1553), questo pamphlet eversivo e per moltissimi versi inaudito, dello scenario segnato dalle guerre di religione, dagli scontri, in tutta la Francia (come pure nel suo Perigord) fra cattolici ed ugonotti, uno scontro sia confessionale che politico. Scontro che porterà a morti, terrori, esecuzioni, con un Paese lacerato dalle divisioni e sull’orlo continuo di una guerra civile. Al ventenne Étienne de la Boétie , tutto questo parve, evidentemente, troppo, ed è in questo senso che dobbiamo leggere, in controluce, gli esiti e le tesi del suo strabiliante lavoro. Un trattato che colpisce, certo, per la vasta erudizione, per la padronanza retorica, per la conoscenza del mondo classico e dei grandi autori greci e latini, ma che colpisce soprattutto per i contenuti. Anche al giorno d’oggi, non solo nella Francia della metà del XVI secolo, sostenere i punti espressi nel “Discorso sulla servitù volontaria” è esprimere punti di vista molto dissonanti dal milieu dominante. Il “Discorso” rappresenta davvero un’opera spiazzante, eccentrica, originalissima.
Per l’Autore, l’obbedienza stessa è un denso mistero, che si deve provare a spiegare in quanto è nella comprensione del senso dell’obbedienza all’autorita’, nei motivi per cui si fornisce il consenso che ci si deve interrogare. Dalle risposte a questo mistero dipende il significato stesso della politica. Perché obbediamo ? Perché, soprattutto, obbediamo al potere anche quando opera la schiavitu’ ai nostri danni ? Perché acconsentiamo alle nostre catene ?
Quanto viene sottolineato a più riprese, e accompagnato da autentico, ripetuto stupore, è la sorpresa che coglie lo sguardo dell’Autore dinnanzi al consenso dato dalla moltitudine all’asservimento che viene operato dall’uno, in special modo il tiranno. Siamo noi a consegnare al nostro carnefice le chiavi della nostra libertà. Noi siamo coloro che possono decidere in ogni momento se essere liberi o schiavi, e con frequenza pressoché unanime decidiamo per la nostra schiavitu’. Una schiavitu’ particolare, la schiavitu’ volontaria, appunto. Una condizione nella quale, contro la logica e contro la natura, chiudiamo noi stessi i nostri ceppi. E pur avendo la possibilità in ogni momento di liberarci da questi ceppi, dalla servitù in cui ci siamo volontariamente rinchiusi, di fatto non lo facciamo se non in pochissimi casi.
Come uscire da questa empasse ? Étienne de la Boétie suggerisce un metodo che suona come la risoluzione del nodo gordiano : non acconsentire più alla propria schiavitu’, non essere gli artefici della propria perdita della libertà personale semplicemente smettendo di servire. Questa autoliberazione passa, quindi, attraverso la consapevolezza che non si deve più obbedire al tiranno, perché è sulla nostra obbedienza e sul nostro consenso che egli fonda il suo potere. Inoltre, questo cammino di autoliberazione passa anche attraverso l’auto affermazione dei propri diritti naturali oltre che su valori come l’onore, la dignità di una vita autentica, il coraggio di opporsi ad un’esistenza miserabile in un’autoreclusione, la sofferenza.
Sono molte le acute riflessioni contenute nel piccolo libretto presentato e la loro completa illustrazione esula dai compiti di questo nostro resoconto. Ma ad esse sicuramente rimandiamo tutti coloro che hanno a cuore i destini della libertà individuale, nel presente come nel futuro.
Ci sia concesso, tuttavia, mettere in luce una coppia di aspetti, fra i molti. Il primo si richiama all’analisi di sopra e ci permette di evidenziare come esista una corresponsabilità della società e dei singoli uomini e delle singole donne all’affermarsi di un regime tirannico o di un governo. Troppo spesso questa corresponsabilità si trasforma in acquiescenza, in disinteresse, in insensibilità o addirittura in volontaria (ancora una volta) cecità. Il secondo aspetto richiama un’immagine bellissima, tra le tante, dove si dice che esisterà sempre qualcuno che, non riuscendo ad abituarsi alla schiavitù, si comporterà come un Ulisse sempre in cerca del fumo della sua casa, un Ulisse della libertà che sempre aspirerà ai suoi diritti naturali ed a quelli dell’intera umanità.

