Virus, medicina, risvolti sociali delle crisi

Lunedì 25 ottobre 2021 abbiamo presentato il libro di Alberto Mingardi e Gilberto Corbellini “La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia”. Erano con noi gli Autori, rispettivamente Direttore generale dell’istituto Bruno Leoni e professore di Storia della Medicina presso l’Università La Sapienza di Roma, con Matteo Bassetti, professore di Malattie infettive presso l’Università degli Studi di Genova.

“La società chiusa in casa” va ben oltre la povera attuale stigmatizzazione del “vaccino sì-vaccino no” “lockdown sì-lockdown no”. Attraverso sei capitoli Corbellini e Mingardi analizzano malattie, virus e vaccini da un punto di vista storico, filosofico-scientifico, sociologico e politico, esponendo i propri dubbi sull’utilità di imporre obblighi come soluzioni universali al problema “salute”. Il messaggio sullo sfondo è unico: attenzione a non colpevolizzare la “Società Aperta” (quella globalizzata in cui viviamo) dell’arrivo della pandemia, e a non reagire chiudendoci in noi stessi: significherebbe rinunciare al progresso. Piuttosto, avvaliamoci dei progressi raggiunti, nell’ambito dello scambio economico e della ricerca scientifica per uscirne più forti di prima.

I primi due capitoli trattano di medicina ed epidemie in termini più tecnici e storiografici. Secondo gli autori, noi non abbiamo armi contro il virus perché esso è fatto per riprodursi senza avere uno scopo specifico: lo fa inconsapevolmente. Questo ha messo la medicina davanti ai suoi limiti, seppur negli ultimi anni abbia raggiunto risultati quasi infallibili e straordinari nei confronti di molte altre malattie (come quelle cronico-degenerative). Avevamo creduto di essere invincibili, ma le malattie infettive sono ancora tra le più mortali al mondo e la loro letalità aumenta in relazione alla densità abitativa e al contatto.

È facile dire che se l’uomo non avesse antropizzato gli ecosistemi ora vivremmo più in simbiosi con la natura e determinate malattie non ci toccherebbero nemmeno. Tuttavia, questa non è una legge universale, e sarebbe necessario analizzare ogni singolo ecosistema per capire se presenta le caratteristiche di acceleratore o tampone per i parassiti patogeni per la nostra specie. Quello che dobbiamo evitare, secondo gli autori, è farci ingannare da quell’idea paternalistica (e pseudoscientifica!) che sia necessario regolamentare tutte le attività umane per prevenire la diffusione dei patogeni.

Gli autori, infatti, insistono sul concetto che pandemia (e realtà) abbiano caratteristiche “darwiniane”, per cui non possiamo permetterci di invocare il “contagio zero” o la “soppressione della malattia”: essa continuerà ad evolversi in rapporto a noi in modo più o meno imprevedibile, per cui ipotizzare modelli sulla sua trasmissibilità significa semplicemente scambiare la realtà per qualcosa di “altro”. I lockdown avevano l’intenzione di concepire il virus come qualcosa di statico e non avevano fatto i conti (o non volevano farli) con il darwinismo intrinseco di ogni virus. L’idea del distanziamento sociale e delle mascherine come soluzione alla pandemia seguivano tutte la stessa direzione.

All’interno di questa cornice, gli autori ricordano che le nuove scoperte e invenzioni, come i vaccini, furono sempre osteggiati da tabù e idee magiche non appena prodotti. Uno dei peggiori tabù che rimangono oggi è che i vaccini siano una minaccia alla vita umana. Tuttavia, con un po’ di statistica ci accorgeremmo che il vero tabù è fare i conti con le nostre convinzioni imperfette: tendiamo a sovrastimare rischi poco probabili (come la morte per vaccino) e a sottostimare rischi molto probabili (la possibilità di fare un incidente in moto).

Gli autori criticano una narrazione che è diventata velocemente celebre durante la pandemia, ovvero quella di vedere Covid-19 come l’esito di (fantomatiche) precedenti politiche neoliberiste volte ad investire solo nella ricerca scientifica “che fa profitto” piuttosto che nei più incerti vaccini. Di qui la rinnovata richiesta dello Stato “imprenditore”, in prima linea per soddisfare le necessità della società, in particolare nei momenti di crisi. Dimenticandosi che le decisioni “pubbliche” o “statali” sono il risultato di opinioni di individui privati, ci si crogiola nell’idea che sarà lui (lo Stato) a capire meglio di chiunque altro dove è meglio investire nella ricerca.

Infine, il libro si chiude con una riflessione sulle conseguenze tipiche di ogni crisi (come guerre mondiali, crisi terroristica, crisi finanziarie…): ci troviamo davanti ad uno Stato che acquisisce più peso all’interno della nostra società, come spiegano chiaramente G. Miglio e Higgs. In economia non ci si limiterà ai “ristori”, ma già i nuovi piani di ingente spesa pubblica per risollevare il PIL sono salutati come manna dal cielo dai nostri governanti. La domanda che rimane aperta in termini economici e politici è: possiamo davvero permettercelo?

Commenta l'articolo

commenti