Lunedì 23 marzo abbiamo presentato il libro “L’economia di cui nessuno parla” di Enrico Colombatto, professore di Politica Economia all’Università degli Studi di Torino. Si tratta della versione italiana di un’opera già affermata a livello internazionale, pubblicata nel 2011 per la casa editrice Routledge col titolo di “Markets, Morals and Policy-Making”.
Il libro di Colombatto si apre con un’analisi delle cause che hanno scatenato la crisi economica che ci ha colpito negli ultimi anni e iniziata nel 2007 sul mercato dei mutui subprime americani. Secondo l’autore, la responsabilità della crisi non va individuata nei meccanismi di un libero mercato privo di regole o in una fantomatica speculazione finanziaria, bensì nelle misure decise dagli Stati e dalle varie banche centrali – in particolare dalla Federal Reserve americana – che hanno distorto i meccanismi di mercato, inondando l’economia di moneta, abbassando artificialmente i tassi di interesse, “ingannando” così gli operatori economici e scatenando quindi la bolla speculativa. L’autore elenca numerosi meccanismi perversi che hanno contribuito alla crisi, evidenziando però che essi sono stati tutti creati da autorità pubbliche, la cui invasività nell’economia è quindi all’origine degli attuali problemi economici dei vari paesi, contrariamente alla vulgata comune che incolpa, invece, la speculazione e la brama di profitto degli operatori privati.
L’approccio economico dominante, fortemente criticato dall’autore, ragiona sulla base di “aggregati” macroeconomici (il PIL, i consumi, la spesa pubblica, gli investimenti, il “moltiplicatore” keynesiano) che sono del tutto indipendenti dagli interessi e dalle reali preferenze individuali. Questo porta a una continua giustificazione dell’intervento pubblico considerato migliorativo e risolutivo di presunti problemi economici, mentre invece esso ha effetti incerti e imprevedibili, distorcendo i prezzi di mercato e, conseguentemente, le informazioni che i cittadini utilizzano per perseguire i propri interessi individuali. Il risultato finale è l’impossibilità di compiere le scelte economiche più convenienti e di soddisfare così le proprie preferenze.
La legittimazione dell’interventismo statale, giustificato con il perseguimento del “bene comune”, della “giustizia sociale” o di altri obiettivi generici, porta inevitabilmente alla formazione di gerarchie, élites, gruppi di potere e coalizioni che decidono e impongono a tutti i loro valori attraverso il potere coercitivo cello Stato. Quindi, con il pretesto di perseguire un’idea astratta di giustizia, si apre la via all’intervento pubblico senza limiti che provoca violazioni dei diritti di proprietà, al fine di redistribuire le risorse.
Qual è dunque la soluzione per preservare la libertà individuale? Secondo Colombatto, è illusorio pensare che, per fissare i confini dell’intervento pubblico, la soluzione possa essere di carattere costituzionale: come ha magistralmente scritto il filosofo Anthony de Jasay, “Una Costituzione è come una cintura di castità di cui il legislatore possiede le chiavi”. L’unica soluzione vera è quella di partire da un ideale di giustizia basato sui “principi primi”, che per un liberista sono solo due: la dignità individuale (tutte le preferenze sono ugualmente legittime se non producono una violazione della libertà altrui) e la libertà dalla coercizione (la proprietà di sé e dei frutti del proprio lavoro, di cui ciascuno può disporre liberamente, è un valore inalienabile). Questi principi si traducono concretamente nella difesa della piena libertà di contratto (lo Stato non può vietare atti di capitalismo tra adulti consenzienti) e del libero mercato (vanno eliminati tutti gli ostacoli agli scambi).
Insomma, la prospettiva liberista si giustifica non sulla base di considerazioni di efficienza o di performance economica, bensì per una ragione squisitamente morale: il libero mercato va difeso non perché funziona, ma perché è giusto.

