Il limite dello Stato come fulcro del liberalismo

Lunedì 21 febbraio abbiamo presentato, nell’ambito dei classici del pensiero liberale e libertario, il libro di Herbert Spencer “L’individuo contro lo Stato”. Erano con noi Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, Giovanni Giorgini, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Bologna e Enzo Di Nuoscio, professore di Filosofia della Scienza presso l’Università degli Studi del Molise.

L’opera è composta di quattro saggi, scritti e pubblicati nel 1884, e rappresenta, compiutamente, lo scritto politico più noto dell’Autore. Herbert Spencer fu il maggiore filosofo dell’età vittoriana e, sicuramente, lo scrittore che, con il suo vasto programma di sistemazione dei campi della conoscenza, ebbe la maggiore notorietà in Europa nella seconda metà del XIX secolo. In questa raccolta di saggi, poi radunata sotto il titolo di “Man Against the State”, Spencer sostiene una linea che potremmo definire di liberalismo classicamente inteso, inclinante verso posizioni libertarie. Questo libro è un salutare ammonimento a ricordare sempre di cosa si tratta propriamente quando si parla di liberalismo classico, oltre che l’osservanza per come si è sempre palesata questa veneranda tradizione : il tentativo continuo e programmatico di ridurre il perimetro dello Stato, perché riducendo l’ambito dell’interferenza pubblica si tutela e si allarga l’ambito della sfera della libertà individuale e privata.

Spencer ci mette in guardia di fronte agli pseudo liberali, a coloro che, ai suoi tempi (ma potremmo dire anche ai nostri tempi) si volgono verso il fronte conservatore, sconfessando, de facto, l’essenza stessa del liberalismo classico e propugnando, a vario titolo e sotto diversi rispetti, l’interventismo, l’eccesso governativo e legislativo, il dominio dell’indifferenziato sul singolo. In quest’ottica, ben comprenderemo la posizione di Spencer sulle imposte, considerate una limitazione di libertà personale e aventi spessissimo effetti diretti ed indiretti biasimevoli. Con grande acume, l’Autore ci ricorda, però, che nonostante tutti i suoi innumerevoli fallimenti, l’interventismo statale e governativo non cessa mai di manifestarsi, come pure la fede in esso e negli strumenti usati.

È molto interessante rilevare la correlazione operata da Spencer tra una legislazione eccessiva, una burocrazia esondante, una struttura sociale impostata sulla cooperazione obbligatoria (di tipo militare) ed il socialismo. Che, con chiarezza e senza possibilità di compromessi, viene ritenuto una forma di schiavitù. Allo stesso modo, seppure con una considerazione di segno diametralmente opposto, è significativo che Spencer abbia connesso la società industriale basata sul contratto e la cooperazione volontaria alle imprese private, allo sviluppo, al progresso, all’economia libera di mercato. Sicuramente, i dettagli di queste posizioni, qui sintetizzate per fornire un resoconto dell’opera, meritano di essere affrontate analiticamente, come pure le riflessioni sulla famiglia, sui diritti individuali, sui limiti delle maggioranze.

Ci fa piacere concludere con quello che sembra essere, per come è formulato, una sorta di lascito che Spencer ha voluto formulare per la sua generazione e per le successive, così tanto protese verso l’ampliamento del potere delle rappresentanze : un liberalismo autentico deve porsi come obiettivo la limitazione del potere dei Parlamenti.

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