Lo scorso 21 gennaio abbiamo presentato il libro di Giovanni Palladino “DON LUIGI STURZO, Maestro di verità e di libertà” insieme all’autore (Segretario Generale di Servire l’Italia) e a Flavio Felice (Professore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università degli Studi del Molise).
La figura e l’opera di don Sturzo sono state al centro dell’esposizione e della discussione successiva per mostrarne l’indubitabile attualità, ma ancor di più per far comprendere quanto poco il suo pensiero e le sue intuizioni siano state accolte e, quindi, quanta feconda potrebbe essere la sua riproposizione ragionata e consapevole per costruire una teoria e una prassi politica per il futuro del nostro Paese.
Il libro è scritto da Giovanni Palladino, ma si potrebbe dire che è nato dalla lunga elaborazione del padre, Giuseppe Palladino, che fu amico personale del sacerdote di Caltagirone, un vero e proprio apostolo del pensiero sturziano e delle sue opere. Il padre dell’autore fu anche animatore, nei confronti di monsignor Luigi Giuliani, della causa di beatificazione di don Luigi Sturzo, la cui fase diocesana è terminata il 24 novembre 2017. Il volume non ha certo un intento agiografico, ma è piuttosto un excursus su una figura tanto importante quanto dimenticata, tanto centrale quanto disattesa, tanto ispiratrice quanto volutamente accantonata.
Il primo aspetto che emerge dalla lettura del volume è, certamente, la grandezza di questo gigante cattolico, prete impegnato nel sociale e nella politica in un’epoca difficilissima per l’Italia; ma vi si coglie anche, di riflesso, il senso di una lezione che non è stata raccolta, di un magistero e di indicazioni che sono state disattese, di una classe dirigente che non ha saputo o voluto comprendere la grandezza di Don Luigi Sturzo. Analizzando, infatti, la lunga parabola dell’Impegno inossidabile di quest’uomo straordinario, non si può che registrare, accanto al riconoscimento postumo delle sue immense qualità unite al suo talento quasi infallibile per le profezie, un parallelo misconoscimento da parte della quasi totalità del mondo intellettuale, ecclesiale e parlamentare con cui si è trovato a confrontarsi.
Una delle occasioni per l’invito alla presentazione del libro era rappresentata dal centenario dell’Appello ai Liberi e Forti, il manifesto redatto provvisoriamente da una commissione del Partito Popolare Italiano il 18 gennaio 1919. Detto Appello rappresenta, lo ricordiamo, il momento fondamentale per la discesa in campo dei cattolici superando il «non expedit» e quindi entrando nella gestione della cosa pubblica. In questo testo ci fu l’ispirazione di don Sturzo, capace di trasporre nel popolarismo parte della Dottrina sociale della Chiesa, parte del conservatorismo, del liberalismo economico e finanche di alcune suggestioni del socialismo. Quest’uomo, insomma, ha aperto ai cattolici le porte del loro impegno nella vita sociale e politica italiana.
Don Sturzo ha dovuto combattere contro nemici di ogni tipo, seduti lungo tutto l’arco parlamentare. E ha dovuto fronteggiare anche molti nemici interni, procurati dalla sua incrollabile coerenza e dalla sua intransigenza nel non venire a patti, per esempio, con la nascente dittatura fascista.
Don Sturzo è stato costretto all’esilio durante il ventennio e al termine della Guerra, nella fase costituente e nella fondazione della Democrazia Cristiana del dopoguerra, non ha ricevuto sicuramente la centralità che la sua storia e la profondità delle sue riflessioni meritavano. Ma quest’uomo indomito ha continuato a diffondere i valori del popolarismo, che poi, per sua esplicita ammissione, sono i valori del Vangelo e della Dottrina Sociale della Chiesa.
Dal punto di vista del contesto liberale evocheremo due fra i molti punti di tangenza che si possono istituire fra l’esperienza sturziana e un liberalismo classico attento alla salvaguardia della sfera individuale di fronte all’invadenza dello Stato.
Ebbene, il primo è che don Sturzo era convinto e consapevole che solo in un contesto caratterizzato dall’economia di mercato e dalla tutela dei diritti di proprietà fossero possibili istituzioni sociali e politiche davvero libere. Come pure era convinto che il mantenimento e la salvaguardia dei fondamenti liberi del vivere civile e religioso avessero come conseguenza un organismo sociale ed economico aperto e plurale, quindi migliore.
Il secondo è il legame con un grande liberale del Novecento, ovvero Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica, economista e studioso liberale di rilievo internazionale. Egli volle espressamente nominare, fra i Senatori a vita espressi dal suo mandato, don Luigi Sturzo, indicandolo come uno degli esempi cui l’Italia repubblicana del dopoguerra, di qualsiasi orientamento o appartenenza, dovesse guardare come guida del proprio cammino.
L’auspicio è che le giovani generazioni e il mondo a venire sappiano estrarre, dalla multiforme miniera rappresentata dalla vita e dalle opere del sacerdote di Caltagirone, le molte pietre preziose ancora sepolte per farne insegnamento e guida.

