Le distorsioni nel sistema di autocontrollo della magistratura

Il libro intervista che Alessandro Sallusti ha pubblicato con Luca Palamara “Lobby e logge. Le cupole occulte che controllano “Il sistema” e divorano l’Italia”, presentato martedì 29 marzo in occasione di una serata-evento organizzata da Lodi Liberale, cui hanno presenziato i due Autori e Raffaele della Valle, costituisce certo un’anomalia straordinaria nel panorama, non solo editoriale, ma anche sociale italiano.

Rappresenta, di fatto, una sorta di inaspettato sguardo voyeuristico su uno dei segreti più protetti della struttura ordinamentale dello Stato: il funzionamento del sistema organizzativo della magistratura.

Per la prima volta, in modo crudamente palese, ciascuno è ora in grado di conoscere, attraverso fatti storici specifici e riferimenti nominali a magistrati e politici, i meccanismi attraverso i quali si regge la costruzione piramidale di tutta la magistratura italiana, l’attribuzione degli incarichi e le valutazioni di ogni singolo magistrato in ruolo.

La geometria di uno dei poteri essenziali della struttura repubblicana, il potere giudiziario, il criterio di ripartizione degli incarichi dei singoli uffici, la costruzione dell’organo di autogoverno regolato dalla Costituzione; la influenza di interessi estranei al principio di libertà ed autodeterminazione del Giudice nell’esercizio delle sue funzioni; le correnti all’interno della magistratura come corpo organizzato; la interlocuzione istituzionale tra i più influenti magistrati di Italia e tra loro e i rappresentanti del mondo civile che li contiene, sono curiosità legittime, e mai appagate, per tutti coloro che, da sempre, si preoccupano di conoscere come davvero operi il principio liberale dell’equilibrio tra i poteri di una società organizzata, e se davvero tra essi vi sia una reale interdipendenza di controllo che permette di evitare la invasività di uno sull’altro. Il libro di Palamara/Sallusti ci permette ora di gettare uno sguardo su quel mondo nel modo meno limpido possibile, come spiando la bruttura di qualcuno colto nel momento in cui, creduto non visto, si lasci andare a quelle meschinità e volgarità che normalmente nasconde al mondo.

Non è tuttavia tanto importante, dal racconto dialogato, sapere chi, e come, abbia infranto il muro di rispetto e dignità distaccata, e anche un poco altezzosa, che la funzione del magistrato induce nei più; o soddisfare la curiosità spicciola delle bassezze ed ambiguità del singolo. Ciò che davvero interessa, inquieta e induce alla riflessione, e invita alla lettura di un testo che non appartiene ad un genere canonico e non suppone una analisi meditata di strutture sociali o un pensiero complesso sui fenomeni generali (ma per certi aspetti viene incontro ad aspettative, più immediate, e di pronto consumo, di miseria ed affanno quotidiano) è la trama generale, mai esplicitamente trattata, che si cela dietro la possibilità stessa delle vicende personali narrate e svelate. Non solo, quindi, rileva la abnormità degli atteggiamenti personali di coloro che hanno, e hanno avuto, una responsabilità fondamentale nel sistema giudiziario, ma la  matrice generale che permette ed anzi, in certo senso, giustifica ed induce l’attribuzione degli incarichi giudiziari in modo clandestino, determinato da logiche di spartizione e definizione anticipata secondo indirizzi presupposti, equilibri e attribuzioni fondati su orientamenti politici e su una visione concettuale, pregiudicata dalla appartenenza a correnti, del diritto e della giurisdizione. Lo sgomento che deriva dal disvelamento della ambiguità vischiosa di ogni singolo personaggio citato, e dello stesso autore narrante, peraltro, è nulla rispetto alla vertigine prodotta dalla intuizione del meccanismo che ne ha permesso la sorte e l’azione.

L’interesse vero del libro non è quindi tanto nella diffusione di anomalie storiche, certe e verificate nel tempo e nei soggetti, che vengono narrate e mostrate alla incredula conoscenza del pubblico, ma nella intuizione istintiva, e divinatoria, che  coglie il lettore, delle possibilità future che il sistema della divisione associazionistica e correntizia della magistratura permette, e permetterà, inevitabilmente ed anzi quasi impone come forma di equilibrio tra diverse scuole di pensiero e di potere interne al sistema giudiziario.

Piaccia, o non piaccia, la confessione indotta, e quasi obbligata, di Palamara; piaccia, o non piaccia, la storia di ogni personaggio che si affaccia nel suo racconto, è doveroso interrogarsi sul senso profondo della libertà di organizzazione “sindacale” dei magistrati. Se davvero, e in che senso, essa possa essere espressione del concetto di libertà di pensiero e della sua manifestazione, e se davvero è lecito porre il principio della libertà di manifestazione del pensiero in concorrenza (ed anzi prevalenza) con il dovere di terzietà, e ieratica imparzialità, di chi è chiamato a decidere sul destino dei suoi simili in modo immune da condizionamenti e pregiudizi anche solo supposti, o supponibili, perché effetto dell’ indirizzo associazionistico di pensiero e visione della idea di giustizia ed applicazione interpretativa della legge.

L’ordito che determina le assurdità che hanno per decenni regolato un pilastro della organizzazione dello Stato è più asfissiante delle anomalie che ha prodotto e deve indurre il lettore all’orrore del mezzo, più che al disgusto per chi lo ha usato.

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