Luigi Einaudi e l’Europa

Luigi Einaudi e l’Europa

Lunedì 5 maggio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “I problemi economici della Federazione europea” di Luigi Einaudi. Erano con noi Paolo Silvestri, ricercatore di Filosofia del Diritto presso l’Università di Catania, Luca Einaudi, Dirigente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Giuseppe Vegas, professore di Storia Economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Luigi Einaudi ha dedicato alle complesse problematiche di una auspicabile, nei suoi intenti e nelle sue analisi, unione europea un’attenzione profonda e duratura, attenzione che lo ha impegnato lungo tutto il corso della propria esistenza di studioso e di uomo politico. Nato in un’epoca in cui la prospettiva era unicamente orientata verso la dimensione nazionale, Luigi Einaudi ha sempre sostenuto la necessità, da parte del Vecchio Continente, di superare proprio quello che lui riteneva il ristretto orizzonte delle patrie, dei confini statali e degli interessi particolaristici, mascherati spesso da quelle retoriche che avrebbero precluso, di lì a non molto, agli scontri della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Il suo auspicio, motivato da riflessioni stratificate e da analisi molto serie sugli aspetti economici, politici e legislativi cui tale superamento poteva condurre, era una Federazione europea, cioè l’istituzione di un organismo che andasse al di là e al di sopra delle Nazioni e a cui proprio le Nazioni avrebbero dovuto demandare la propria sovranità territoriale. Vedremo in seguito la centralità di questo richiamo, quasi assillante negli interventi einaudiani, ossia la rinuncia alla sovranità nazionale cui doveva fare da contrappasso l’acquisizione di un’identità europea. Cerchiamo, ora, di ripercorre le tappe principali di questa sentita convinzione europea di Einaudi partendo da un suo fondo su “La Stampa” del 20 agosto del 1897, fondo intitolato “Di una biografia avanti lettera degli Stati Uniti Europei”. Si trattava di una recensione al libro di W.T.Stead <<Stati Uniti d’Europa>>, dove veniva analizzato quel complesso percorso che aveva portato le Potenze Europee al passaggio da un sistema di veti (dove bastava il parere contrario di una di esse per precludere ogni azione) ad un sistema incentrato sul parere e sulla decisione della maggioranza. In questa prospettiva, si inserivano tutta una serie di considerazioni einaudiane che mostrano già in nuce il suo convinto europeismo e il suo fervente federalismo. In quest’ottica vanno lette le sue decise obiezioni e la sua essenziale contrarietà alla “Società delle Nazioni, cioè a quello strumento calato dall’alto dopo la fine della Prima Guerra Mondiale con il quale il concerto delle Nazioni pensava di orientare, dirigere e mantenere la pace in Europa. Verso la “Società delle Nazioni”, la critica di Einaudi è esplicita e radicale : si trattava, infatti, a suo parere, di un semplice conglomerato di Stati che mantenevano di fatto intatta ed integra la loro sovranità. Così impostata, la “Società delle Nazioni” era destinata al fallimento, cosa che, peraltro, avvenne puntualmente. Secondo una visione molto simile, Luigi Einaudi criticò aspramente anche la politica dei “14 punti” del presidente americano Woodrow Wilson in un articolo sul “Corriere della Sera” del 5 gennaio 1918 dove, richiamando proprio la storia degli Stati Uniti d’America. Einaudi sosteneva nell’articolo che proprio il passaggio dalla Costituzione del 1776 a quella del 1787 aveva reso grande il Paese, definendo la sua struttura da un accordo tra Stati ad un nuovo Stato federale. Il 28 dicembre dello stesso anno, sempre in un articolo sul “Corriere della Sera”, Einaudi indica nella ossessione per la sovranità la base per tutte le tragedie europee ed auspica, parallelamente, un’epoca di pace improntata alla creazione di un organismo sovranazionale al quale le singole sovranità nazionali fossero spontaneamente demandate. E’ estremamente significativo che questi due articoli del 1918, ripubblicati sotto lo pseudonimo di “Julius” dalla Laterza nel 1920 finissero per diventare tra le coordinate ispiratrici del progetto di unificazione europea che i redattori del “Manifesto di Ventotene” estesero durante il confino negli anni Quaranta. Durante l’esilio in Svizzera che Einaudi fu costretto a intraprendere negli anni della Seconda Guerra Mondiale, l’economista piemontese scrisse “I problemi economici della Federazione europea”, dove, in un contesto ben preciso (l’esilio, la Svizzera, l’ormai imminente fine del conflitto, la necessità di un preciso ripensamento delle direttrici di politica continentale) Einaudi sembrava voler definire un mondo nuovo al di là dei totalitarismi e dominato dalla pace, dalla libertà e dalle regole. Dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale e nella fase che portò alla formazione della Repubblica, Einaudi pronunciò, il 29 luglio 1947, un famoso discorso all’Assemblea Costituente contro la sovranità statale e a favore di un Parlamento Federato dei Rappresentanti delle Nazioni. Poco prima di assumere la carica di Presidente della Repubblica, poi, nel 1948, Einaudi fece una una chiarissima ed esplicita connessione trav la libertà (ed il futuro) dell’Europa e le deroghe delle sovranità statali, echeggiando, in un qualche modo, ciò che aveva fatto cent’anni prima Carlo Cattaneo con il suo richiamo agli Stati Uniti d’Europa. L’Europa comparve, poi, nei suoi interventi laddove espresse con grande spirito profetico i guasti e i sovvertimenti della burocrazia, come pure la necessità di un’educazione orientata allo spirito europeo piuttosto che all’istruzione nazionalistica fine a se stessa. read more

Quando, in Italia, l’ideologia uccideva : perché tutto questo non si ripeta

Quando, in Italia, l’ideologia uccideva : perché tutto questo non si ripeta

Martedì 29 aprile, in occasione della trecento undicesima serata di Lodi Liberale, abbiamo presentato, presso il ristorante “Isola Caprera” di Lodi, il libro “Il tempo delle chiavi. L’omicidio Ramelli e la stagione dell’intolleranza”, pubblicato da Edizioni Piemme. Erano con noi Nicola Rao (Giornalista e Direttore della comunicazione della RAI), Gianni Scipione Rossi (Giornalista e membro del Consiglio d’indirizzo dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri) e Sergio Spagnolo (Avvocato). “ll tempo delle chiavi” di Nicola Rao è molto più di un saggio storico o di un’indagine giornalistica. È un viaggio necessario nella memoria di un’Italia spaccata, segnata da una stagione – gli anni Settanta – in cui il confronto politico degenerava troppo spesso in odio e violenza.
Al centro del libro c’è Sergio Ramelli, uno studente diciottenne milanese, la cui famiglia era originaria di San Martino in Strada, in provincia di Lodi. Era iscritto al Fronte della Gioventù, la formazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Uno studente normale, appassionato di politica. Ma in una scuola come l’Istituto Tecnico Molinari, dominato da una cultura di sinistra radicale, dichiararsi di destra significava esporsi. Quando in un tema scolastico Sergio si espresse contro la violenza delle Brigate Rosse, cominciarono gli atti di intimidazione. Le scritte sui muri: “Ramelli fascista, sei il primo della lista”. Le aggressioni verbali. L’isolamento. E infine, l’agguato.
Il 13 marzo 1975, infatti, mentre rientrava a casa in motorino, fu aggredito sotto casa da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia (tra i quali alcuni studenti di medicina). Lo colpirono ripetutamente alla testa con una chiave inglese, uno strumento da officina trasformato in arma da guerra politica. Dopo il pestaggio, lo lasciarono a terra, esanime. Sergio, tuttavia, non morì subito: trascorse 47 giorni di agonia in un letto d’ospedale. Il 29 aprile 1975, il suo cuore si fermò non avendo ancora compiuto 19 anni.
Il titolo stesso, “Il tempo delle chiavi”, fa riferimento a un elemento tragico e simbolico di quel periodo: la chiave inglese Hazet 36, usata da diversi gruppi extraparlamentari come arma durante le aggressioni. Un oggetto che da strumento da lavoro diventa simbolo di violenza. Rao documenta come solo a Milano, tra il 1972 e il 1976, vi furono circa 200 aggressioni con queste “chiavi” – chiamate gergalmente “cucchini” – e che solo una, quella a Ramelli, finì in omicidio. Ma è sufficiente per capire il clima: una quotidianità di minacce, pestaggi, vendette, dove la violenza era non solo accettata, ma in certi ambienti persino giustificata come “atto politico”.
Il libro, però, non si limita a ricostruire i fatti. Con un lavoro meticoloso, raccoglie testimonianze dei protagonisti, atti giudiziari, documenti d’archivio, memorie scolastiche e familiari. Intervista anche alcuni degli aggressori, oggi adulti, professionisti rispettati, molti dei quali hanno scelto negli anni di raccontare pubblicamente il loro percorso di consapevolezza e pentimento. Ed è proprio attraverso questo mosaico di voci che emerge la dimensione più tragica di quella stagione: non si trattava solo di violenza, ma di intolleranza sistemica, accettata, condivisa, a volte perfino legittimata da ambienti culturali, scolastici, politici.
Uno dei capitoli più duri e significativi è quello dedicato al clima che si respirava all’interno delle scuole. Rao non ha paura di dire che Ramelli fu lasciato solo, non solo dai compagni ma anche da molti professori. Non pochi insegnanti, invece di proteggerlo, scelsero il silenzio. Preferirono non vedere, non intervenire, forse per paura, forse per conformismo. E così, giorno dopo giorno, Sergio diventò un bersaglio designato. La sua colpa? Avere espresso liberamente le proprie idee. Un diritto costituzionale, che in quegli anni si poteva pagare con la vita.
Tra le voci che risuonano con forza nel libro, quella di Sergio Spagnolo ha una carica emotiva particolarmente intensa. Spagnolo, ex studente milanese, oggi avvocato, racconta con lucidità e amarezza la sua esperienza personale negli anni Settanta, in un clima che definisce senza mezzi termini “malato di ideologia”. Frequentava il liceo classico Parini, considerato allora un tempio della cultura progressista milanese, ma anche un luogo dove l’omologazione politica era la norma e dove chiunque esprimesse un’idea non conforme rischiava di diventare un bersaglio.
Spagnolo non fu mai un militante violento, ma si riconosceva in una visione del mondo alternativa a quella dominante nelle scuole dell’epoca. Questo bastava per essere visto come “il nemico”. Racconta di come venne processato simbolicamente da un’assemblea studentesca, con accuse che oggi appaiono grottesche: essere un “fascista”, quindi automaticamente colpevole. Ricorda l’umiliazione, la solitudine, e la rabbia di non poter replicare. In quel contesto, il dissenso era intollerabile, e anche un tema scolastico – come nel caso di Ramelli – poteva trasformarsi in una condanna.
Un altro aspetto centrale del libro è la dimensione del pentimento. Alcuni degli aggressori di Ramelli, negli anni, hanno scelto di parlare, di chiedere scusa, di restituire dignità alla memoria di quel ragazzo. Sono confessioni dure e spesso devastanti. Non servono per cancellare il passato, ma per capire quanto in profondità il veleno di un’ideologia totalitaria, quella della sinistra armata, possa arrivare a inquinare anche le coscienze più giovani.
“Il tempo delle chiavi” ha un valore che va oltre la cronaca. È un’opera civile, che dovrebbe essere letta soprattutto dai più giovani. È un libro che ricorda quanto sia fragile la convivenza democratica, quanto sia facile cadere nella logica della delegittimazione e della violenza. E che ci avverte: l’intolleranza non è solo un fenomeno del passato. È un rischio sempre presente, in ogni società.
Rao chiude con un auspicio: che il 29 aprile, anniversario della morte di Sergio Ramelli, diventi un’occasione non per celebrazioni di parte, ma per una memoria condivisa, capace di includere tutte le vittime della violenza politica, senza muri ideologici.
Il libro si chiude poi con una postfazione di Guido Salvini, il magistrato che anni dopo riaprì l’inchiesta sull’omicidio. Salvini sottolinea come l’Italia, a distanza di decenni, continui a faticare nel riconoscere pienamente le colpe di quella stagione. Le vittime della violenza di sinistra – come Ramelli – sono spesso rimaste fuori dalla narrazione, o trattate con fastidio. Ma se una democrazia vuole essere davvero tale, sostiene il magistrato, deve avere il coraggio di guardare tutte le sue ferite senza reticenze. read more

Il ruolo della diplomazia tra l’Armistizio e la nascita della Repubblica

Il ruolo della diplomazia tra l’Armistizio e la nascita della Repubblica

In occasione della nostra trecentodecima serata, abbiamo presentato il libro “Un’altra Resistenza. La diplomazia italiana dopo l’8 settembre 1943″ insieme all’Autore,  Eugenio Di Rienzo (Professore di Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma), a Guido Lenzi (Ambasciatore) e a Gerardo Nicolosi (Professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Siena). L’Autore restituisce piena luce su una pagina dimenticata della storia italiana, ovvero la Resistenza dei diplomatici, mostrando, con documentazione rigorosa e stile limpido, che la lotta per la libertà e per la rinascita dell’Italia non si combatté solo nelle montagne o nelle città occupate, ma anche nelle sedi consolari, nelle ambasciate, nei ministeri, nelle cancellerie d’Europa e d’Oltreoceano. read more