Il Socialismo conduce alla fine della libertà : Hayek e la “Via della schiavitù”

Il Socialismo conduce alla fine della libertà : Hayek e la “Via della schiavitù”

Lunedì 17 marzo, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La via della schiavitù” di Friedrich August von Hayek. Erano con noi Angelo Panebianco, professore emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna, Raimondo Cubeddu, Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e Bruna Ingrao, professore di Storia del pensiero economico all’Università La Sapienza di Roma. “The Road to Serfdom”, questo il titolo originale dell’opera, pubblicata nel Regno Unito nella primavera del 1944 e negli Stati Uniti nel settembre dello stesso anno, è uno dei libri di impostazione liberale più importanti del XX secolo. Non se ne può esagerare l’importanza, che cercheremo per lo meno di tratteggiare, al punto da poter essere ritenuto un capolavoro della divulgazione di altissimo profilo sia per quanto riguarda il liberalismo classicamente inteso sia per quello che riguarda il più vasto campo delle scienze sociali. “La via della schiavitù” ha avuto la sua gestazione e la sua progressiva elaborazione nel periodo inglese dell’Autore, che nel 1931 fu chiamato da Lionel Robbins alla London School of Economics di Londra per un ciclo di lezioni. Qui trovò un ambiente intellettuale molto fervido ed ebbe modo di misurarsi in un confronto continuo sia con i molti specialisti presenti nella storica istituzione londinese che con i maggiori ingegni del suo tempo che, in quel periodo, insegnavano ad Oxford, Cambridge e nelle più importanti università inglesi. Gli anni Trenta vedono, infatti, il confronto, e lo scontro, di tutti i più importanti scienziati sociali, principalmente economisti, ma non solo, che, di fronte alle minacce autoritarie, cercano di trovare una soluzione che salvaguardi la civiltà occidentale. Nel 1917, infatti, i bolscevichi avevano instaurato un regime comunista sanguinoso e repressivo nella ex Russia zarista, nel 1922 i fascisti italiani avevano dato corso ad un colpo di Stato in Italia, di fatto rovesciando il sistema partitico ed esautorando il Parlamento mediante una sempre più pervasiva dittatura, mentre nel 1933 il nazionalsocialismo hitleriano aveva preso il potere attraverso le elezioni democratiche, dando vita ad un brutale sistema totalitario di matrice razzista ed espansionistica. Il continente europeo, pertanto, è pervaso da realtà totalitarie e da una serie di ideologie contrastanti, ma tutte orientate al rifiuto dell’economia di mercato, della democrazia, della rappresentanza parlamentare, della pace e della cooperazione fra le nazioni. A tutto questo, sia nel Regno Unito che nell’Europa stessa che negli Stati Uniti, si cercò di opporre una resistenza intellettuale, per far divergere il corso di avvenimenti che sembravano, come di fatto furono, orientati verso l’esito sanguinoso di un nuovo conflitto mondiale. Hayek scrisse “The Road to Serfdom” a Cambridge, dove la London School of Economics era stata trasferita durante la Seconda Guerra Mondiale, proprio intendendola come il proprio contributo alla causa del mondo libero, sia analizzando i motivi che avevano portato il mondo in quella spaventosa carneficina sia proiettandosi verso un futuro di ricostruzione. L’opera ebbe uno sbalorditivo successo su entrambe le sponde dell’Atlantico, tanto più sbalorditivo se la si analizza in quelle che sono le sue caratteristiche più evidenti, ossia quelle di presentarsi come un avvertimento, un monito rivolto ai suoi contemporanei a non accettare le soluzioni che lui stesso, esule dall’Austria invasa dai nazisti, aveva già visto produrre nefasti risultati. In un’epoca di guerra, dove l’economia seguiva regole molto lontane dall’economia di mercato e in un clima intellettuale e culturale per lo più propenso ed orientato verso le idee socialiste, Hayek lanciava una serie di avvisi al mondo, novello guardiano di un faro di civiltà, affinchè gli Stati non si distruggessero sugli scogli della pianificazione di stampo socialista. Paradossalmente, uno studioso che, a detta di molti “progressisti”, era ritenuto un vecchio esemplare sulla strada dell’estinzione, portava all’attenzione generale il fatto che proprio lui aveva visto attuata “la via verso la schiavitù” nella sua Austria ed ora ne vedeva amplificate le stesse coordinate anche in quelle nazioni che avvevano guidato il globo verso l’uscita dalla miseria. Il messaggio centrale del libro è chiarissimo ed inequivocabile : il socialismo prelude alla fine di tutte le libertà. E la dedica che l’opera portava in esergo – “Ai socialisti di tutti i partiti” – stava anche a significare che questo morbo ormai pervadeva ogni nazione ed ogni società, dagli stati dominati dalla tirannide (comunista, fascista o nazista) alle democrazie più evolute. Hayek volle dare un segnale in controtendenza, volle scrivere un libro inattuale, per porsi di traverso alla “via della schiavitù” imboccata da quasi tutte, nelle accademie così come nei palazzi della politica o nei ministeri economici. “La via della schiavitù” diede ad Hayek un’immensa popolarità, oltre a milioni di copie vendute. Al tempo stesso, lo rese, agli occhi anche fuori dai ristretti circoli universitari, l’oppositore ufficiale delle idee di John Maynard Keynes. Ma questo libro ha anche, fra gli altri, un ulteriore merito, ossia quello di aver consentito al suo Autore di poter riannodare le fila degli studiosi e dei sostenitori dell’economia libera in tutto il mondo, fondando quello straordinario strumento di divulgazione di un ideale classico e, quindi, nuovissimo che starà alla base della Mont Pelerin Society nel 1947. Se le nostre economie hanno potuto avviare una rinascita e porre le basi per un più alto benessere, il merito è anche di questo libro. read more

La lotta eroica delle donne che si oppongono al regime iraniano

La lotta eroica delle donne che si oppongono al regime iraniano

In occasione della 304esima serata di Lodi Liberale abbiamo avuto il piacere di presentare il libro
“Iran a mani nude. Storie di donne coraggiose contro ayatollah e pasdaran” di Mariano Giustino,
insieme all’autore e a due ospiti di spicco quali l’attivista Rayhane Tabrizi e la Presidente di
Soroptimist International Italia Adriana Macchi.
Lo scritto, di straordinaria potenza narrativa e documentaria, offre uno spaccato intimo e crudo della lotta delle donne iraniane contro il regime teocratico che da decenni nega loro diritti fondamentali.
Raccoglie infatti le storie di alcune di queste donne coraggiose che, a costo della propria vita,
sfidano quotidianamente le imposizioni degli ayatollah e dei pasdaran, incarnando una resistenza
troppo spesso silenziosa, ma inarrestabile. Il volume si apre con la tragica vicenda di Mahsa Amini, la giovane curda uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, un evento che ha scatenato una serie di proteste senza precedenti in Iran. Da lì, Giustino ci guida attraverso le storie di altre donne che hanno perso la vita o sono state brutalmente perseguitate per aver osato sfidare il regime. Tra queste, Hadis Najafi, una giovane fashion blogger uccisa a colpi di arma da fuoco durante le proteste, e Armita Geravand, la cui libertà è stata rubata in un vagone della metropolitana di Teheran. Ogni capitolo
del libro è una testimonianza di coraggio e determinazione, che mette in luce la forza di queste
donne nel rivendicare la propria dignità e libertà.
Ciò che distingue Iran a mani nude è la capacità dell’autore di andare oltre la mera cronaca
giornalistica. Giustino intreccia le storie personali con un’analisi approfondita del contesto sociopolitico iraniano, offrendo al lettore una comprensione completa delle dinamiche che alimentano la repressione e della resilienza delle donne. Il libro non si limita a raccontare le atrocità subite, ma celebra anche la forza di chi resiste, dando voce a chi spesso rimane nell’ombra.
Il testo si configura come un atto di denuncia contro l’indifferenza internazionale e la complicità
tacita di molti governi occidentali. Le storie raccontate sono un grido di dolore, ma anche un
messaggio di speranza e determinazione. Il libro invita il lettore a riflettere sulla condizione delle
donne in Iran e a non dimenticare le loro lotte quotidiane.
In sintesi, Iran a mani nude è un libro che consigliamo a ogni lettore non solo per conoscere le
storie di donne straordinarie, ma anche per comprendere le sfide che ancora oggi affrontano e il
coraggio con cui lottano per un futuro migliore. Mariano Giustino, con la sua penna incisiva e il suo impegno civile, ci offre un’opera che è al contempo un documento storico, un grido di denuncia e una fonte di ispirazione. Un libro che ci ricorda che la lotta per la libertà e la dignità è universale e senza tempo. read more

Milei, un anti-politico che mantiene le sue promesse

Milei, un anti-politico che mantiene le sue promesse

Lunedì 3 marzo abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, il libro di Javier Milei “La fine dell’inflazione”. Erano con noi Mario Macis, professore di Economia presso la John Hopkins Carey Business School, Paolo Manasse, professore di Economia presso l’Università di Bologna, Bernardo Ferrero, vice direttore di Storia Libera e Alessio Cotroneo, presidente dell’Istituto Liberale. Quello che Javier Milei ha fatto fino ad ora, sia per giungere alla Casa Rosada, il simbolo del potere federale in Argentina che come Presidente di uno stato tanto importante negli equilibri del continente sudamericano è stato semplicemente formidabile e, per certi punti di vista, fuori da ogni logica. Attraverso la spiegazione di questa sua opera, poi, emergerà un altro suo tratto distintivo, una caratteristica che lo rende, insieme a tante altre, davvero un unicum nel panorama politico globale, ossia il mantenimento delle sue promesse elettorali. Prima di essere eletto, il 19 novembre 2023, Javier Milei era uno stimato professore universitario di economia di osservanza liberale classica e di orientamento affine alla Scuola Austriaca, con echi libertari e, perfino, anarco-capitalisti. La sua campagna elettorale è stata caratterizzata sia dalla implacabile quanto argomentata distruzione del muro politico statalista, che in Argentina, da Peron alle sinistre, ha portato il Paese per ben due volte in default e sul baratro dell’ennesima crisi irreversibile, sia da una proposta tanto articolata quanto semplice nella sua sintesi : l’arretramento delle competenze dello stato in tutti i settori dove si era incistato. Questo programma prevedeva tutta una serie di impegni in caso di elezione, impegni molto dettagliati, per nulla generici quanto quelli dei suoi avversari e, lo diciamo con chiarezza, davvero di difficilissima attuazione. Prevedeva, soprattutto, che fosse attuata una rivoluzione copernicana, vale a dire la realtà di una politica, di uno stato, di istituzioni collettive che venivano spazzate via o, comunque, di molto ridotte, per restituire ai singoli cittadini argentini i loro spazi economici, sociali, quotidiani. Era un colossale impegno a snellire le competenze di una serie di organismi che vivevano sia sfruttando le risorse degli uomini e delle donne che producevano realmente sia infischiandosene delle perdite e degli sprechi. Questa strategia è stata pensata confidando nelle coordinate ideali del liberalismo e del liberismo più avvertiti, convinto risolutamente e fermamente che, accanto ai risultati, sarebbe aumentata la possibilità di ciascuno di usufruire finalmente della libertà personale. I risultati sono arrivati e sono stati eclatanti,e questo a dispetto delle resistenze del vecchio ordine, sia interno che fuori dal Paese, convinto, peraltro giustamente, che ogni successo, e sono stati e continuano ad essere davvero tantissimi, di Milei sia un colpo durissimo inferto alla statocrazia, al corrotto arco partitico tradizionale e all’essenza stessa di un sistema che per reggersi ha necessità di essere parassitario. Fuori dall’Argentina, Milei è trattato, dal mainstream, con condiscendenza, ostilità e indifferenza. Questo perché Milei ha colpito le gerarchie costituite dove davvero può far loro male, ottenendo successi e popolarità. Pensare di fare quello che Milei ha impostato come suo programma elettorale era folle, vincere combinando le sue idee alla sua comunicatività è stato un miracolo, ma l’assoluto merito dell’amministrazione dell’attuale Presidente argentino è aver fatto seguire alle dichiarazioni i fatti. Questo costituirà, d’ora in avanti, una pietra miliare, che consentirà a chiunque verrà dopo di lui di poter dire : “è possibile”. Fra i suoi successi va annoverata la lotta all’inflazione, male endemico e idra soffocante dell’economia argentina : Milei, sulla scorta dell’impostazione monetarista, ha sempre sostenuto che essa comporta la perdita del potere di acquisto della moneta, riducendola, in pratica, ad un fenomeno prettamente monetario. Quando la moneta viene stampata in eccessiva quantità e quando il mercato la rifiuta, otteniamo la svalutazione della moneta ed abbiamo ciò che è avvenuto con lo scioglimento del peso argentino. L’inflazione è causata, dunque, da un eccesso di offerta di moneta, come sosteneva Milton Friedman, e va curata, quando il problema è serio, con rimedi adeguati, rimedi che, nel caso di Milei, sono stati la svalutazione ufficiale e l’allineamento della moneta ancorandola con una base rappresentata dal dollaro. I dati dell’inflazione sono passati da numeri a tre cifre su base mensile a livelli di paese industrializzato, tipici delle economie di libero mercato. Milei ha in mente di abbattere la Banca Centrale Argentina nel lungo periodo, un obiettivo che sembra ancora, al momento, lunare. Ma anche l’abbattimento del numero dei Ministeri lo sembrava, come pure il pesantissimo taglio della spesa pubblica, le sforbiciate ai sussidi, la deregulation, le liberalizzazioni, l’uscita dell’Argentina dall’Agenda 2030 eccetera eccetera. Eppure sono tutti provvedimenti che sono avvenuti, sono realtà che, insieme a tante altre attuate da questa personalità fuori da ogni schieramento precedente, hanno impattato positivamente sulla vita di ogni cittadino argentino. Spiegare che l’inflazione è una forma nascosta di tassa e che quindi si configura come una modalità traslata per finanziare il fisco senza avere la decenza di dichiararlo a coloro su cui si applica è una conquista dal rilievo almeno pari agli sforzi fatti per abbatterla, coronati, peraltro, da un esito favorevole. I risultati sono importanti, ma per Milei ancora più importante è la lotta per la libertà, una lotta che non è mai differibile o negoziabile. read more