Critica ai beni comuni e al benicomunismo

Il testo collettaneo che abbiamo presentato lo scorso 5 novembre, “I beni comuni oltre i luoghi comuni” esamina una tematica estremamente importante, quella appunto dei beni comuni, portata al centro del dibattito dal lavoro di una “Commissione per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici” (meglio nota come Commissione Rodotà) istituita nel 2008 con lo scopo di inquadrare l’intervento dello Stato negli allora imminenti processi di privatizzazione, che si risolse invece in una elaborazione ideologica volta a contrastare qualunque ipotesi di gestione privata in determinati campi.

Naturalmente rimandiamo alla lettura dei tredici contributi che compongono il volume per non perdere nulla di una problematica indubitabilmente centrale per gli interessi, i diritti e le sfere di libertà di ciascuno di noi, ma crediamo sia utile precisare almeno qualcuna delle tesi presenti nel libro, perlomeno a titolo introduttivo.

Innanzitutto è bene dire di cosa si parla quando vengono richiamate le posizioni “benicomuniste”: con questa espressione si intendono le argomentazioni che basano la natura di “beni comuni” su definizioni amplissime ed indefinitamente estendibili, oltre che su princìpi costituzionali generici e dall’applicabilità estremamente arbitraria. Quindi la prima grande critica è sostanzialmente la contestazione sia del gruppo di beni ritenuti comuni dai “benicomunisti” sia dei criteri che informano questi beni, in virtù delle loro caratteristiche di imprecisione, indefinitezza, genericità ed arbitrarietà.

A seguire registriamo la denuncia del carattere chiaramente politico degli obiettivi e dei moventi che informano il “benicomunismo”, quando non la difesa di rendite di posizione, di privilegio o di gruppo, ed in particolar modo l’intreccio indebito con settori della magistratura che hanno l’ambizione di guidare la società, con la pericolosa discrezionalità lasciata al potere giudiziario, congiunta ad una tendenza spropositata a forme di democrazia diretta di tipo populistico realmente difficili da regolamentare.

Una tendenza antiprivatistica, antiproprietaria, avversa al mercato ed alla singolarità della persona sembra innervare ogni fibra di ogni contributo “benicomunista”, rilevando, in un certo senso, le matrici dalle quali è possibile rilevare l’origine di queste posizioni.

La prospettiva che soggiace invece ai singoli contributi del volume è la modulazione della difesa di una visione classicamente liberale (riduzione massima dello spazio dello Stato e del pubblico a favore del mantenimento auspicabilmente amplificabile delle sfere di libertà individuale, di impresa e di mercato), ma le tesi “benicomuniste” non vengono confutate con un approccio ideologico, bensì con l’ineccepibile applicazione della logica, della razionalità e dell’evidenza.

Questo risultato viene ottenuto anche mediante le riflessioni sui casi particolari. Il cibo e l’alimentazione in genere, il suolo e la città, l’ambiente, i beni culturali ed internet rappresentano altrettanti campi identificati quali “beni comuni” dalla letteratura “benicomunista”. Senonché, con diversità di motivazioni, la pretesa del-

l’aumento dell’arbitrio statale, o comunitario o del potere di gruppi ben precisi su di essi viene smontata e rivelata nella sua autentica identità di ambizione al controllo e volontà di dominio a qualsiasi costo.

Altamente indicativo, sotto questo punto di vista, è il caso più eclatante fra quelli specifici: la questione relativa all’acqua. Siamo di fronte al punto centrale della problematica sui “beni comuni”, sia per l’importanza del bene considerato sia perché su di esso si è consumato il maggior inganno ideologico nei confronti dell’opinione pubblica. Infatti, nel 2011 si svolse un referendum abrogativo dell’obbligo di mettere a gara i servizi pubblici locali, compreso il servizio idrico, mentre, con il concorso determinante di interessate ambiguità linguistiche e con l’ausilio decisivo dell’arsenale ideologico “benicomunista” elaborato dalla Commissione Rodotà, venne spacciato come riguardante una inesistenza privatizzazione dell’acqua. Il risultato fu, tra gli altri, la consegna di una ben precisa immagine: la giustizia popolare aveva ristabilito l’iniquità della presenza dei privati in un campo, quello dell’acqua, dove magicamente venivano rinsaldate le caratteristiche del diritto di ciascuno con quelle dei “beni comuni” benicomunisticamente intesi. Un successo per il fronte “benicomunista”, una grande sconfitta per la verità e per le libertà individuali, secondo gli autori del libro.

L’auspicio è che, con questa lettura, venga gettata una luce di conoscenza su fenomeni che accadono nella inconsapevolezza dei più affinché casi del genere possano essere affrontati mediante una completa informazione e la coscienza dei pericoli cui incorrerebbe la libertà di ognuno se l’ideologia “benicomunista” divenisse fattiva.

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