Lo sguardo lucido di Raymond Aron sulla realtà politica

Lunedì 19 febbraio abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Teoria dell’azione politica”, di Raymond Aron. Erano con noi, Angelo Panebianco, professore di Teoria delle relazioni internazionali presso l’Università di Bologna, Giulio De Ligio, ricercatore associato presso l’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi e Damiano Palano, professore di Filosofia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si tratta del corso di lezioni, in tutto tredici, che Aron tenne al Collège de France nel 1973, dove vengono affrontate questioni spinose e, per l’Autore, ineludibili : la guerra, la violenza, l’agire politico, le modalità che orientano le scelte, la rivoluzione, la natura dell’uomo, il potere. Abbiamo già presentato un’opera molto importante di Aron, quell’ “Oppio degli intellettuali” del 1955 con il quale è prevalentemente noto. Ma la produzione del filosofo ed analista politologico parigino è molto ricca e si snoda lungo la seconda parte del XX secolo configurandosi come uno dei principali esponenti non solo del pensiero liberale, ma anche come un raffinato storico, internazionalista e filosofo della politica. In questo testo, che ha le caratteristiche del contesto per il quale fu pensato, ossia delle lezioni universitarie, troviamo moltissimi degli interessi dell’Aron maturo, ma troviamo, fra i molti motivi per affrontarne la lettura, la prosa lucida e tersa del suo Autore, capace di affrontare gli argomenti con quel rigore e quella nitidezza che gli erano tipici e di cui si sente, oggi, molto spesso, la mancanza. Questa lucidità, questo rigore, si trasferivano dallo stile all’analisi, portando non a caso Aron a privilegiare una visione degli argomenti trattati improntata al realismo, ad una osservazione quanto più possibile scientifica della storia. Questo non significa affatto, si badi, che Aron non avesse teorie sulle quali sorreggere ed orientare il proprio lavoro o che credesse in un utopico ideale di oggettivismo osservativo. Significa, piuttosto, che Aron si poneva in un atteggiamento di raccolta degli elementi del reale, per catalogarli con il massimo dell’obiettività che cercava di applicare, per arrivare a scoprire, infine, che la realtà ci pone di fronte ad aspetti ineludibili, anche se risulta poco confortante o difficile ammettere la loro importanza. In questo senso, per esempio, va vista tutta la sua formidabile riflessione intorno alla guerra, come movente e strumento da staccare da considerazioni di valore o da una prospettiva di inevitabile condanna che ci precluderebbe la comprensione di molte dinamiche ad essa soggiacenti. Ecco, allora, le sue interessantissime riflessioni sull’interdipendenza tra guerra e politica, sulle loro somiglianze e sulle loro diversità. Uno degli aspetti più gratificanti che vengono dalla produzione di Aron è la sua capacità di rimbalzare quelle che solo apparentemente sembrano considerazioni legate ad un ambito all’interno di una vasta riflessione intorno all’uomo ed alla sua condizione nel vivere associato. Si sente il peso dei migliori maestri che hanno accompagnato la formazione e l’interesse di Aron, ma si sente anche la grandezza e la profondità di un intellettuale capace di interrogarsi sempre sull’uomo, solo o nella difficile convivenza con l’altro. Ma in queste ricerche, Aron non sembra intimorirsi, quanto piuttosto, sembra cercare una prospettiva che non sia consolatoria o idealizzata, bensì concreta, fattuale. Umana, ancora una volta. L’umano ha miserie e grandezze, sembra ricordarci Aron, e questo significa che la condizione umana, i suoi prodotti, le sue risposte alle sfide ed alle difficoltà che la vita e la storia propongono offrono cime dalle altezze vertiginose e abissi dagli orridi più spaventosi. Essere consapevoli di questo è conoscere una lezione che è nei secoli e nella attualità, perché l’uomo, ci dice Aron in un passo significativo di queste lezioni, mostra i suoi problemi proprio nell’uomo e cioè proprio in ciò che lo sostanzia. Ma questo non rappresenta una condanna della nostra condizione o un messaggio nichilistico, quanto, piuttosto, la lettura della realtà. In questa condizione sospesa, l’uomo cerca talvolta anche il riscatto e l’innalzamento. Tanto più che, se è indubitabile che la violenza, la guerra, il dolore esistono, è altrettanto vero che ad essi l’uomo risponde, opponendo le parti migliori di sé, quelle che albergano nel suo intimo e che non vogliono rassegnarsi all’abiezione. In un altro passo dello scritto, Aron afferma : “Se si parte da una rappresentazione cinica della politica, dove tutti i poteri sono ugualmente legittimi, l’unica legittimazione consiste nel successo”. Questa citazione può sicuramente essere utile ad una politica come quella di oggi, dove davvero sembra, cinicamente, che tutti i poteri sono legittimi allo stesso modo e che quindi il parametro sia rappresentato non più da valori quali la libertà individuale o la tutela della libertà di scelta, ma dalla legittimazione data dal successo e dal consenso.

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