Senza la libertà dello scambio siamo condannati alla regressione

Luned’ 19 maggio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato il libro di Pascal Salin “Globalizzazione o barbarie”. Erano con noi Sebastiano Barisoni, giornalista, Costantino De Blasi, presidente di “Liberi oltre le illusioni” e Sebastiano Bavetta, professore di Scienze economiche, aziendali e statistiche presso l’Università degli Studi di Palermo. L’opera del professore francese, economista di vaglia e Presidente, dal 1994 al 1996, della prestigiosa Mont Pelerin Society, è stata pubblicata nel 2002 con il titolo altamente esplicativo di “Le libre échange” ed è al libero scambio, ai suoi benefici e ai disagi che vengono dai tentativi di non tenerne conto che il libro è dedicato. Seguendo l’impostazione stessa dell’Autore, infatti, si può definire la libertà degli scambi come quella condizione in cui gli ostacoli istituzionali alla sua piena realizzazione sono inesistenti. Questa è una definizione “in negativo”, per così dire, ed allo stesso modo, usando in parallelo lo stesso tipo di metodologia definitoria, si può affermare che il protezionismo è rappresentato da tutte quelle misure istituzionali (da leggersi come “statali”) che limitano, proibiscono, controllano o influenzano la libertà degli scambi come pure gli scambi stessi. Queste prime, semplici definizioni, che si configurano più come evidenti constatazioni che come astruse teorie, possono condurci immediatamente ad una serie di altrettanto semplici riflessioni derivate. La prima è il chiedersi se sia più conforme all’ideale di libertà, e quindi alle posizioni e alla tradizione del liberalismo classicamente inteso, il libero scambio oppure il protezionismo. La risposta, con la medesima evidenza di sopra e che l’Autore non manca di rilevare nelle molte sezioni del denso libro in questione, sembra inclinare inevitabilmente verso il libero scambio e quindi verso un insieme di condizioni nelle quali risulta irrilevante o, quanto meno, poco incisivo il peso diretto della regolamentazione statale. La seconda, di non poco conto, riguarda l’interrogarsi se sia realmente possibile, da parte del libero scambio (del libero mercato, del capitalismo, dell’ordine di libero mercato e dell’universo della cosiddetta “società aperta”) fare a meno del tutto della regolamentazione istituzionale. Questa seconda riflessione è tanto urgente quanto la prima, e dall’affrontarne l’impellenza dipendono molte risposte a quesiti economici e politici. Lo stimolo alla soluzione a queste macro-questioni ci viene posto in continuazione dalle pagine di Salin (come pure dall’intero corpus della sua opera) e la costanza di questa ricerca, come pure della proposta continua a risolverla nei modi e nei contenuti proposti al lettore, è sicuramente fra i più importanti meriti ascrivibili a questa ricerca. Perché questa apparentemente piccola opera è anche una ricerca, un’analisi che perviene a risultati non solo ideali o teorici (pur importantissimi e primari), ma anche imperniati sull’esperienza; o, per meglio dire, su un insieme di esperienze, che portano l’Autore a concludere che il protezionismo (che potremmo anche definire come l’intervento di un’autorità esogena sul processo economico) porta ad una peggiore utilizzazione delle risorse produttive, a risultati meno o per nulla efficienti, a sprechi e al crearsi di problematiche che potrebbero essere evitate. Salin nota con il rigore dello studioso, con i dati alla mano dello scienziato sociale e con l’accuratezza dell’economista serio e non ideologizzato un andamento verso il guadagno quando il sistema economico passa da una gestione autarchica (protetta) ad una gestione imperniata sul libero scambio, mentre, parimenti, si è palesata con nitida chiarezza una generale perdita in tutti i settori quando è avvenuto un passaggio dal libero mercato ad un sistema fortemente contraddistinto dall’interventismo, ad una società dove il ruolo delle istituzioni era soverchiante sopra le dinamiche del mercato. Anche perché non deve mai essere dimenticato che i veri (ed unici) creatori di ricchezza sono proprio gli attori del mercato, certamente non le istituzioni o lo stato, che vivono non attraverso la creazione di proprie risorse, ma mediante l’utilizzo delle risorse dei veri creatori di ricchezza, benessere e scambio. Il protezionismo, verificato nella sua brutale realtà, si concretizza nel beneficio che le istituzioni, con le loro decisioni espletate sotto la nomenclatura delle politiche economiche, garantiscono ad alcuni produttori di alcuni beni, riproducendo, di fatto, una situazione di privilegio tipica del mondo pre-Rivoluzione Industriale. In un sistema di pochi beneficiati, tutti hanno svantaggi : la concorrenza diventa una vacua parola, la libertà è solo una facciata, il mercato risulta impoverito e il benessere, da collettivo, diventa appannaggio di pochi. Si crea un sistema di dispensatori di favori, di vassalli, di lobbies e di decadimento dell’offerta, ma, cosa ben più grave, di soffocamento delle libertà. Salin ci mostra che lo scambio è vantaggioso, che lo è in sommo grado quanto più è libero da ingerenze, che ha incommensurabili benefici sia per chi lo compie come pure per tutti quelli che ne sono direttamente o indirettamente coinvolti e che, quindi, la globalizzazione, cioè la tendenza alla soppressione degli ostacoli sulla strada dello scambio quanto più possibile libero, è non solo auspicabile, ma necessaria alle vite di ciascuno di noi. In questi tempi di dazi e di guerre commerciali, tutti dovrebbero ricordare il monito che accoglieva le navi all’ingresso del porto di Amsterdam : “Commercium et Pax”. Questo significa che la via della pace necessita del libero commercio così come il libero mercato presuppone la pace nel mondo, in un mutuo scambio troppo spesso dimenticato sia da guerrafondai inconsapevoli che da idealisti con i piedi piantati sulle nuvole

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