In occasione del nostro centoquarantaquattresimo evento, abbiamo presentato lunedì 27 settembre, nella cornice della Sala Rivolta, il libro di Elena Cattaneo “Armati di scienza”. Erano con noi, oltre all’Autrice, professoressa di Farmacologia presso l’Università degli Studi di Milano e Senatrice a vita, anche Gianvito Martino, professore di Biologia applicata presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed Eugenio Scanziani, professore di Patologia ed anatomia patologica presso la Facoltà di Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano.
Il libro della Prof.ssa Cattaneo, Armati di scienza, fa della conoscenza testata lo strumento per affrontare il presente ed il futuro, liberi da falsi convincimenti e trappole cognitive.
Questo tipo di conoscenza sarebbe raggiungibile solamente tramite l’applicazione del metodo scientifico nel momento in cui osserviamo un fenomeno e traiamo delle conclusioni. Ciò che ci deve guidare sono la trasparenza, la rappresentatività del campione che analizziamo, e il test con la realtà e con altre teorie preesistenti.
Attraverso questi rigorosi passaggi, gli scienziati spiegano il procedimento adottato e lo rendono riproducibile ad ogni altro esperto nel loro campo. La conseguenza diretta dovrebbe essere che paura e riflessi istintivi che interpretano ogni novità come un potenziale pericolo non dovrebbero trovare spazio nelle coscienze dei cittadini.
All’interno di ogni paese, lo sviluppo della ricerca e della scienza non è qualcosa che si improvvisa, ma impone una visione di lungo periodo. Purtroppo, come capita spesso, in Italia, le risorse pubbliche per la ricerca sono dirottate su poche strutture e si rivelano ancora meno produttive nel lungo periodo. Un esempio sono gli scarsissimi risultati ottenuti dall’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova, creato con l’obiettivo di promuovere il trasferimento tecnologico, ma in vita, dopo 18 anni, esclusivamente grazie a finanziamenti statali che riceve dalla sua data di nascita, a prescindere da ogni competizione (sono stati destinati circa 100 milioni all’anno, un prestito che il MEF sta ancora ripagando di altri 100 milioni, e un versamento dalla fondazione IRI nel 2008 di circa 130milioni, con il risultato che i brevetti posseduti dall’Istituto sono “valutati 35milioni di dollari” per quanto affermano i vertici dell’Istituto).
Secondo l’autrice, storicamente, l’alleanza tra società e scienza è qualcosa di nuovo, che si sviluppa con il consolidarsi del pensiero scientifico del Seicento. Con l’Illuminismo, la Scienza è sembrata spiegare meglio della Chiesa come funzionasse il mondo, e ha acquistato una sua dignità e affidabilità. La prof.ssa Cattaneo sottolinea come nessuno si sarebbe mai chiesto delle reazioni avverse che causano i vaccini, o del rischio di contaminazioni tra mais/soia OGM e tradizionale nel XVII secolo.
Oggi, invece, con la diffusione di ogni più diverso strumento di informazione, i cittadini si sentono quasi in dovere di decidere direttamente in merito a questioni scientifiche che un tempo erano appannaggio degli esperti.
È a questo punto che l’autrice identifica il nuovo compito cruciale degli scienziati: parlare di metodo e ricerca, provare l’attendibilità delle proprie scoperte. Solo in questo modo i cittadini potranno convincersi dell’affidabilità delle nuove scoperte e collaborare alla loro diffusione. Questo nuovo ruolo della comunità scientifica sarebbe, a suo parere, nell’interesse di tutti, dal momento che è dimostrato come “le resistenze sociali verso le innovazioni scientifiche si attenuano quando migliora il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni politiche e scientifiche”.
È indubbio che la pandemia ha messo a dura prova l’attendibilità di scienziati e metodo scientifico, che si sono trovati attaccati da ogni lato. Il Covid è anche stato un fenomeno “social”. Lo sviluppo del dibattito online ha comportato la diffusione di notizie false e polarizzazione d’opinione. La prof.ssa Cattaneo analizza due categorie di problemi che si sono accompagnati alla pandemia intesa come fenomeno “social”: da un lato, ognuno di noi vuole essere legittimato a sentirsi “scienziato” in un certo qual modo, dall’altro, quel che è peggio, è che si è richiesto alla scienza, fondata principalmente sulla ampia disponibilità di tempo e la possibilità di essere messa (e di mettersi) in discussione, una velocità e unanimità a cui non era mai stata abituata. L’autrice ritiene che probabilmente, se i cittadini avessero compreso la scienza come metodo, nelle sue caratteristiche fondamentali come processo conoscitivo fallibile e contraddittorio, non avremmo assistito ad una divisione radicale ed irriconciliabile dell’opinione pubblica e alle richieste di impensabile prontezza a produrre un vaccino con copertura del 100% e rischio zero.
Invece, storie di trattamenti alternativi o di assenza di trattamenti, hanno trovato terreno fertile.
Il risultato della nostra ignoranza in merito al metodo scientifico ci ha resi quindi più o meno vittime di paure e sensazionalismi (e di chi giocava su di essi) o, peggio, abbiamo piegato i fatti in nome di una certa ideologia.
Nel campo dell’informazione, una caratteristica scomoda della scienza, spiega la Prof.ssa Cattaneo, è la sua “non-democraticità” come la intendiamo noi oggi. Credere che la scienza si possa trattare come un’opinione, e quindi l’esistenza a priori di due parti contrapposte con uguale dignità, è falsa. Lo studio delle fonti, l’analisi dei dati e la ricerca dei termini corretti è universale e condivisa, questo la distingue da forme di comunicazione prive di verifica e dai cosiddetti ciarlatani, che possono facilmente confondere e condurre sulla strada sbagliata. A suo dire, starebbe proprio alle istituzioni, ai media, agli stessi scienziati e tribunali, il compito di diffondere, ognuno con le proprie competenze, quest’idea della scienza, per evitare di far sgretolare quel formidabile apparato che nei secoli ha contribuito a far avanzare la storia dell’umanità.
Oggi, quello che però si potrebbe obiettare a questo tipo di argomentazione non è tanto il suo carattere fallibile o infallibile, quanto la scienza intesa come sapere utile. Seppur abbia accesso ad una enorme quantità di dati, questi si sono rivelati scarsamente utili, hanno prodotto soluzioni con troppa lentezza, o si sono posti le domande sbagliate. Forse in tutti questi anni abbiamo fatto l’errore di affidarci al sapere scientifico come unico Sapere: sotto uno stress test come quello della pandemia, questo sapere è sembrato arrotolarsi su sé stesso, irrigidito da processi obsoleti e schematismi inadatti. Inadatti, in primo luogo, al mondo “social”. Il risultato è che siamo rimasti senza un vero e proprio Sapere, mentre il sapere scientifico si è trasformato in attesa messianica di un vaccino?
C’è da dire, però, che tutti gli effetti negativi della pandemia, tuttavia, la scienza si è accorta di aver fatto passi da gigante per quanto riguarda la ricerca su terapie e vaccini, nonostante pregiudizi e ideologie. Possiamo consolarci con la speranza che il futuro non può essere che roseo.

