Lo scorso 10 aprile abbiamo presentato il libro di Marco Romano “Le belle città. Cinquanta ritratti di città come opere d’arte” insieme all’autore (Professore Onorario di Estetica delle città) e a Franco Tatò (Ex Manager). Il volume, dopo una breve e intensa introduzione, contiene il ritratto di 50 città molto diverse tra loro per dimensione, storia e collocazione geografica, toccando con estrema chiarezza il complesso tema dell’estetica della città e suggerendo una modalità di visitare, capire e percepire l’urbe totalmente diversa rispetto a quella posta in essere dal turista in genere con la classica guida in mano. Ciò porta naturalmente a una più approfondita comprensione della città nel suo insieme, da intendere come il risultato di una riconoscibile volontà estetica, riscontrabile tanto negli edifici privati quanto nelle opere pubbliche.
Nel XII secolo il centro abitato, sia esso un piccolo villaggio o una grande città, risulta contrassegnato e simbolicamente rappresentato dalla palizzata o cinta muraria, dalla chiesa e dal palazzo municipale; questi tre elementi, unitamente agli altri temi collettivi che vanno col tempo conformandosi e maturando sotto l’aspetto formale (le fontane, gli archi trionfali, i giardini pubblici e altro), diventano terreno di confronto simbolico tra le varie città europee, le cui grandi invenzioni rimangono in questo senso le strade tematizzate (strada principale, strade minori, monumentali, boulevard, ecc.) e le diverse piazze (piazza principale, del mercato, piazze monumentali, nazionali, gli square, e così via).
I temi collettivi come anche le più semplici case private, essendo l’esito di una riconoscibile e consapevole volontà estetica, definiscono a pieno titolo la città come opera d’arte che trova la sua specificità nello scarto rispetto alla norma corrente, come nella diversità in confronto allo schema storico tipico di strade, piazze, monumenti e giardini, che sono temi collettivi comuni a tutte le città a prescindere da dimensione e importanza. Questo status di opera d’arte della città impone rigore e l’utilizzo di strumenti consolidati propri della critica d’arte e anche letteraria per riuscire a leggerla nel profondo.
Marco Romano, prima di iniziare i ritratti delle 50 città come opere d’arte, suggerisce un suo programma non scientifico, ma personale e modificabile, utile a effettuare una visita della realtà urbana con il fine ultimo di coglierne l’anima: un programma basato sul girovagare a piedi, “armati” di occhi curiosi e allenati, ma senza il supporto di una guida turistica, in cui risulta quindi fondamentale una conoscenza preliminare di elementi della disciplina dell’estetica riguardante la città, senza la quale, anche un occhio esperto e allenato non riuscirebbe a cogliere il senso profondo di quanto incontrerà sul suo cammino.
Pertanto l’arte di vedere la città si fonda su due aspetti estremamente intrecciati e complementari anche se diversi per metodo e obiettivo: il primo di carattere oggettivo consiste nel peregrinare nella città cogliendone le sequenze tematizzate, testimoni di una chiara intenzione estetica; il secondo è di tipo conoscitivo-distintivo come ogni altro campo della critica consiste nel riconoscimento delle trasgressioni ai temi collettivi per ricostruire lo stile proprio della città e dei suoi tratti di caratterizzazione, che la rendono diversa da ogni altra.
Tra le 50 città ritratte nel volume come opere d’arte troviamo orgogliosamente anche Lodi, la cui densità di intenzioni estetiche è rilevata nelle strade e nelle piazze e, nello specifico, viene trattata la piazza del Duomo che è nata come spiazzo aperto adibito a grande mercato di estensione extracittadino, per poi trasformarsi con stratificazioni successive e senza l’ausilio di un’idea generale, in una piazza chiusa e porticata dalla geometria irregolare. Altri temi rilevanti sono la croce di strade nella parte meridionale (corso Roma e via XX settembre) che tenta di inquadrare dei punti salienti (chiesa San Francesco, monumento in piazza Medaglie d’Oro e chiesa di Santa Maria delle Grazie) e la regola del contrappunto usata nella parte settentrionale della città, che consiste nella disposizione del portale dei nuovi edifici sul fondo di strade non proprio principali, in modo da renderle un tassello della bellezza della città fondamentale nella generazione di uno stile proprio. La presenza del volume della nostra Lodi ne testimonia la bellezza architettonica che ci hanno tramandato i nostri avi e che dobbiamo perciò salvaguardare, contribuendo a incrementarne il valore per riuscire a trasmettere, a nostra volta, ai posteri un patrimonio arricchito.
Per le altre città ritratte si rimanda direttamente al volume dove si troveranno anche interessanti immagini a colori che sicuramente agevolano la comprensione, soprattutto in relazione alle città che il lettore non ha ancora visitato.

