Costituzione, garanzie e autorizzazione a procedere

Giuseppe Benedetto, avvocato e Presidente della Fondazione Einaudi, ha pubblicato un libro di esemplare sintesi e chiarezza. Sono meno di un centinaio di pagine, ma valgono come un ponderoso volume (Giuseppe Benedetto, L’eutanasia della democrazia – Il colpo di mani pulite -, prefazione di Sabino Cassese, 2021, Rubbettino, euro 14).

Partiamo, come fa Giuseppe Benedetto, dalla Costituzione nella forma voluta dai Padri Costituenti il 1° gennaio del 1948. Un capitolo, in una forma leggibilissima anche per i non addetti ai lavori, ripercorre il dibattito che portò alla nascita dell’art.68 della Costituzione. Vale la pena, ora, di leggerne il testo nella forma originaria: “Senza autorizzazione della camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura.

Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento, in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile”.

“Alea iacta est. Il fascismo non passa più. È giunta l’ora della libertà”, commenta lapidario Giuseppe Benedetto. Ed ha cento volte ragione, nel cogliere la ratio della norma che i Padri Costituenti avevano ben ponderato, avendo molti di loro conosciuto l’arbitrio della persecuzione fascista.

Tutto cambia nel 1993 con la modifica dell’art.68 della Costituzione. Nasce “Il governo dei giudici”, come Sabino Cassese ha efficacemente sintetizzato in un volume di recente pubblicazione da Laterza. È una nuova Repubblica che nello stesso tempo fa nascere l’antipolitica e il populismo, compagni di strada per decenni, che tanti danni hanno recato alla società italiana. Ed è, va aggiunto, un male non ancora estirpato che ci porta lontano da una democrazia compiuta.

L’equilibrio tra poteri, che sapientemente era stato progettato nella Costituzione, è uscito stravolto dalla modifica dell’art.68. “Nel solco del principio di divisione dei poteri cammina e si evolve la democrazia, – scrive Benedetto a pag.98 – Nel 1993 il confine a tutela della Politica è caduto”.

A tutto questo contribuì un Parlamento spaventato e inetto di fronte ad una minaccia che ne ledeva profondamente l’autonomia. Ma ci fu anche una regia, che utilizzò cinicamente la rivolta delle piazze. Torna alla mente la frase allora sibillina che l’autorevole esponente riformista del Pci, Gerardo Chiaromonte, favorevole ad un confronto costruttivo con il Psi di Craxi, pronunciò davanti ai dirigenti socialisti: “Hanno scelto la via giudiziaria”. Luciano Violante, ex-magistrato e deputato Pci, fu il principale referente di quella svolta, dentro e fuori il Parlamento, e fu il punto di contatto tra la politica comunista e le procure.

È possibile ipotizzare un futuro diverso per la nostra democrazia? Si, a condizione di “reintrodurre l‘originaria formulazione dell’art.68….non per ripristinare l’odiosa prassi della Prima Repubblica, bensì a restituire al Parlamento il potere di valutare se vi siano attacchi alla funzione che i propri membri esercitano”.

Siamo giunti alla possibilità di una svolta? Difficile prevederlo, anche se i più recenti segnali che sono giunti in materia di riforma della giustizia introducono elementi nuovi e positivi.

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