Con “La rivoluzione del buonsenso”, Giuseppe Valditara — ministro dell’Istruzione e docente di diritto romano — firma un libro che è insieme riflessione politica e progetto culturale. Il suo intento non è polemico, ma ricostruttivo: proporre una visione del Paese che torni a fondarsi su valori di responsabilità, merito, libertà e lavoro. Il “buon senso” evocato dal titolo non è una formula di comodo: è la virtù civile che permette di distinguere l’essenziale dal superfluo, la realtà dall’ideologia, l’interesse generale dal calcolo di parte.
Il volume nasce da una diagnosi severa: l’Italia, come larga parte dell’Occidente, ha smarrito il proprio equilibrio civile e morale, cedendo alle derive di un progressismo che confonde diritti con pretese e libertà con capriccio. Valditara dedica ampie pagine all’“immaturità democratica di una certa sinistra”, che continua a identificare l’avversario come “nemico”, a brandire lo spettro del fascismo come arma retorica e a negare la legittimità delle opinioni non conformi. Ne deriva, sostiene, una deformazione del dibattito pubblico: non più confronto tra idee, ma lotta per l’egemonia culturale.
Ma la critica non è fine a sé stessa. La rivoluzione del buonsenso vuole indicare una via d’uscita, che è insieme politica e antropologica: ricostruire una “normalità” fondata su principi di realtà, sul rispetto del limite, sulla responsabilità individuale. Nella seconda parte del libro, l’autore passa in rassegna i grandi temi che una società libera deve affrontare — il lavoro, l’educazione, la libertà, l’autorità — per restituire alla democrazia la sua sostanza morale.
Centrale è la rivalutazione del lavoro come fattore di dignità e non solo di reddito. Contro la cultura dell’assistenzialismo e dell’egualitarismo, Valditara riscopre l’etica della fatica, del sacrificio, della competenza: non come retorica del passato, ma come fondamento di una società libera e meritocratica. “Torniamo a educare all’etica del lavoro”, scrive, “come modo per costruirsi un futuro capace di valorizzare i propri talenti.” È una lezione di liberalismo concreto, vicino alla tradizione di Einaudi e Croce: il lavoro come educazione alla libertà e alla responsabilità.
Altro cardine del volume è la libertà, intesa non come arbitrio individuale, ma come esercizio responsabile dentro lo Stato di diritto. Valditara rilegge le radici classiche di questo valore — da Atene a Roma — per ricordare che l’Occidente nacque dall’idea di libertà come limite al potere. Non a caso, sottolinea, “la libertà è un tipico valore occidentale”: la storia europea è la storia del tentativo di difendere l’autonomia dell’individuo contro il dispotismo. E oggi, nel mondo della “cancel culture” e del pensiero unico, quella stessa libertà rischia di essere corrosa da un nuovo conformismo, non imposto dall’alto ma socialmente diffuso.
Ampio spazio è dedicato alla scuola, che per Valditara è il primo laboratorio di questa rivoluzione culturale. L’educazione deve tornare a formare cittadini consapevoli e non consumatori di diritti; deve insegnare la disciplina della ragione, la bellezza del sapere, la gioia dell’impegno. La scuola, scrive, “deve ridare entusiasmo e passione a giovani smarriti o annoiati”, mostrando loro che la libertà si costruisce, non si eredita.
L’ultima parte del libro è un manifesto di realismo liberale. Valditara richiama la necessità di una “ricostruzione spirituale” della nazione, da cui dipende ogni ricostruzione materiale. La sua “rivoluzione del buonsenso” non è un appello nostalgico, ma un invito a riconciliare l’Italia con sé stessa: con la propria storia, la propria cultura, la propria identità. Contro il relativismo cosmopolita e il nichilismo delle mode ideologiche, egli rivendica il valore della normalità, intesa non come mediocrità, ma come misura, equilibrio, proporzione.
In controluce, si intravede un messaggio coerente con la migliore tradizione liberale: una società prospera solo se fondata sulla libertà, ma la libertà sopravvive solo se sorretta da virtù civili. Per questo, scrive, non bastano le riforme economiche o istituzionali: serve una rivoluzione culturale che restituisca senso comune alla politica e moralità alla vita pubblica.
“La rivoluzione del buonsenso” è, in definitiva, un libro politico nel senso più alto del termine. Valditara difende un liberalismo di sostanza, non di slogan: fondato sul merito, sulla responsabilità, sull’autorità come servizio e sulla libertà come disciplina interiore. È un invito a riscoprire la serietà come condizione della libertà e a rimettere al centro la ragionevolezza come virtù civile.
Nel tempo del rumore e dell’estremismo, questa è davvero — come dice il titolo — una rivoluzione: quella del buon senso.
