È possibile un’alternativa al controllo statale della moneta

È possibile un’alternativa al controllo statale della moneta

Lunedì 23 febbraio, in occasione dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La denazionalizzazione della moneta”, di Friedrich August von Hayek. Erano con noi Salvatore Nisticò, professore di Economia politica presso l’Università La Sapienza di Roma, Pierpaolo Benigno, professore di Macroeconomia monetaria presso l’Università di Berna e Angelo Maria Petroni, professore di Logica e filosofia della scienza presso l’Università La Sapienza di Roma. Questo contributo di Hayek del 1976, scritto in una fase particolare della vita dell’economista viennese, in un momento in cui sta attendendo alla elaborazione ed alla pubblicazione delle tre parti di “Diritto, legislazione e libertà”, diviso tra gli impegni e fastidiosi problemi di salute, dimostra come, talvolta, da uno scritto d’occasione, quasi un divertissement, ne possano uscire frutti di straordinario valore e di assoluta rilevanza. Sappiamo molto bene, peraltro, che Hayek non ha mai abbandonato l’interesse per le tematiche afferenti alla moneta, al denaro, all’inflazione e alla concorrenza applicata anche a questo mondo, dagli anni viennesi fino alle lezioni londinesi del 1937 ora raccolte in “Nazionalismo economico e stabilità internazionale”, dal suo impegno come intellettuale liberale e fondatore della Mont Pelerin Society alla sua smisurata conoscenza della Scuola Austriaca, la tradizione di ricerca di cui faceva parte, e dell’intero corso del pensiero economico. Ed anche se la carriera e le opere di Hayek dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sembrano testimoniare un rilevante cambiamento dei campi di indagine, con un’attenzione più marcata per gli ambiti metodologici, l’elaborazione di una teoria della società e della politica e la riorganizzazione del pensiero liberale come valida alternativa allo statalismo e al socialismo, colui che avrebbe ottenuto il Premio Nobel per l’economia nel 1974, proprio due anni prima rispetto a questo originalissimo contributo, si esercitò sempre su questo settore dell’elaborazione economica, anche per le sue ricadute sul sistema di libertà che attiene ad ogni individuo. Proprio perchè Friedrich August von Hayek, fra le molte idee espresse in questo dotto saggio, ci tiene a far rilevare proprio questo : la politica monetaria è un mezzo di intromissione governativa, statuale e pubblica nella vita di ogni persona, di ogni individuo, di ogni gruppo della società civile. E le decisioni operate in questo campo ricadono direttamente sulle sfere dei privati, imprenditori o semplici cittadini, determinando tutta una serie di conseguenze intenzionali o inintenzionali. Alla base della volontà dello stato di avocare a sé il controllo esclusivo e irrevocabile non solo della politica monetaria, ma anche del monopolio su ogni singolo aspetto riguardante la moneta o il denaro, stanno una serie di pretese (Hayek le avrebbe chiamate presunzioni) infondate, insensate, fallaci ed erronee. Centralizzare ciascuna fase di questa decisiva espressione della vita di ciascuno significa credere non solo che questa strategia sia opportuna ed efficace (i risultati, in tal senso, non sono storicamente incoraggianti e questo dovrebbe indurre tutti per lo meno ad una maggiore prudenza), ma anche che sia giusta al punto tale da non ammettere opzioni alternative (il che è quanto meno superbo da un punto di vista metodologico ed effettivo). Assommare nelle mani dello stato ogni aspetto delle coordinate che si intersecano nelle complessissime fasi delle vicende monetarie quotidiane e pretendere di essere anche solo lontanamente in grado di controllarle meglio di un sistema impersonale retto dalla concorrenza, è chiaramente il portato oggettivo di una evidente strategia che esclude l’iniziativa privata e privilegia la politica, i suoi costi ed i suoi fini. Perchè, al netto delle questioni tecniche contenute nel contributo, questioni sicuramente interessantissime e su cui invitiamo il lettore a farsi un’idea diretta, situandole all’interno di un contesto di crisi internazionale e all’indomani degli accordi monetari internazionali stipulati a Bretton Woods, il libro è l’applicazione, in ambito monetario, della preoccupazione liberale e, in particolare, del liberalismo nella variante austriaca, ossia quel tipo di liberalismo che invita a considerare con attenzione le pretese di una ragione centralizzatrice, criticandone la metodologia, la presunzione, gli atteggiamenti e i danni per i singoli. La tendenza, oggi come allora, ha mostrato come la china centralizzatrice, attraverso una spinta governativa, burocratica ed intellettuale, ha generato un clima sempre più ostile alla concorrenza e sempre più favorevole alla politica e alla spesa pubblica indiscriminata e fuori controllo. Questa sgradita e deleteria compagnia del nostro vivere sembra non avere avuto allora né sembra avere ora un minimo di contraltare, a dispetto dei disastrosi risultati. Da destra, dal centro e dalla sinistra dell’arco politico, in ogni paese, allora come oggi ogni schieramento modula differenti declinazioni di uno stesso, unico, grande controllo governativo di tutti gli aspetti monetari. Questo libro andrebbe letto per molteplici motivi, ma anche per essere una felice voce fuori dal coro. read more

Il sistema giudiziario sta guarendo?

Il sistema giudiziario sta guarendo?

Con “Il sistema colpisce ancora”, Alessandro Sallusti e Luca Palamara tornano su una vicenda che ha segnato in modo profondo la credibilità della magistratura italiana negli ultimi anni. Se “Il Sistema” aveva raccontato dall’interno il meccanismo di correnti, nomine e relazioni incrociate che regolano la vita del Consiglio Superiore della Magistratura, questo nuovo volume si concentra sulle conseguenze di quella rivelazione: sulle reazioni dell’apparato, sulle dinamiche di difesa corporativa, sulle persistenze di un modello di potere che, nonostante lo scandalo, sembra riprodursi.
Il libro è costruito come un dialogo tra Sallusti, giornalista e osservatore politico, e Palamara, ex magistrato ed ex presidente dell’ANM, divenuto simbolo dello scandalo che nel 2019 ha travolto il CSM. Il punto di vista è dichiaratamente interno: Palamara parla da protagonista caduto, ma anche da testimone di un sistema che, a suo dire, non è stato scalfito nella sostanza. Non si tratta dunque di una semplice memoria difensiva, bensì di una narrazione che ambisce a mostrare la continuità di un metodo di gestione del potere giudiziario.
Il cuore del libro sta nell’idea che lo scandalo non abbia prodotto una vera riforma, ma solo una redistribuzione degli equilibri interni: le correnti, le logiche di appartenenza, le trattative sulle nomine, lungi dall’essere superate, si sarebbero semplicemente riorganizzate. Il “sistema” non sarebbe crollato, ma si sarebbe adattato. Da qui il titolo: il sistema “colpisce ancora”, nel senso che reagisce, si protegge, si ricompone.
Dal punto di vista liberale, l’interesse del libro non risiede tanto nelle singole accuse o nelle polemiche contingenti, quanto nella questione di fondo: il rapporto tra potere giudiziario e responsabilità. Una democrazia costituzionale si fonda sull’equilibrio tra poteri, ma questo equilibrio presuppone trasparenza, controllo e possibilità di critica. Quando il potere giudiziario tende a sottrarsi al giudizio pubblico, appellandosi alla propria funzione di garanzia, si crea una tensione che mina la fiducia nelle istituzioni.
Sallusti incalza Palamara su questo punto, mettendo in luce le ambiguità di un sistema che da un lato rivendica autonomia e indipendenza, dall’altro mostra dinamiche interne fortemente politicizzate. Le pagine dedicate alle nomine dei capi degli uffici giudiziari, alle relazioni con la politica, alle interferenze mediatiche, offrono uno spaccato che va oltre la vicenda personale dell’autore. Emerge l’immagine di una magistratura attraversata da correnti che non sono semplici associazioni culturali, ma veri centri di potere.
Il libro non è neutrale, né pretende di esserlo. La voce di Palamara è inevitabilmente segnata dalla propria esperienza di esclusione e condanna disciplinare. Tuttavia, anche tenendo conto di questa prospettiva soggettiva, resta una domanda che attraversa l’intero testo: quanto è realmente cambiato dopo lo scandalo? La risposta che gli autori suggeriscono è scettica: le riforme non avrebbero inciso sulle logiche profonde di funzionamento del CSM.
In questo senso, “Il sistema colpisce ancora” si inserisce in un dibattito più ampio sulla riforma della giustizia italiana. Non offre soluzioni tecniche dettagliate, ma sollecita una riflessione politica: l’indipendenza della magistratura è un presidio irrinunciabile dello Stato di diritto, ma non può trasformarsi in autoreferenzialità. Infatti l’autonomia, in una prospettiva liberale, è inseparabile dalla responsabilità.
Il merito del libro sta nell’avere riportato l’attenzione su un nodo strutturale della democrazia italiana. Anche chi non condivide tutte le tesi degli autori non può ignorare il problema sollevato: la percezione diffusa che esista un circuito chiuso di potere, difficilmente penetrabile dall’esterno. La crisi di fiducia verso la giustizia non nasce solo da errori giudiziari, ma dall’impressione di opacità nelle dinamiche interne.
Sallusti e Palamara consegnano dunque al lettore un testo che è insieme testimonianza e atto d’accusa. Non è un saggio accademico, ma un racconto politico-istituzionale che interroga il funzionamento reale della giustizia italiana. Per chi guarda alle istituzioni con sensibilità liberale, la questione non è difendere o attaccare la magistratura, ma chiedere che ogni potere – anche quello giudiziario – resti sottoposto a regole chiare, trasparenti e verificabili.
In definitiva, “Il sistema colpisce ancora” non chiude il dibattito aperto dallo scandalo del CSM; al contrario, lo riapre. E ricorda che la credibilità dello Stato di diritto non dipende dall’infallibilità dei suoi protagonisti, ma dalla capacità delle istituzioni di correggere sé stesse senza chiudersi in difesa corporativa. read more

L’uomo non è onnipotente, ogni totalitarismo è infondato

L’uomo non è onnipotente, ogni totalitarismo è infondato

Lunedì 9 febbraio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato il libro di Lorenzo Infantino “La reazione totalitaria” , edito da Rubbettino. Erano con noi Simona Fallocco, professore di Sociologia e metodologia della ricerca presso l’Università della Tuscia, Nicola Iannello, giornalista e Fellow dell’Istituto Bruno Leoni ed Emma Galli, professore di Scienza delle finanze presso l’Università La Sapienza di Roma. Ad un anno dalla sua morte improvvisa, avvenuta a Roma il 18 gennaio del 2025, Lodi Liberale ha voluto rendere omaggio a Lorenzo Infantino ed alla sua instancabile carriera di studioso del pensiero liberale e delle scienze umane. Lo ha fatto parlando del suo libro postumo, “La reazione totalitaria”, appunto, a cui lo studioso aveva dedicato le sue ultime cure e che propone un’analisi al solito lucida e documentata dei fondamenti teorici e concettuali del totalitarismo moderno. L’Autore, con la padronanza dei testi e con l’erudizione che gli sono sempre state proprie, qualità che ha avuto modo di mostrare nelle molte serate di Lodi Liberale in cui è stato ospite presentando suoi libri oppure le opere di qualche grande autore della tradizione liberale di cui aveva curato la pubblicazione, ebbene “il professor Infantino” ci ha lasciati con un libro che, oltre ad assommare gli esiti delle sue vaste ricerche nel corso degli anni, si legge, per così dire, <>, ossia risalendo al valore della libertà attraverso l’analisi delle argomentazioni e delle concezioni basilari di quei pensatori che, di fatto, si sono rivelati ostili proprio alla tradizione liberale. Quello che emerge è, primariamente, che per comprendere appieno teorie e contenuti dei nemici della libertà, si deve necessariamente risalire alla teoria della conoscenza che sta dietro la loro idea di società e, quindi, che il passo da compiere, per chi si approccia a questo universo stratificato di pensatori, è rilevare la loro premessa gnoseologica. Ebbene, nella ricerca compiuta da Lorenzo Infantino, una ricerca condotta, lo ricordiamo perché lui stesso lo rammentava orgogliosamente in ogni occasione, nel solco della grande tradizione liberale dell’individualismo metodologico e della consapevolezza della condizione umana di fallibilità, ciò che accomuna correnti, filosofi, sociologi, riformatori, economisti, storici e in genere intellettuali ostili ad ogni difesa della libertà individuale o di scelta, sta la pretesa di credere che l’essere umano possa, con i propri esclusivi mezzi e in modo intenzionale, orientare la società e l’intero orizzonte delle azioni umane. Da questa pretesa, vana e destinata a scontrarsi inevitabilmente con una realtà quotidiana, che attesta, piuttosto, la limitatezza dell’essere umano, la sua condizione di ignoranza e fallibilità, si originano le più svariate posizioni e i più differenti orientamenti, ma tutti con al fondo questa persuasione di onnipotenza umana di condizionare individui, società, economie e ordinamenti. Ecco, allora, che l’intero corso del pensiero e della riflessione viene diviso fra coloro che hanno abbracciato convintamente questo “mito” della plausibilità dell’ordinamento dall’alto da parte di qualcuno (un “Grande Legislatore”, un “Gruppo Superiore”, una “Classe” etc) e coloro che, invece, proprio dalla constatazione della reale condizione umana, che non è sicuramente onnisciente e che, anzi, è dominata dall’errore e dall’ignoranza, hanno preferito recuperare il dubbio socratico e capire che una via per uscire da ignoranza e fallibilità umane è possibile, ricorrendo, cioè, alla cooperazione, alla <>, alla libertà di scelta da parte di ciascun individuo, alla possibilità riservata a ciascuno di esplorare l’ignoto salvaguardando la sua possibilità di sbagliare e correggersi. Capendo, inoltre, che la società e le istituzioni avanzano attraverso gli sforzi di ciascun individuo libero e che questi sforzi sono resi possibili da una cornice di norme generali che si adeguano ed evolvono in una serie di contesti che concorrono alla loro formazione. Alexis de Tocqueville ha espresso in maniera estremamente icastica questo concetto, ricordando, con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto, che nella cultura si è registrata la contrapposizione fra coloro che sostengono la plausibilità del “punto di vista privilegiato sul mondo” sulla scorta di una fiducia illimitata nei poteri dell’uomo e coloro che a questa visione hanno rinunciato, contestandola in nome della realtà e della libertà. Costoro sono stati ben consapevoli che tutte le decisioni non si possono accentrare, che l’essere umano è limitato, ignorante e fallibile, ma che, se lasciato libero di scegliere, se inserito in un quadro di norme che tutelino l’ordine sociale salvaguardando la libertà di ciascuno, i risultati possono essere straordinari sia per ognuno che per tutti. Questa ricostruzione non è quella che ci viene inculcata nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, non è il sostrato che sta alla base di ogni concezione politica dominante, non è nemmeno lontanamente accostabile al milieu preponderante presso la maggior parte non solo degli uomini e delle donne di cultura, per i quali ogni problema deve essere risolto “dall’alto”, ma non lo è nemmeno per la maggior parte delle persone, convinte che il modo migliore per venire a capo dei propri singoli disagi non siano essi stessi, ma qualche “entità”, che da lontano, da sopra, in maniera infallibile sa cos’è giusto e cosa è meglio per ciascuno. Ebbene, la storia delle idee ha portato a questo, perché le idee sono importantissime e reali, ma è bene sapere quale corrente ha generato tutto questo e quale aspetto comune sottenda ad ogni “profeta” di questa impostazione. Anche per sapere che esiste un modo alternativo di vedere il mondo, una diversa corrente, un altro fiume, a cui dobbiamo la maggior parte dei nostri benefici ed il cui valore non è, certamente, adeguatamente riconosciuto. read more

Uomini e donne dentro Israele

Uomini e donne dentro Israele

Ci sono libri che spiegano Israele attraverso mappe, risoluzioni ONU, date e trattati. E poi c’è “Lo scandalo Israele” di David Parenzo (Rizzoli editore),che sceglie un’altra via: raccontare volti, famiglie, vite spezzate o ricomposte dentro la quotidianità di un Paese che vive in bilico tra normalità e guerra.
Il libro non nasce da un esercizio teorico. Nasce da un conflitto interiore. Parenzo lo dichiara senza ambiguità: è “ebreo e laico”, crede nella separazione tra Stato e religione, ma ama Israele perché lo sente come “seconda patria ideale”, “Occidente in Oriente”, “oasi di democrazia” . L’immagine che attraversa le prime pagine è potentissima: a Roma la tavola del venerdì sera è apparecchiata, la tovaglia di fiandra è quella buona; altrove, “Israele invece va a fuoco”. È la distanza tra pace privata e incendio pubblico.
Da qui si dipanano sette storie. Non casi simbolici, ma esistenze concrete. Madri e padri che vivono con il telefono sempre acceso. Giovani che fanno il servizio militare sapendo che non è un rito astratto, ma una necessità. Famiglie che hanno conosciuto il terrorismo e, insieme, continuano a credere nella convivenza. Ogni racconto è un frammento di quel mosaico che l’autore, nelle pagine finali, definisce “uno spaccato di Israele che spesso è poco indagato”.
Il punto centrale non è l’eroismo, ma la normalità sotto pressione. Israele appare come un Paese in cui si litiga, si vota, si protesta contro il governo, si discute di giustizia e di guerra. Parenzo non indulge in santificazioni: prende le distanze da Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione. Ma attraverso le storie personali mostra che ridurre tutto a una caricatura politica significa cancellare milioni di vite che non coincidono con un governo.
Il libro è attraversato da una consapevolezza dolorosa: l’isolamento culturale di Israele in parte dell’opinione pubblica occidentale. Lo scandalo, allora, non è lo Stato ebraico in sé, ma la rimozione della sua complessità. Quando si dimenticano le storie – le famiglie, i bambini, le paure – restano solo gli slogan.
Non a caso Parenzo chiude evocando Antonio Tabucchi e le “ragioni del cuore”. E aggiunge che, in questo caso, cuore e convinzioni coincidono. Non è solo un libro scritto “di pancia”: è una presa di posizione ragionata, che nasce dall’intreccio tra identità personale e principio democratico.
Per Lodi Liberale, “Lo scandalo Israele” è interessante proprio per questo: ricorda che il liberalismo non è equidistanza sterile, ma capacità di riconoscere la dignità delle persone dentro i conflitti della storia. Le sette storie raccontate non risolvono il dramma mediorientale. Tuttavia, obbligano il lettore a guardare Israele non come simbolo, bensì come società viva, attraversata da dolore e da libertà.
E forse è proprio qui la lezione più forte del libro: prima di giudicare uno Stato, bisogna ascoltare le sue persone. read more