La libertà delle donne non ha bisogno dello stato

Il femminismo deve necessariamente chiedere più intervento pubblico, nuove tutele, quote, divieti e regolamentazioni? Oppure esiste una tradizione femminista che individua proprio nell’espansione dello Stato uno degli ostacoli alla libertà delle donne? È da questo interrogativo, quasi assente nel dibattito italiano, che prende le mosse “Voci fuori dal coro. Il femminismo libertario americano contemporaneo” di Greta Mastroianni Greco.
Il libro ricostruisce un incontro intellettuale apparentemente difficile: quello tra femminismo e libertarismo. Il primo viene spesso associato alla richiesta di un intervento pubblico capace di correggere discriminazioni e rapporti di potere; il secondo pone invece al centro l’individuo, la proprietà, il libero mercato, la responsabilità personale e il principio di non aggressione, limitando drasticamente il ricorso alla coercizione statale. Mastroianni Greco mostra come, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, negli Stati Uniti sia emerso un femminismo capace di assumere proprio questi principi come strumenti di emancipazione.
Le sue protagoniste sono Wendy McElroy, Joan Kennedy Taylor, Camille Paglia, Christina Hoff Sommers, Sharon Presley, Nadine Strossen e Cathy Young. Personalità molto diverse, che non compongono una scuola omogenea e che arrivano a conclusioni differenti su numerosi problemi. Ad accomunarle è però un punto di partenza decisivo: prima di essere membro di un genere, ogni essere umano è un individuo titolare dei medesimi diritti. La libertà femminile non richiede quindi necessariamente la costruzione di nuovi diritti collettivi, ma la piena applicazione alle donne delle libertà individuali.
È Wendy McElroy a portare questa impostazione alle conseguenze più radicali attraverso il suo ifeminism. Il concetto libertario di autoproprietà diventa la chiave per affrontare questioni tradizionalmente femministe: il corpo appartiene alla donna e nessun altro – individuo o Stato – può disporne legittimamente. Da qui discende una concezione dell’emancipazione fondata sull’autonomia, sulla libertà contrattuale e sul mercato, insieme alla convinzione che molestie, violenza domestica e stupro vadano ricondotti alla responsabilità di chi commette l’aggressione e non interpretati come manifestazioni di una responsabilità collettiva del genere maschile.
Joan Kennedy Taylor cerca invece esplicitamente una sintesi tra libertarismo e femminismo, individuando nello Stato minimo un presupposto della libertà femminile e attribuendo un ruolo centrale alla libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. È un tema che ritorna con particolare forza in Nadine Strossen e Christina Hoff Sommers: la difesa delle donne non può diventare il pretesto per attribuire allo Stato il potere di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali opinioni debbano essere censurate. Hoff Sommers difende l’equity feminism, nel quale donne e uomini sono considerati individui autonomi e titolari degli stessi diritti, opponendosi alle politiche identitarie e alle forme di controllo pubblico sul linguaggio e sui comportamenti.
Camille Paglia rappresenta forse la voce più irregolare del gruppo. La sua riflessione su sesso, differenze tra i generi, arte, pornografia e violenza rifiuta l’immagine della donna come soggetto inevitabilmente fragile e bisognoso di protezione. È proprio questo uno dei fili che attraversano l’intero volume: emancipare significa riconoscere capacità di scelta e, con essa, responsabilità. Una libertà concessa soltanto quando le scelte coincidono con quelle ritenute corrette cessa infatti di essere libertà.
La ricostruzione di Mastroianni Greco permette anche di riscoprire quanto le donne abbiano contribuito alla stessa storia del libertarismo americano. Prima delle protagoniste contemporanee vi furono Ayn Rand, Isabel Paterson e Rose Wilder Lane, indicate come le «madri fondatrici» o «madrine» del movimento: tre donne che già negli anni Quaranta difendevano individualismo, proprietà, capitalismo e libertà contro collettivismo e pianificazione statale.
Le «voci fuori dal coro» del titolo sono dunque tali in due mondi contemporaneamente. Sono fuori dal coro di un femminismo mainstream che tende a guardare allo Stato come strumento di emancipazione, ma talvolta anche da quello libertario, nel quale la questione femminile non sempre ha ricevuto autonoma attenzione. Il libro mostra così che femminismo e libertarismo possono incontrarsi proprio nel punto apparentemente più semplice: la sovranità dell’individuo sulla propria vita.
Voci fuori dal coro restituisce quindi al dibattito una tradizione poco conosciuta e pone una domanda che va ben oltre il femminismo americano: per rendere una persona più libera occorre proteggerla maggiormente o riconoscerle più spazio per scegliere autonomamente? Per il femminismo libertario la risposta parte da un principio radicale nella sua semplicità: la donna non deve essere protetta in quanto donna, ma rispettata come individuo libero.

Commenta l'articolo

commenti