Venerdì 13 maggio scorso abbiamo presentato, in occasione del nostro centosettantacinquesimo evento, “Liberisti o socialisti ? Tertium non datur” di Enrico Colombatto. Erano con noi l’Autore, professore di Politica Economica presso l’Università di Torino, Nicola Porro, giornalista e Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni.
Leggendo il prezioso libro di Enrico Colombatto, si rimane per prima cosa colpiti da come tutte le moltissime complicazioni che appesantiscono e distorcono l’economia possano ricevere un’ importante chiarificazione ed un’illuminante semplificazione da una visione come quella sostenuta, con nitore espositivo pari alla modalità di logica cristallina con cui l’intero impianto è strutturato, nell’opera stessa. In buona sostanza, non si può non rilevare, e riflettere di conseguenza, come la prospettiva di un’economia della responsabilità individuale così come è articolata nella sintesi dell’economista torinese sia rispondente ad una consequenzialita’, ma soprattutto ad una chiarezza (ripetiamo, consapevoli, questo sostantivo, quasi a volerci ancorare, finalmente, a lineamenti lontani da fumisterie e arzigogli strumentali) che rivelano non a caso molte cose, non ultima, e fra le più importanti, la comprensione.
Da una serie di assunti posti come princìpi fondamentali dell’impronta su cui è impostata il lavoro (frutto, lo ricordiamo, non solo di anni di ricerche, ma anche del suffragio dei grandi classici e della più recente e seria delle bibliografie), l’Autore muove per analizzare, giudicare e ri-definire la regolamentazione, la fiscalità, l’impresa e l’imprenditorialità, i sussidi, le imposte, il mercato, i monopoli, la ridistribuzione, il merito. Ma questo lavoro non teme di lanciare i suoi strali polemici verso gli errori e le inefficienze, marchiane dello Stato paternalista, il grande Leviatano che si occupa, fagocitandole, di istruzione (ed educazione), sanità (e salute), previdenza sociale (e pensioni). Tutto questo spaventoso apparato è sorretto da tutta un’ideologia che si gloria di inglobare ogni aspetto della vita del singolo, annettendosi non solo la facoltà di spendere in ogni comparto, ma di dilapidare e di sbagliare senza conseguenze. Le uniche conseguenze di fronte ai continui fallimenti dell’azione dello Stato ed ai suoi ampliamenti ipertrofici nella sfera di influenza sono la loro continua reiterazione e il mancato riconoscimento di quello che dovrebbe essere il suo discredito. Di fronte a questa, ed altre, situazioni paradossali, in cui il mondo sembra essere invertito o comunque procedere alla rovescia.
Colombatto propone un quadro lineare, nitido, lontano dagli illusionismi : la preliminare distinzione tra quelli che lui reputa essere i unici due campi entro cui tutte le soluzioni e le problematiche economiche possono e debbono ricevere senso. Da una parte, l’impostazione, a grandi linee, in cui la società ha fini propri che prevalgono su quelli individuali, in cui il benessere ritenuto di molti (o comunque, non dei singoli presi di per se’) soverchia le preferenze della persona. Questa impostazione, che assomma in sé utilitaristi, collettivisti, conservatori, nazionalisti, progressisti etc, è la prospettiva designata dall’Autore con il termine complessivo di “socialista”. Dall’altro lato sta l’impostazione un cui la società nasce per volere degli individui, in cui l’orizzonte deve essere primariamente orientaoi al sistema di libertà naturali, in cui i diritti delle singole persone non possono mai essere violati 《se non per legittima difesa o per compensare i danni subiti a seguito di un’aggressione.
Chi si pone in quest’ottica e ne sostiene le istanze, viene definito “liberista”. Questa polarizzazione non lascia spazio ad alternative, terze vie, commistioni, contaminazioni o compromessi. Tertium non datur, appunto. Vengono in mente le parole pronunciate da un altro piemontese, Camilla Benso conte di Cavour, in Parlamento, laddove aveva diviso i convincimenti ed i programmi economici in due grandi gruppi, ossia quelli improntati alla fede nei princìpi di libertà da una parte e la multiforme, ramificata, obliqua scuola socialista-statalista dall’altra. A corredo di quanto affermato e a corona di questo libro altamente consigliabile, ricordiamo le parole di un altro economista, Maffeo Pantaleoni “esistono solo due scuole di economisti, quelli che l’economia la sanno e quelli che l’economia non la sanno”.

