L’Economia della Proibizione è il libro di Mark Thornton pubblicato per la prima volta nel 1991. Esso tratta di come i regimi economici proibizionistici siano sempre e inevitabilmente la cura sbagliata per la malattia che si sono prefissati di curare, e vanno a scapito in primis dei consumatori e più in generale della società.
Fortemente anti-statalista e anti-proibizionista, Thornton argomenta, riportando grafici, dati e statistiche accurate in merito, contro tutti quei provvedimenti governativi presi, a partire dagli anni 20 del 1900, per limitare e poi bandire l’uso di bevande alcoliche e sostanze stupefacenti.
La proposta di politiche proibizioniste si fondava su due particolari motivi: il fatto che molti studi avevano dimostrato una correlazione tra il consumo di certe droghe, come alcol ed eroina, e un comportamento criminale; e la corruzione di pubblici ufficiali e del processo democratico (gli elettori vendevano i loro voti in cambio di soldi o droga e l’industria dell’alcol cercava di influenzare le elezioni e le politiche pubbliche). Per questi motivi, la proibizione fu avanzata anche come un mezzo per mantenere l’integrità della democrazia e del governo.
In particolare, tutti i mali della società vennero collegati all’ubriachezza. La proibizione, come ogni provvedimento governativo durante la Progressive Era, doveva avere una funzione educativa: l’uomo doveva raggiungere la moralità, il progresso e l’ordine, mentre il governo era il principale strumento di civilizzazione. Qualora la proibizione non avesse raggiunto i risultati sperati, si tendeva ad incolpare il fatto che non fosse stata applicata adeguatamente.
Thornton individua i principali colpevoli di questa propaganda proibizionista, e li colloca in un preciso periodo storico in America: gli economisti (primo tra tutti Irving Fisher) durante le Progressive Era. Dagli anni 20 infatti una nuova tendenza verso la creazione di nuove leggi ed un interventismo governativo furono il risultato di nuove influenze nel campo dell’economia politica. La Scuola Storica tedesca, che promuoveva uso delle leggi come mezzo di riforma sociale, andava sostituendo l’approccio del liberalismo classico.
Da un punto di vista analitico, la proibizione è una misura che opera sulla curva dell’offerta e che mira a ridurla, se non eliminarla completamente: dovrebbe rendere per i produttori più difficile produrre un determinato prodotto. Quindi, dal momento che l’offerta del bene diminuisce, il prezzo salirà, la quantità domandata cadrà e il consumatore sostituirà quel bene con uno simile, solitamente di qualità inferiore (altrimenti lo avrebbe comprato già prima). Il risultato è che l’utilità del consumatore è diminuita. Inoltre, il governo potrebbe decidere di alzare le tasse per far rispettare la nuova politica proibizionista e questo svantaggerebbe ulteriormente gli individui che potranno disporre di un minor budget da spendere per cibo, assistenza medica e così via.
Il proibizionismo tende inoltre ad oscurare una delle più importanti funzioni del libero mercato, ovvero il processo di scoperta. Esso nega la possibilità ai produttori privati di migliorare i loro prodotti e di adattarsi ai gusti dei consumatori (che inevitabilmente richiederanno prodotti di migliore qualità, meno costosi e più sicuri); sostituisce invece questo processo naturale con un mercato nero e un monopolio burocratico.
In sintesi, la proibizione negli anni Venti venne promossa sulla base dell’inefficacia del libero mercato a risolvere i problemi sociali, tuttavia le burocrazie che se ne sarebbero dovute occupare non avevano le informazioni necessarie a risolvere questi problemi sociali.
Un altro dato che riporta Thorton come conseguenza della politica proibizionista, è l’aumento della concentrazione delle sostanze stupefacenti in narcotici, cocaina, alcol e marijuana. In particolare, fa notare come l’oppio fu sostituito dalla morfina e ancora dall’eroina. Una più alta concentrazione di sostanze stupefacenti riduce però l’efficacia del rispetto delle leggi, in quanto minori quantità della sostanza hanno gli stessi effetti di maggiori quantità. Inoltre, sostanze più potenti sembra che rendano anche più dipendenti. In alternativa, i sostituti delle sostanze che venivano vietate erano addirittura più pericolosi delle stesse sostanze vietate. Distorcere i prezzi di queste sostanze (o lasciarle produrre sul mercato neo) rende anche molto più difficile per il consumatore acquisire informazioni in merito alla loro pericolosità.
Non ultimo, la proibizione fallì anche nel campo della corruzione. I livelli di corruzione dei pubblici ufficiali, invece di abbassarsi, si alzarono drasticamente: poiché i prezzi delle sostanze che erano state proibite crescevano sensibilmente (a causa della minore offerta), essi potevano farsi pagare molto di più per permettere il traffico clandestino di queste sostanze.
Insomma, il messaggio del libro è una bocciatura evidente di qualsiasi conseguenza delle politiche proibizioniste e di un fallimento degli obiettivi positivi e benefici che si erano poste. Nell’ultimo capitolo Thornton propone la soluzione del libero mercato come cura dell’abuso di queste sostanze: i produttori migliorerebbero la qualità dei propri prodotti, il prezzo sarebbe più vantaggioso, le informazioni circa la qualità, disponibilità e prezzo dei prodotti sarebbero disponibili, e la spesa del governo per far rispettare queste leggi si sposterebbe verso l’educazione, il trattamento e la riabilitazione nei confronti degli individui che fanno o hanno fatto uso di queste droghe.
Tuttavia, anche Thornton ammette che la soluzione del libero mercato non porterebbe a risultati ideali, seppur migliori dell’intervento statale.
La soluzione reale potrà essere trovata solo alla radice di questi problemi e verrà risolta solamente attraverso una rivoluzione ideologica e un drastico cambiamento.

