Hayek e la giustizia sociale

In occasione del nostro centotrentottesimo evento di lunedì 12 luglio abbiamo presentato il libro di Alberto Mingardi “Contro la tribù. Hayek, la giustizia sociale e i sentieri di montagna” insieme all’Autore (Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni), Angelo Panebianco (Professore di Scienze Politiche all’Università di Bologna) e Angelo Maria Petroni (Professore di Scienza dell’Amministrazione all’Università La Sapienza di Roma).

Il testo ci testimonia l’importanza per l’Autore di Friedrich August von Hayek, grande scienziato sociale e premio Nobel per l’economia nel 1974, facendoci altresì comprendere come la visione hayekiana sia determinante per entrare nei complessi meandri della cosidetta “giustizia sociale”. Un concetto che viene dato per acquisito dal dibattito intellettuale e dalla pratica politica, ma che è bene comprendere nella sua genesi e definire nelle sue molte angolature prospettiche. Il libro, interessantissimo e molto documentato in tal senso, fa chiarezza e fornisce il senso dell’articolata critica hayekiana al concetto stesso di “giustizia sociale”, facendoci riflettere ancora una volta sul ruolo centrale degli intellettuali. La nostra epoca sembra essere giunta a una serie di conclusioni inappellabili e indiscutibili: il tutto deve prevalere sulla parte, il generale sul particolare, i molti sul singolo. Altrettanto indiscutibile sembra essere l’assioma per il quale non solo è possibile individuare una “giustizia” insita nella società, ma a questo concetto tutto dovrebbe essere sottomesso. Ebbene Hayek, appellandosi alla tradizione del liberalismo classico e alla sua riformulazione della Scuola Austriaca, mette tutto questo in discussione e insinua in questa visione dall’apparenza olimpica tutta una serie di dubbi salutari che finiscono per ridefinire il senso stesso delle scienze sociali.

L’Autore cerca nella multiforme opera di Hayek le molte tracce relative alla tematica in questione, ravvisandone le origini in istanze religiose e di dottrina sociale della Chiesa Cattolica, non disgiunte però da echi socialisti e financo reazionari, il tutto in un complesso coacervo di rigetto di una visione individuale e di mercato, o più precisamente, di una società pienamente libera in tutti i suoi aspetti, per i suoi singoli membri. Hayek ha puntualmente criticato ogni tipo di “giustizia sociale” che non abbia come referente la libertà individuale e lo ha fatto con l’acume di cui sempre è stato capace lungo il corso della sua lunga carriera. La “giustizia sociale” che Hayek prende di mira è contraddistinta dalla logica della tribù, dal senso della redistribuzione pensata dall’alto, dall’annichilimento per il singolo uomo o la singola donna, sacrificati sull’altare di interessi o valori che li travalichino.

Mingardi, nel solco di Hayek, non manca di mettere in rilievo la funzione degli intellettuali in tutto questo, il loro ruolo di annunciatori e custodi di una grande visione di “giustizia sociale” che solo apparentemente cerca di ottenere esiti di maggiore equità. Tutto l’apparato, oltre a non aver conseguito gli scopi che si era prefisso, di fatto consegna ai decisori politici, e quindi all’arbitrio di chi ragiona in termini molto lontani dagli ideali, il potere di decidere e di scegliere. La “giustizia sociale” si trasforma così in una chimera e i suoi contenuti sono decisi dall’alto, nella pretesa, fallace nelle premesse e fallimentare nei risultati, di interpretare le richieste dal basso. Questo “schema” viene annientato da motivazioni teoriche, che hanno in Hayek, nella Scuola Austriaca e nella tradizione liberale i loro referenti, ma, soprattutto, dalla realtà che ci mostra la scomoda evidenza degli errori per presunzione, quando non lo squallido spettacolo dell’ambizione della politica, spalleggiata da una autoreferenziale e compromessa élite di chierici del sistema.

Sono molti i messaggi positivi che dovremmo raccogliere dalla riflessione intorno a questo libro. Oltre a una parte critica di grande valore per le nostre decisioni anche quotidiane, c’è l’invito a una valutazione consapevole e matura degli esiti dell’economia di mercato, vale a dire la modalità che ha consentito alle nostre società e soprattutto a ciascuno dei suoi membri di crescere nel benessere, di vivere meglio e più a lungo. Molto resta da fare e la strada si presenta ancora lunga. Ma è un cammino che, se affrontato nelle modalità dell’ordine spontaneo e della reale concorrenza, può essere ancora molto fecondo. Viceversa, l’idea di basarsi su disegni deliberati, progetti pianificati e decisioni che si credono sagge solo in quanto giungono dall’alto è da sempre destinata all’insuccesso, provocando quantomeno infelicità diffusa se non veri e propri disastri sociali ed economici, con il progressivo annientamento della libertà individuale.

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