Il diritto ad una scelta libera

In occasione della nostra trecentoventunesima serata abbiamo presentato il libro “Meglio poter scegliere. I referendum del 1995 e la battaglia per la televisione commerciale” insieme all’Autore,  Alberto Mingardi (Professore di Storia delle dottrine politiche all’Universita IULM di Milano), Sergio Scalpelli (Giornalista), Carlo Momigliano (Direttore Marketing Publitalia 1986-1998) e Camilla Conti (Giornalista). Con “Meglio poter scegliere”,  Alberto Mingardi ci riporta in un momento cruciale della storia politica italiana: i referendum del 1995 sulla televisione commerciale, una delle battaglie culturali più significative del secondo dopoguerra. Dietro quella consultazione popolare, apparentemente tecnica, si giocava una sfida decisiva: stabilire se gli italiani dovessero essere liberi di scegliere cosa guardare o se, in nome di un presunto “bene collettivo”, lo Stato dovesse limitarne la possibilità.

Il libro è un racconto lucido e appassionato di quella vicenda, ma anche un saggio di teoria liberale in azione. Mingardi rilegge i referendum come un test perfetto per misurare la maturità di una democrazia: la capacità di fidarsi del giudizio dei cittadini. Allora, come oggi, non si discuteva solo di frequenze o concessioni, ma del diritto fondamentale a scegliere, a preferire un programma televisivo, un giornale, uno stile di vita, senza che una minoranza colta o una burocrazia paternalista decidesse al posto della maggioranza.

Nel clima politico e culturale dei primi anni Novanta, la televisione commerciale era percepita da molti come una minaccia: simbolo del “cattivo gusto”, della cultura di massa, dell’Italia berlusconiana che sfidava l’egemonia culturale della sinistra. I promotori dei referendum – che miravano a limitare l’attività delle reti private nazionali – volevano “salvare” il pubblico dall’invadenza del mercato. Mingardi mostra con acume come dietro quell’atteggiamento si celasse la più classica delle tentazioni illiberali: la diffidenza verso la libertà altrui.

In nome della “qualità”, si voleva ridurre la pluralità. In nome del “bene comune”, si voleva togliere agli individui la possibilità di scegliere. Ma, come ricorda Mingardi, la cultura liberale è nata proprio come ribellione a questa presunzione di superiorità morale: nessuno possiede la conoscenza o il gusto universale che possa sostituire la libera interazione di milioni di persone. È l’eco della lezione di Hayek: l’ordine spontaneo del mercato non è perfetto, ma è l’unico capace di adattarsi ai desideri mutevoli e alla conoscenza dispersa della società.

Il libro restituisce anche la dimensione storica di quella stagione, quando il referendum appariva ancora come uno strumento nobile di democrazia diretta. Ma, osserva Mingardi, paradossalmente proprio la sinistra – che aveva difeso l’istituto referendario negli anni Settanta – lo utilizzò allora per imporre limiti e divieti. Il voto del 1995 sancì, invece, una vittoria della società aperta: gli italiani scelsero di respingere l’idea di una cultura controllata dall’alto e affermarono il diritto di ciascuno di formarsi un’opinione attraverso la molteplicità delle voci.

Mingardi mostra che la libertà di scelta non è un privilegio dei forti, bensì la garanzia dei deboli. In un mercato libero, ogni spettatore, ogni consumatore, ogni cittadino ha un potere reale: dire “no” con il telecomando, con la spesa, con il voto. In un sistema controllato, invece, la decisione è presa da pochi “illuminati” che, in nome della qualità o del progresso, riducono la pluralità alla propria misura.

“Meglio poter scegliere” diventa, così, una riflessione sulla modernità italiana, sospesa fra il desiderio di libertà e la paura della libertà. È un libro che parla del passato, ma interroga il presente: ogni volta che si invoca un’autorità per “proteggerci” dalle nostre scelte – nella cultura, nell’economia, nella vita privata – si ripete la stessa logica paternalistica che quei referendum hanno sconfitto.

Con il suo stile limpido, concreto e razionale, Mingardi difende l’idea che la libertà non vada temuta, ma esercitata. Perché “poter scegliere” non significa che tutti sceglieranno bene: significa, più semplicemente, riconoscere la dignità morale di ciascuno di noi come individuo capace di giudizio.

Nel rievocare la battaglia dei referendum del 1995, “Meglio poter scegliere” ci ricorda che il liberalismo non è una dottrina astratta, ma una fiducia pratica nella libertà umana. E che la vera democrazia, come scriveva Luigi Einaudi, consiste non nel far scegliere al popolo ciò che piace a pochi, ma nel lasciare che ciascuno impari a scegliere da sé.

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