Il federalismo come espressione dell’eccezionalismo americano

Lunedì 18 maggio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Il Federalista”, di Alexander Hamilton, James Madison e John Jay. Erano con noi Gigliola Sacerdoti Mariani, già professore di Lingua e cultura inglese presso l’Università di Firenze, Stefano Bruno Galli, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Milano, Alessandro Vitale, professore di Geografia economico-politica presso l’Università degli Studi di Milano e Alessandro Sterpa, professore di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi della Tuscia. Per capire e collocare questa serie di scritti, che, lo ricordiamo, sono circa ottantacinque articoli scritti per convincere i membri dell’Assemblea dello Stato di New York – una delle tredici colonie che di fatto guidarono l’indipendenza degli Stati Uniti – a ratificare il testo della Costituzione degli Stati Uniti stessi, appena promulgata dalla seconda Convenzione di Filadelfia. Detti articoli uscirono su vari organi di stampa di New York tra l’ottobre del 1787 e l’agosto del 1788, per essere, sempre nel 1788, editi in due volumi. Alle spalle, questi testi hanno la Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776, la Guerra con la Corona britannica portata a termine vittoriosamente nel 1783, ma soprattutto la Costituzione, documento fondante dell’identità della nazione e linea guida, in quanto testo primario cui ogni legislazione deve cedere il passo per ispirarsi alle sue coordinate e alle sue direttrici. E’, in quest’ottica, allora singolare rilevare come proprio “il Federalista”, nelle intenzioni iniziali pensato come uno strumento di persuasione di delegati dubbiosi, scettici o addirittura contrari, diventi fin da subito non solo la prima importante interpretazione della Costituzione, ma, esso stesso, un classico nella storia del costituzionalismo tout court. Gli articoli sono firmati con un nom de plume, vale a dire “Publius” (il riferimento è, non a caso, ad uno dei fondatori della Repubblica romana, Publio Valerio Agricola, oppositore di Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, quindi della tirannide monarchica), ma sotto lo pseudonimo si celavano tre autori, Alexander Hamilton, James Madison e John Jay. Tre Padri Fondatori, ma sicuramente tre personalità non ingenuamente sovrapponibili, che seppero in questi articoli, nonostante le diverse sensibilità e al netto delle indubitabili differenze anche di teoria politica, supportare la neonata Costituzione mettendo in rilievo, talvolta spiegando, talaltra commentando, altrove indicando sensi precisi che avrebbero condizionato il corso successivo della storia giuridica americana e non solo. Ci troviamo, allora, di fronte non solo al primo commento della Costituzione – approvata dalla Seconda Convenzione, lo ricordiamo per mettere in rilievo le date ravvicinate, il 17 settembre 1787 – , ma anche alla prima formulazione teorica della forma dello Stato federativo. I passi degli articoli dedicati alla forma federativa rivestono pressoché la stessa importanza, sotto questo preciso rispetto, delle quasi contemporanee sezioni sul federalismo formulate nella Costituzione, configurandosi come una riflessione molto profonda, analitica, precisa e particolarmente intelligente di una delle caratteristiche precipue dell’ <>. Se la Dichiarazione di Indipendenza, tra le decine di suggestioni, è anche un atto preciso di accusa verso un Re che ha smarrito il senso delle “libertà inglesi” oltre che verso una madrepatria dimostratasi volutamente e colpevolmente sorda alle richieste dei suoi sudditi di oltre Atlantico, la Costituzione fa emergere l’eccezionalismo statunitense, quella serie di istanze che sono maturate nell’animo, nelle menti e nei cuori dei componenti della Nazione anche attraverso la durissima esperienza della Guerra. Ed il federalismo potrebbe essere letto anche in questo senso, ossia come l’attenzione a non ripetere con i singoli Stati ciò che la Corona e il Parlamento avevano fatto alle Colonie; potrebbe, in filigrana, essere interpretato come il riguardo dovuto alle singole parti di un insieme, in quanto sono proprio le singole parti a costituire l’insieme e non il contrario. Il federalismo che emerge dalla lettura de “Il Federalista” è un organismo quasi naturale, dove sono postulati chiaramente due livelli di governo indipendenti e coordinati, Stato unitario e Stati decentrati. Questa soluzione funziona grazie ad un equilibrio dato da un’armonica divisione dei poteri e degli ambiti, dove lo Stato centrale ha compiti ridotti e precisi, cioè quelli che sono demandati dal livello più basso degli Stati decentrati, che, a loro volta, hanno ambiti delineati e locali. In questo contesto, la sussidiarietà è una richiesta che nasce dal basso e l’esito sarà, indubitabilmente, un rispetto delle sfere della libertà individuale e dei diritti inviolabili degli individui di fronte ad ogni potere ed ad ogni pericolo di intrusione. Il sistema si regge sul rispetto e sulla tutela degli ambiti delle singole persone, dei singoli Stati e sugli equilibri che regolano i rapporti tra le istituzioni, mediante controlli e bilanciamenti che non fanno prevalere un ordine rispetto ad un altro. E’ una Costituzione pensata per il contesto sociale statunitense, si potrebbe anche dire espressione esplicita di questa cornice socio-politica. Questa capacità di leggere la propria realtà, di tradurla in un sistema senza snaturarne le componenti ed, anzi, esaltandone i caratteri, è anche frutto di una formidabile serie di uomini, che seppero spesso essere intellettuali profondi, scienziati, filosofi della politica, giuristi, statisti e perfino militari, capaci di dare un’impronta indelebile alla Nazione, essendo al contempo orientati alle necessità generali senza dimenticare mai la centralità, l’importanza e la primarietà della dimensione locale. Ci fa piacere chiudere con un passo tratto da un articolo riconducibile a James Madison, fra gli ideatori ed estensori materiali della Costituzione, Segretario di Stato e Quarto Presidente degli Stati Uniti, il quale, riferendosi al Parlamento inglese, ebbe a scrivere : “Centosettantatre despoti non sono certo meno oppressivi di uno”

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