L’Islam in Italia, un’integrazione difficile

Una delle caratteristiche innegabili nella pluriennale attività dell’Associazione Lodi Liberale è stata lo stimolo alla discussione intorno a tematiche di rilievo, spesso anche scomode, provando a non farlo mai banalmente, ma sempre adottando una prospettiva aperta al dialogo e tollerante verso ogni contributo. Partendo perlopiù da un volume abbiamo cercato di porre l’attenzione su argomenti che potessero coinvolgere il pubblico della nostra città.

L’evento di lunedì 6 maggio non ha fatto eccezione. L’ospite che ha presentato il suo contributo, “Il libro nero dell’Islam italiano”, è stato il vicecaposervizio de “Il Giornale” Alberto Giannoni, affiancato da Davide Romano, giornalista e direttore del Museo della Brigata Ebraica, e Maryan Ismail, antropologa.

Si tratta di un’inchiesta sulle connotazioni dell’Islam politico e radicale presenti nel nostro Paese. Di un pamphlet-verità sulle dimensioni e sulle incarnazioni del movimento jihadista globale e delle sue ramificazioni in Italia. Di un’analisi su una serie di forze eversive che hanno condizionato le nostre vite e che continuano a mostrare la loro strategia di terrore, morte e ostilità pregiudiziale a ogni dialogo con civiltà come la nostra.

Ebbene, Giannoni ci mostra i motivi per i quali sul nostro suolo non sono ancora stati consumati i massacri compiuti altrove, quale sia la natura della presenza degli aderenti all’Islam radicale nelle nostre città, come si definisca e come venga vista l’Italia da questi acerrimi e irriducibili nemici. Ma soprattutto il volume sollecita prudenza e allerta di fronte al cosiddetto islamismo politico “non-violento”, cioè a quelle posizioni preponderanti nelle moschee italiane e nei siti apparentemente moderati che parlano di un Occidente moralmente corrotto e in una perenne guerra verso cui sarebbe giustificata la violenza come difesa.

Il piccolo ma denso libretto non è certo – né vuole permettersi di essere – un atto di accusa nei confronti della religione islamica, quanto piuttosto la critica verso un’ideologia costruita piegando la religione islamica stessa ai propri fini di violenza, vendetta, dominio.

Siamo, dunque, di fronte a una questione eminentemente politica, storica e strategica, non certo di fede. Siamo di fronte a un’ideologia intollerante, misogina, omofoba, antisemita e totalitaria. E spesso, troppo spesso, assistiamo alla sua mancata condanna, oppure alla non sufficiente fermezza, o addirittura all’indifferenza, tutte modulazioni di una diversa, ma pericolosa contiguità.

Un aspetto che viene messo in luce e sul quale si deve stare in guardia è la presenza, sul suolo italiano, di combattenti di ritorno dagli scenari di guerra, ossia quei volontari in possesso del nostro passaporto che, attraverso un autoreclutamento, hanno aderito alla causa della jihad in diversi scenari dello scacchiere internazionale e che, dopo alterne “fortune”, hanno deciso di rientrare in Italia. Costoro rappresentano un pericolo ben più che potenziale, costituendo una rete di appoggio per tutti i terroristi del continente. L’Italia ha potuto beneficiare di una relativamente ristretta quantità di attentati grazie all’opera dei nostri apparati di intelligence, attivissimi ed efficaci, ma anche al fatto di essere stata identificata come una base logistica vitale, nella quale mantenere un basso profilo operativo a livello di azioni eclatanti o di morti dirette, ma nella quale disporre di un hub organizzativo.

Nel libretto si insiste sia sulla repressione e prevenzione di fenomeni violenti sia su una campagna vòlta a smontare la propaganda incentrata sull’odio con argomentazioni, per così dire, di tipo ideale. In tal senso, è quanto mai adeguato il richiamo al fiancheggiamento cui troppo spesso assistiamo nei nostri scenari, politici o intellettuali: infatti, nelle dimensioni assunte dall’emergenza del terrorismo jihadista, ci troviamo troppo spesso di fronte a posizioni che non condannano, oppure a un negazionismo davvero inquietante. Bisogna invece avere il coraggio di condannare dati che sono evidenti, dati che minano, perché in contrasto voluto e palese, le regole delle nostre istituzioni liberaldemocratiche. E bisogna allearsi con le troppo poche voci discordanti presenti nel campo dell’islamismo moderato, quelle voci che hanno la forza di parlare di possibile coesistenza senza scontri.

A ben vedere, è sintomatico e realmente rabbrividente, anche se non stupefacente, constatare che le caratteristiche dell’islamismo radicale, estremistico e fondamentalistico siano esemplificate e rese operative da paesi che praticano un Islam politico subordinato alla Sharia e alla volontà di potenza di despoti che usano questo arsenale per i loro fini. In tal senso, non sorprende che in questi paesi, anche dalla presunta rispettabilità e dalle conclamate ambizioni, si attui la subalternità della donna, la repressione dell’omosessualità, che siano impraticabili la democrazia e le libertà, che sia preminente, conclamato e orgogliosamente sostenuto un antisemitismo dai toni lugubri.

Abbiamo definito questo contributo come un’indagine all’interno di un universo antagonista dentro le nostre città. L’auspicio è che di questa situazione si acquisti piena consapevolezza, non certo per un’opposizione indiscriminata, quanto per riportare al centro della prassi politica ed istituzionale i valori che contraddistinguono la nostra civiltà. Apertura, libertà, tolleranza di contro a chiusure, irreggimentazioni e intolleranze.

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