Lunedì 8 settembre, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Libertà individuale”, di Benjamin Tucker. Erano con noi Paolo Luca Bernardini, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi dell’Insubria, Roberta Modugno, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Roma TRE, Pietro Adamo, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’università di Torino e Nicola Iannello, giornalista e Fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Benjamin Tucker è una di quelle figure che, pur non potendo contare su una vasta notorietà ed identificandosi, piuttosto, come un intellettuale di nicchia, ebbe una sua precisa fisionomia ed un suo specifico percorso, che ne fecero, ai suoi tempi, un autore molto conosciuto, capace di influenzare, con alcune sue intuizioni, anche esponenti di movimenti ideali a lui molto lontani. La sua, infatti, è la parabola di un giornalista, traduttore ed editore che, nella seconda metà dell’Ottocento, introdusse Proudhon, Stirner e Bakunin nella cultura americana e che, quindi, operò una connessione tra anarchismo e socialismo rivoluzionario. La sua attività principale si concretò all’interno delle redazioni di giornali (la “Radical Review”) e periodici (“Liberty”) da lui fondati e diretti. E’ proprio al denso periodo di pubblicazione di “Liberty”, infatti, che dobbiamo i suoi più interessanti contributi, contributi che, per il composito universo individualista ed anarchico americano dell’ultimo ventennio del XIX secolo ed il primo decennio del XX, rappresentarono un sicuro punto di riferimento ed una guida intellettuale molto ascoltata. Il libro che è stato presentato raccoglie proprio un vasto e rappresentativo florilegio degli interventi di Tucker sulla libertà individuale in cui l’opera è suddivisa in due parti, ossia, nella prima parte, le riflessioni intorno alle tematiche cosiddette sociologiche e, nella seconda, gli interventi a sfondo economico. Ora, se nella prima parte troviamo tutta una serie di tematiche che, sostanzialmente, ruotano intorno ai grandi poli di interesse di Tucker, e cioè l’anarchismo, lo Stato e il socialismo, nelle loro relazioni e nelle loro possibili interconnessioni ( o nelle loro opposizioni), nella seconda l’attenzione si sposta intorno alla relazione fra il campo di esclusiva pertinenza dell’individuo e le possibili influenze (ma anche i sicuri condizionamenti) che istituzioni come le banche, i governi, le politiche economiche, i rapporti con le rendite e, in genere, tutto la complessa problematica rappresentata dalle relazioni tra le dimensioni sovraindividuali e le singole persone potevano esercitare in maniera spesso indebita. Le posizioni di Tucker non sono agevoli da condensare in una formula o in una serie di definizioni che ce lo restituiscano attraverso una facile, quanto poco congrua, linearità. Ci permettiamo di suggerire alcuni spunti, fra i molti, per provare a definire alcune aree di indubbio interesse : la relazione tra Stato e individuo come pure quella di Anarchismo e Stato, la tematica della resistenza al Governo e all’oppressione, la critica dell’Autore nei confronti della liturgia elettorale e la sua denuncia della sua futilità, le posizioni intorno al denaro, alle banche, agli interessi. E, ancora, le sue originali riflessioni intorno al servizio postale pubblico e privato come pure sul diritto d’autore. Ebbene, in queste posizioni come pure in tutto l’arco della sua produzione, che conta opere mai banali e sicuramente fuori dal consueto, Benjamin Tucker seppe proporsi come un versante estremamente stimolante del pensiero della sua età, una voce per la quale, forse, la più calzante delle definizioni è “eccentrica”, nel senso etimologico di idee che non hanno lo stesso centro, che sono lontane dal centro ritenuto fondamentale della cultura per proporsi come un’orbita ruotante attorno ad un nucleo alternativo. Questa sua caratteristica sembrerebbe spiegare, anche, il motivo per cui autori anche lontani dalla sua sensibilità abbiano guardato con interesse ai suoi punti di vista, alle sue posizioni. Ed anche se intorno ad essi non sempre si registrava la più perfetta concordanza, per lo meno essi avevano il merito di rappresentare un quadro fuori dagli schemi consolidati e a mostrare che una prospettiva alternativa era possibile. Se, come si è cercato di sostenere, non è agevole trovare una formula che condensi la multiforme personalità di Tucker e la variegata ricchezza delle sue idee, ciò non di meno pare legittimo poter dire che ebbe sicuramente a cuore le ragioni, i diritti e gli ambiti degli individui sopra ad ogni cosa, cercando sempre di proteggerli dagli sconfinamenti delle autorità e mettendo in guardia, nel solco della tradizione con la più autentica espressione del liberalismo classico, sulla natura del potere, che ha in sé, quasi come uno stigma ontologico, la caratteristica di accrescere sé stesso, di esondare dai propri limiti e di non tenere conto delle barriere che gli vengono poste.
