La situazione della giustizia italiana

Lo scorso lunedì 4 marzo abbiamo presentato il libro di Annalisa Chirico “Fino a prova contraria. Tra gogna e impunità, l’Italia della giustizia sommaria” insieme all’autrice (Giornalista de Il Foglio), Ambrogio Ceron (Presidente del Tribunale di Lodi), Domenico Chiaro (Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lodi) e Giorgio Bottani (allora Presidente dell’Ordine degli Avvocati della Provincia di Lodi).

Il volume è una denuncia e una critica profonda della condizione attuale dell’amministrazione della giustizia nel nostro paese, le cui cause risiedono in una perdurante tendenza insana, ovvero l’intreccio biunivoco tra giustizia e politica.

L’autrice fa suoi tutta la serie di fondamenti che reggono (o che dovrebbero reggere) lo stato di diritto, a partire da tutto il complesso di garanzie individuali: l’uguaglianza davanti alla legge, la presunzione di non colpevolezza “fino a prova contraria” e la parità tra accusa e difesa.

Il libro ci mostra invece il sovvertimento di questa impalcatura che tutela e garantisce il singolo, mettendoci di fronte a una situazione in cui «da qualche decennio assistiamo a un processo all’apparenza irreversibile: la graduale trasformazione del nostro paese in una repubblica giudiziaria». I poteri non sono più separati, ma avvinti in un intreccio inestricabile. Ognuno di essi fa leva o si serve degli altri per coltivare fini che sono spesso in palese antitesi con i propri obiettivi costituzionali.

In questo quadro, gli strali più penetranti sono diretti principalmente verso l’ordine giudiziario che si è ritagliato un ruolo inattaccabile di burocrazia al riparo dalle critiche che ha un’inedita commistione con l’ideologia e con la politica, in una storia di lungo corso di cui l’autrice ne riepiloga i capisaldi con dovizia di dettagli e precisione di riferimenti.

Vale la pena leggere questo libro anche come una cavalcata lungo momenti drammatici della nostra storia repubblicana, dal centrosinistra alla contestazione, dagli anni di piombo e del terrorismo alla lotta alla criminalità organizzata, dalle inchieste partite con Mani Pulite alla discesa massiccia nell’agone politico e parlamentare di esponenti di spicco del mondo giudiziario, impegno che dura tutt’ora. Si è assistito, inoltre, alla sempre più pervasiva commistione di istanze giustizialiste, che hanno visto allearsi alcuni settori fortemente schierati della magistratura con gran parte della stampa, dell’informazione e della cultura in genere, per poi generare una serie di movimenti di protesta delle posizioni precostituite, ma soprattutto di partiti politici che hanno portato all’attuale egemonia di un populismo dal vago eco giacobino.

In Italia assistiamo ad applicazioni diversificate dei codici, a trattamenti non omogenei, a processi dalla durata inusitata, a una stampa ristretta al ruolo ancillare di velina, a una politica subalterna e a una serie di magistrati che, artatamente, hanno sovradimensionato inchieste e avvisi di garanzia per spirito di parte. In Italia, i responsabili di processi su persone rivelatesi innocenti, gli autori di aperture del tutto infondate di fascicoli per reati mai commessi, non hanno conseguenze sulla loro carriera o sui loro curricula.

Insomma in Italia la giustizia è spesso una giustizia sommaria, dove gli accusati sono esposti al pubblico ludibrio delle prime pagine dei giornali con sentenze di condanna mediatica. Secondo i codici, le indagini, nel solco della tradizione di tutela dei diritti dell’indagato, dovrebbero essere condotte come ipotesi accusatorie, mentre la realtà ci mostra come esse siano portate avanti come condanne, rese pubbliche con questa connotazione e commentate da parti politiche interessate e conniventi per accrescere i propri consensi, solleticando gli umori sempre più forcaioli dell’elettorato.

Non c’è più terzietà, non si può più parlare di imparzialità e di rispetto delle regole laddove queste sono calpestate proprio da coloro che dovrebbero onorarle con la loro condotta e con la loro estraneità al mondo della politica, del parlamento e del governo.

I politici subalterni si servono dei magistrati, dunque, e i magistrati (alcuni magistrati, anche se sono la parte preminente e più militante) si servono dei politici in un coacervo di contraddizioni, ingerenze e sovrapposizioni indebite che viene “raccontato”, o meglio “ripetuto”, da media compiacenti e accondiscendenti.

A questo quadro, aggiungiamo un aspetto di grande interesse, fatto rilevare debitamente nel volume: se il panorama è questo, non è forse vero che ormai ci sono questioni sensibili di rilievo nazionale e problematiche etiche sulle quali non è più il popolo sovrano a decidere, ma una certa qual magistratura che di fatto legifera applicando sentenze creative, sentendosi quindi autorizzata, quando non investita, a colmare un vuoto decisionale.

Durante una nostra serata dell’anno scorso avevamo parlato della tragica vicenda di Enzo Tortora di trent’anni fa. Da allora, possiamo forse dire che la nostra repubblica è del tutto al riparo dal possibile ripetersi di drammi simili? Oggi non sono forse ancora presenti la carcerazione preventiva, l’arbitrio dell’autorità, gli avvisi di garanzia e gli impianti accusatori fondati sul nulla? Oggi tutto questo non è pericolosamente raccolto da un populismo giudiziario disposto a tutto per il raggiungimento del potere?

Lodi Liberale, richiamandosi ai valori che sorreggono la difesa della libertà, della proprietà e della vita dei singoli individui, non può che evocare i nomi di alcuni grandi esponenti liberali che, nei secoli, hanno portato la civiltà a progredire nel rispetto dei diritti individuali: Locke, Montesquieu, Kant, Constant solo per citare i più remoti, ma potremmo aggiungere Bruno Leoni e Friedrich August von Hayek. Ci auguriamo che ad essi si inizi a guardare nel nostro paese per tornare a diffondere una sana cultura garantista e rispettosa dei diritti individuali.

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