La situazione e il destino delle Banche Popolari

Questo volumetto, che si legge davvero d’un fiato, ha l’indubbio pregio di riuscire ad inquadrare, con precisione ed in modo superbamente sintetico, un problema di enorme complessità come quello sollevato dalla recente promulgazione della legge di riforma delle grandi banche popolari. Con apprezzabile soluzione editoriale, il testo propone due opposti punti di vista, entrambi qualificati, uno a favore ed uno contrario al provvedimento, che forniscono al lettore spunti sufficienti per derivare da sé la propria sintesi. Non ci si faccia trarre in inganno dalla natura dell’oggetto trattato, tradizionalmente ostica, se non addirittura arida. Il testo è piacevolmente discorsivo ed anche gli argomenti più tecnici vengono offerti al lettore privi di inutili complessità. 

La nuova legge prevede che i gruppi bancari con un attivo di bilancio superiore ad otto miliardi di euro su base consolidata (attualmente in Italia sono una decina) abbandonino la tradizionale disciplina societaria cooperativa e si trasformino in società per azioni o tornino sotto la soglia. In particolare, nel mirino del legislatore sono finite quelle norme (una testa un voto, clausola di gradimento) che possono rendere poco appetibile, agli occhi dei potenziali investitori, la partecipazione al capitale di rischio delle banche popolari. Il tutto in un contesto in cui, a seguito della recente crisi finanziaria globale, gli organi di vigilanza (BCE in testa) hanno iniziato a guardare con accresciuta attenzione ai livelli ed alla qualità del capitale di rischio degli istituti di credito ed alla facilità con cui i singoli intermediari sono in grado di accedere ai mercati. Tutto ciò rendeva improrogabile, a dire del Governo, l’intervento legislativo. Ma è davvero così?

Questo è il canovaccio sul quale i due autori, Franco De Benedetti e Gianfranco Fabi, tracciano i rispettivi contributi.

Il primo, anche sulla scorta di una personale esperienza da consigliere d’amministrazione presso la Banca Popolare di Milano, sostiene che il provvedimento fosse necessario ed oramai indifferibile. In particolare, secondo De Benedetti, la normativa che regola i meccanismi societari delle banche popolari non è in grado di garantire adeguati livelli di trasparenza e di partecipazione alla governance di istituti proiettati su orizzonti operativi non più locali, ma nazionali, se non addirittura internazionali. Egli trae dalla propria esperienza il caso della Associazione Amici di BPM, che raduna i soci dipendenti dell’istituto popolare milanese. Utilizzando a proprio vantaggio i meccanismi del sistema cooperativo, scrive De Benedetti, quel sodalizio era in grado di condizionare in modo determinante gli organi della Banca, non solo eleggendo la maggioranza del Consiglio, ma arrivando ad influenzare le scelte gestionali. Il tutto con il 4% del capitale. Ma le considerazioni dell’economista torinese vanno oltre le dinamiche interne ad un particolare istituto. Con la nuova legge, egli afferma, “finisce un mondo più che della finanza, del capitalismo relazionale”. E, poco oltre, “meglio riconoscere, con Giovanni Bazoli, che definire questo come un attacco al modello popolare e al territorio è un errore madornale, e che il decreto si applica a istituti i quali, loro sì, a quel modello non corrispondono più”. Il suo contributo è particolarmente documentato. Esso contiene, tra l’altro, un ampio e davvero illuminante excursus sulla testimonianza resa dal Direttore Generale di Bankitalia alle Commissioni riunite Finanza ed Attività Produttive della Camera dei Deputati poche settimane prima della definitiva approvazione della legge. 

Gianfranco Fabi è contrario al provvedimento e già dalla dotta citazione di René Girard riportata all’inizio del capitolo da lui scritto lascia capire quale sarà la direzione del suo contributo (per chiarire, Girard ha passato la sua vita di studioso ad analizzare, sui piani reale e simbolico, i meccanismi di individuazione e persecuzione delle vittime sacrificali presso le comunità umane).  Le seguenti parole, riportate all’inizio dell’intervento, confermano quanto lasciato intendere dalla citazione iniziale: “[…] nei prossimi mesi si capirà con chiarezza chi era pronto da tempo e uscirà allo scoperto per sfruttare questo provvedimento permettendogli di conquistare posizioni di potere e di vantaggio economico”. Chiarissimo. Qualche dubbio l’autore lo esprime più avanti nel testo anche a proposito delle tempistiche di approvazione: strettissime, soprattutto per una legge che a “parere di quattro illustri costituzionalisti […] viola almeno sei articoli della Costituzione”. Le argomentazioni di Fabi a supporto delle proprie tesi non si limitano, tuttavia, a valutazioni di opportunità o di metodo. Al contrario, esse entrano a fondo nel merito della questione, sono documentate, ad ampio spettro ed esposte in modo brillante. Egli non nega, con De Benedetti, che il modello di banca popolare abbia i suoi limiti e che storicamente si siano create in quel settore (ma non solo in quello) situazioni scabrose, ma, a differenza dello studioso torinese, afferma che le decisioni sugli assetti societari non debbano essere calate dall’alto, ma debbano essere prese in totale libertà da parte delle compagini dei soci. Da liberali, non ci sentiamo davvero di dargli torto.

Insomma, siamo di fronte ad un testo istruttivo ed al tempo stesso di facile lettura, che si ritiene potrà essere particolarmente apprezzato in un contesto, come quello lodigiano, che ha storicamente visto nascere, come ricorda lo stesso Gianfranco Fabi, la prima banca popolare italiana.

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