Lunedì 22 settembre, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “L’era di Milei. La nuova frontiera argentina”, di Philipp Bagus. Erano con noi Carlo Lottieri, professore di Filosofia del Diritto all’Università Telematica Pegaso, Bernardo Ferrero, vice direttore di StoriaLibera, Salvatore Tolone Azzariti, Distinguished Professor presso la Woxsen School of Law e Gabriele Marmonti, coordinatore nazionale di “Students for Liberty” Il libro è un ritratto dell’attuale Presidente dell’Argentina, il primo Presidente libertario al mondo, un profilo attento, aggiornato e chiaro che ricostruisce le sue vicende biografiche intrecciandole sia con le sue idee, i “suoi” autori di riferimento, l’andamento delle sue importantissime riforme e la sua importanza sia per il suo Paese che per il mondo. Quest’ultimo aspetto va tenuto in adeguato conto : l’esperienza come Presidente di un grande Paese come l’Argentina di un libertario come Javier Milei ha un significato molto profondo ed impattante anche al di fuori di quelli che sono i confini del paese sudamericano. Se Javier Milei saprà fare bene durante il suo mandato e se lo farà rispettando gli impegni di stampo liberale classico (quando non esplicitamente libertario o, addirittura, anarco-capitalista) presi durante la campagna elettorale di quasi due anni fa, non sarà solo l’Argentina a beneficiarne, ma tutti coloro che si riconoscono in un ideale di riduzione della presenza dello Stato nella vita di ogni individuo, di arretramento del potere del collettivo sopra il singolo, di piena e completa libertà in tutti gli ambiti, donando nuovamente non solo una speranza, ma risultati concreti,un esempio e un fondamentale precedente. Più volte il libro si pone una domanda legittima, ossia la riflessione intorno ad un apparente paradosso, quello per cui un economista libertario, anarco-capitalista e seguace della Scuola Austriaca non solo si sia inserito nell’agone della politica tradizionale (quell’ambito che, per tradizione e convinzione un libertario dovrebbe rifiutare come antitetico), ma abbia puntato al “bersaglio grosso”, per così dire, ossia la Presidenza della Repubblica, la carica apicale argentina. E’ bene partire da qui per provare sia a risolvere quello che è effettivamente un paradosso sia per provare a capire meglio “il caso Milei”. E’ Milei stesso, infatti, che, conscio della problematica, ribalta il tavolo sul quale vengono apparecchiate le categorie politologiche per proporre una strategia che potremmo definire, latu sensu, “gradualista”. Milei si fa attuatore effettivo (cosa assolutamente non scontata) di un programma di rigoroso “stato minimo”, dove la spesa pubblica viene tagliata effettivamente e non solo nelle promesse elettorali, dove la guerra al debito pubblico non è solo un vacuo slogan, ma parte effettiva di un’azione quotidiana, dove tutti i settori della società sono toccati da un fenomeno unico nel suo genere, l’arretramento della sfera di ingerenza dello Stato. Tutto questo ha ricevuto la conferma dalla realtà, dalla forza dei fatti, dalla certezza della concretezza dei provvedimenti, sotto gli occhi di tutti e senza risparmiare nessuno. Si erano già verificati, nella storia politica ed economica, casi in cui Primi Ministri (si pensi a Margaret Thatcher) o Presidenti (si pensi a Ronald Reagan) hanno potuto vincere elezioni con programmi di deregulation, di privatizzazione, di disimpegno della presenza statale dalle sfere più attinenti al privato dei singoli cittadini, ma, ad onor del vero, abbiamo anche assistito, soprattutto con il prosieguo della loro esperienza governativa di gestione della cosa pubblica e delle politiche economiche e di spesa a quella che Milton e Rose Friedman hanno chiamato, con un termine molto pregnante, “la tirannide dello status quo”, ossia quel fenomeno per il quale alle migliori intenzioni e alle migliori politiche si sostituiscono le attenzioni agli interessi consolidati o agli equilibri di potere. In una parola, la conservazione sostituisce brutalmente l’ideale originario. Ebbene, Javier Milei non si è piegato alla “tirannide dello status quo”. Non ancora, perlomeno, ma nulla fa presagire che lo faccia. E la sua indulgenza strategica per una rigorosissima ed inflessibile modalità governativa di uscita dello stato dalla vita dei cittadini è proprio funzionale alla loro <<autonomizzazione>> progressiva cui da sempre vertono i suoi obiettivi e la sua storia. Milei, insomma, ha scelto di percorrere una delle vie possibili per giungere a far sì che l’individuo, il singolo, la persona tornino a riappropriarsi di sé, la via della presa del potere per spogliarsi del potere, per depotenziare le funzioni della macchina statale in favore del ritorno alla dimensione umana dell’esistere. Ed in questo si misura la risoluzione del paradosso cui si faceva riferimento sopra : l’anarco capitalista Milei, il sostenitore di una visione ispirata all’individualismo della Scuola Austriaca di economia e alle sue coordinate metodologiche per sconfiggere lo statalismo imperante, decenni di socialismo mascherato da peronismo e da assistenzialismo nel suo Paese, decide di provare a vincere le elezioni da antisistema sostenitore del rigoroso stato minimo e quello che da intellettuale aveva criticato e provato a confutare, Milei si ritrova a praticarlo consapevolmente in vista di un fine superiore, ossia proprio gli obiettivi di liberazione progressiva degli individui dalle spire collettive che erano sempre stati il suo mantra. Più che un paradosso, ciò che dovrebbe essere sottolineato è, piuttosto, l’ironia di una condizione che può rappresentare una speranza per tutti.
