Lo scorso 19 marzo abbiamo presentato il libro di Veronica De Romanis “L’austerità fa crescere. Quando il rigore è la soluzione” insieme all’autrice (Professoressa di European Economics presso la LUISS Guido Carli di Roma) e a Ferruccio De Bortoli.
L’austerità, se per essa intendiamo un’attenzione scrupolosa alla spesa e al debito pubblico, non gode di favore presso nessun partito o schieramento politico. Tutti gli esponenti dell’arco costituzionale – lo si è notato in special modo durante l’ultima campagna elettorale, ma è una costante incontrovertibile di quasi tutte le posizioni, da destra a sinistra, passando da ciò che rimane del centro e caratterizzando, soprattutto, le posizioni anti-sistema – condividono l’avversione per una politica economica basata sul rigore, sui conti pubblici in ordine, su un controllo degli sprechi, su una prospettiva che tuteli al meglio il presente e il futuro del paese, nel rispetto degli impegni internazionali assunti.
Una considerazione iniziale è doverosa: il complesso e stratificato gruppo di interventi di politica economica che, solo per una semplificazione a volte ingenerosa, si unifica sotto la dicitura di «austerità» è in realtà una risposta molto precisa e lineare a tutta la serie di problematiche che lo scenario mondiale ci presenta, inseriti come siamo in un contesto economico globale. Essa, pertanto, non può essere svilita a formule imprecise e non può essere affrontata se non se ne conoscono, almeno a grandi linee, le coordinate.
In Italia si registra quotidianamente un duplice e prevalente atteggiamento nei confronti di una politica di consolidamento e di riequilibrio dei conti pubblici: da una parte essa non viene nemmeno lontanamente considerata, dall’altra è pesantemente contestata, pur non essendo mai stata coerentemente applicata nella politica economico-finanziaria dei governi italiani. Ora, il libro si pone il duplice tentativo di contestare, da un lato, i pregiudizi contro la politica di austerità correttamente ed adeguatamente intesa, e dall’altro, illustrarla nella sua integrità, come alternativa di politica economica seria e responsabile. Un’alternativa che, se non ha avuto molti sostenitori nell’agone di casa nostra, ha invece mostrato i suoi frutti in molti altri paesi dell’Unione Europea, a partire dalla Spagna per passare alla Lettonia, fino a un paese come il Regno Unito di David Cameron che ha votato l’uscita dall’Unione, ma che ha saputo implementare il rigore e la razionalità economica.
Dopo aver smontato gli stereotipi e le obiezioni alla politica di austerità correttamente intesa, l’autrice spiega che bisogna distinguere: c’è un’austerità «cattiva», definita da una pressione fiscale esorbitante che finanzia la spesa fuori controllo con conti pubblici in disordine, inesistenti riforme strutturali e incapacità di tagliare i settori improduttivi, privilegiando il settore pubblico-burocratico-amministrativo a quello autenticamente creatore di ricchezza, cioè quello privato. E poi c’è un’austerità «buona»: la spesa pubblica viene razionalizzata eliminando gli sprechi e le inefficienze, tenendo sotto controllo i conti, il disavanzo e il bilancio generale, si attuano riforme strutturali di medio-lungo periodo, si riduce la pressione fiscale, si effettuano privatizzazioni di aziende statali, si vende parte del patrimonio immobiliare pubblico, con un programma certo e trasparente, in una cornice di regole sicure e semplici.
Il libro ci ricorda continuamente un concetto che, non a caso, l’autrice connette con quello stesso di austerità, nella sua accezione più autentica e definita: quello di responsabilità. Dovremmo iniziare ad acquisire consapevolezza del fatto che siamo responsabili davanti a un paese in difficoltà, ai nostri figli e agli impegni che abbiamo assunto con i nostri partner europei. Accettare una politica economica di rigore e di equilibrio significa assumersi le proprie responsabilità e pianificare il nostro futuro. Significa, finalmente, mostrare un atteggiamento adulto, orientato non solo a dilapidare, ma anche a costruire per l’oggi e per il domani.
Con dovizia di dettagli viene sottoposto alle nostre considerazioni l’esempio di austerità «cattiva» rappresentato dalla Grecia, che deve costituire un monito, per le molte similitudini con il nostro paese. La situazione dell’Italia può e deve migliorare solo abbandonando provvedimenti fallaci e ingannatori e adottando un complesso di norme ormai necessarie per la sua stessa sopravvivenza. Questo tanto più alla luce dei molti populismi del vecchio continente che hanno radici complesse e cause multiple, ma che riceverebbero sicuramente una risposta disarmante da politiche economiche di oculato rigore e di regole sensate.
L’Italia non ha voluto, finora, assumere come propria bussola l’austerità nel senso responsabile che abbiamo sinteticamente delineato. Tutte le forze che si sono avvicendate sia al governo che all’opposizione hanno preferito aumentare irresponsabilmente il debito pubblico, consegnando al presente un quadro economico preoccupante e al futuro una prospettiva ancora più cupa.
Al “caso Italia” vanno la continua attenzione e i perenni riferimenti contenuti nel libro, anche per evidenziare con grande franchezza i nomi di coloro che hanno fallito nell’incarico di risanare la situazione. L’auspicio è che le forze politiche chiamate a governare il paese sappiano rendersi consapevoli di questo quadro e non perdano ulteriore tempo a porvi rimedio proseguendo con le stesse ricette che lo hanno portato sull’orlo del precipizio. Leggendo il libro ci si rende conto che, se non ci penseremo noi, saranno altri a farlo, con conseguenze che non è dato immaginare.

