Luigi Einaudi, la via diritta di un galantuomo

Martedì due novembre 2021, in occasione del nostro cento quarantottesimo evento, abbiamo presentato, nell’ambito della rassegna sui Classici del pensiero liberale, il libro di Luigi Einaudi “Prediche inutili”. Erano con noi Nicola Porro, giornalista e vice direttore de “Il Giornale”, Pietro Paganini, professore di Business Administration presso la John Cabot University di Roma e Giuseppe Vegas, professore di Storia economica presso l’Università del Sacro Cuore di Milano.

Il 30 ottobre 1961, cioè sessanta anni fa, Luigi Einaudi moriva lasciando un vuoto incolmabile. Non ci lasciava soltanto un raro esempio di statista, ma un gentiluomo capace di nobilitare ogni ambito della sua vasta e multiforme attività, un uomo di cui gloriarsi davanti al mondo in periodi difficilissimi, di ricostruzione materiale, economica ed etico-civile. Luigi Einaudi fu, con la sua figura ottocentesca, la sua integrità adamantina, il suo senso piemontese del dovere, la sua capacità di mantenere salda la barra anche nei momenti più burrascosi, il suo prestigio internazionale, per la sua personalità dal carisma indiscusso, riconosciutogli, peraltro, da tutti gli schieramenti, uno dei padri fondatori della Repubblica italiana. È inevitabile, seppure banalmente stucchevole, pensare ad un confronto con l’attualità, ma il fatto è che ci furono ben pochi esempi di statisti in grado di stare anche solo vagamente al livello di Luigi Einaudi in un senso assoluto, comprendendovi anche il periodo unitario monarchico. Il fatto è che, a livello operativo, il grande incarico che lo caratterizzò, oltre ai dicasteri economici che ricoprì, fu sicuramente la Presidenza della Banca d’Italia, che rese quanto più possibile autonoma dalla politica e custode della stabilità monetaria. Il miracolo economico ebbe moltissimi artefici, ma il suo padre principale fu Luigi Einaudi, capace di imporre una rigorosa politica di stabilità monetaria, di controllo sull’inflazione e sulla spesa pubblica, di attenzione verso gli sprechi, di sacrifici e risparmi. Questo (e non solo questo) divenne il patrimonio che consentì alla nazione di spiccare il balzo che le permise di entrare nel novero delle potenze occidentali e nel ristretto club delle monete su cui aveva senso investire. 

C’è chi ha visto nell’elezione di Einaudi a Presidente della Repubblica quasi un prestigioso modo per togliersi di mezzo una figura tanto capace quanto formidabile nell’impedire ai professionisti della politica di spendere indiscriminatamente ed insensatamente. Una sorta di “promoveatur ut removeatur”. Non abbiamo, a rigore, prove certe ed irrefutabili del fatto che qualcuno, sia esso segretario di partito di maggioranza o di opposizione, abbia lasciato tracce in tal senso. Abbiamo solo prove indiziarie di come, proprio dal momento in cui Luigi Einaudi non ebbe più in mano personalmente le redini della politica economica e monetaria della Repubblica (ma potremmo anche dire, senza poter essere smentiti, da quando la politica economica e finanziaria non rispose più ad una gestione di tipo liberale), questa cesso’ di rispondere a criteri razionali per divenire la quotidiana palestra di approvvigionamento di consensi da parte dei partiti. Luigi Einaudi svolse il suo settennato presidenziale (1948-1955) ed a coloro che volessero rendersi conto dei problemi che passarono sulla sua scrivania consigliamo un altro bellissimo libro, ossia “Lo scrittoio del Presidente”. Ma, una volta dismesso l’incarico presidenziale e ricoperto il laticlavio, con il parallelo ritorno agli amati studi ed all’attività pubblicistica, Luigi Einaudi proprio con gli interventi contenuti in “Prediche inutili” ci dice moltissime cose di assoluto interesse. La prima è la consapevolezza, con nitidezza cristallina, dell’inconsistenza degli esiti pur spettacolari del boom economico se non suffragati e confermati da una parallela politica economica e finanziaria improntata al rigore, al controllo della spesa, della lira, della fiscalità, degli ambiti rispettivi di ogni attore della scena sociale. Quindi, il grande promotore di quella sensazionale contingenza (non certo casuale) che inserì il nostro Paese dalle macerie della fine della Seconda Guerra Mondiale nel gruppo delle potenze economiche e commerciali del mondo, ebbe in queste pagine la preveggenza, basata su un esame acuto ed obiettivo della realtà e delle tendenze in atto, di mettere in guardia l’Italia e gli italiani a non dare nulla per scontato, a mantenere, piuttosto, alto il livello dell’attenzione proprio su quei parametri che avevano consentito alla nostra economia quegli straordinari risultati. Controllo della spesa pubblica (e non spesa pubblica fuori controllo), bilancio annuale in ordine (e non in deficit perenne, o in continuo innalzamento a causa degli interessi passivi), politica monetaria rigorosa, inflazione ad un livello basso, politica e politici consci del loro posto e non desiderosi di andare oltre, mondo economico e mondo giudiziario autonomi, rispetto delle funzioni, ma primariamente superiorità del cittadino sulla burocrazia.

Come è (tristemente) noto, Einaudi diede questo aggettivo (“inutili”) ai suoi molti interventi conscio ed ormai sfiduciato della possibilità di operare un ravvedimento nella pubblica opinione, nella mentalità collettiva e nel generale andazzo. Einaudi sembra sapere di essere, ormai, un esemplare anacronistico in una realtà che, invece, più andava avanti e più si allontanava dalle ricette del professore piemontese. Che, tuttavia, non smise mai di predicare, in parte sicuramente per una sua insopprimibile indole personale, ma in parte, anche, per una certa qual fiducia in questo talora sventurato, ma eccezionale Paese. 

Verrebbe da chiedersi il senso di leggere un autore come Einaudi, profeta inascoltato di una nazione lontana dalla sua serietà. Il senso è più di uno : proprio perché è dalla lettura di autori come Luigi Einaudi (e dall’ascolto di posizioni ancora oggi di notevole avanguardia) che questo Paese può trarre la linfa per essere migliore o quanto meno degno di maestri come l’economista cuneese. Inoltre, nel caso specifico, sono proprio i contenuti espressi da Luigi Einaudi che avrebbero potuto consentire all’Italia di consolidare un orientamento stabile al “buongoverno”, cioè a risultati congiunti a disciplina, senso etico e serietà pubblica e privata. Ancora, la lettura del grande economista, capace di scrivere moltissimo intorno ai più disparati campi in virtù della grande competenza, della sicura preparazione e della sconfinata erudizione, è un piacere per la sua abilità di prosatore, in grado di rendere intelligibili argomenti non semplici attraverso uno stile personalissimo ed immediatamente distinguibile.

La storia successiva a Luigi Einaudi ha confermato il suo realistico pessimismo : le sue furono “prediche inutili”. Possiamo sperare che il futuro immediato della nostra società (ma anche quello di là a venire), invece, ne riprendano la lezione e quella dirittura che rappresenta un tutt’uno con la sua produzione teorica.

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