Nicola Matteucci, esempio di consapevolezza critica

Martedì 7 aprile, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, di Nicola Matteucci. Erano con noi Angelo Panebianco, professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, Angelo Maria Petroni, professore di Logica e filosofia della scienza presso l’Università La Sapienza di Roma e Giovanni Giorgini, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Bologna. L’erudizione di Nicola Matteucci era smisurata, come sa bene chi lo conobbe e come emerge dalle sue opere. E’ un’erudizione che pose le sue basi nella formazione compiuta come autodidatta nella ricchissima biblioteca di famiglia, dove fu costretto ad avviare la sua istruzione a causa delle problematiche dovute alla Seconda Guerra Mondiale. Tutta la sua carriera successiva fu contraddistinta da un bagaglio culturale che gli consentì di spaziare dai grandi testi del Diritto alle grandi opere di filosofia, in un ventaglio di interessi che andava dal prediletto pensiero liberale ad un autore molto lontano come Antonio Gramsci, fino a coinvolgere Jacques Mallet du Pan, Nicolò Machiavelli, Friedrich August von Hayek, Alexis de Tocqueville, Hannah Arendt e Carl Schmitt. Ma è con Benedetto Croce, ritenuto il pensatore liberale italiano di maggior rilievo ed influenza, che Matteucci ebbe a confrontarsi con particolare ampiezza. Questo confronto, che parte sicuramente da una profonda ammirazione, motivata sia dalla stima per Croce che per la sua frequentazione dell’Istituto Italiano di Studi Storici di Napoli, istituzione legata indissolubilmente proprio a Benedetto Croce, si ritrova anche e particolarmente in “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, un’opera del 1971 dove Matteucci, in un periodo storico estremamente complesso e contraddistinto da un clima di forti tensioni, per così dire, “fa i conti” con il pensiero di Croce per cercare di superarlo. Certo, il libro non si esaurisce in questa dimensione, ma una fondamentale parte di esso è, in un certo qual senso, occupata dal precisare “ciò che è vivo e ciò che è morto” – per usare un’espressione crociana – della speculazione politica del filosofo di originario di Pescasseroli. L’Autore cerca, allora, di ridefinire il concetto di liberalismo, oltre che il liberalismo stesso, per consegnarlo ad un futuro ed a nuovi tempi che si annunciavano come, per usare la sua definizione, “una sfida”. Leggere oggi “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, separati da oltre un cinquantennio di avvenimenti spesso definibili come veri e propri rivolgimenti, è un’esperienza che non cessa di evidenziarne la forza intellettuale e la profondità delle soluzioni. Scorrendo l’indice, troviamo capitoli sul confronto tra liberalismo e populismo, una patologia sempre risorgente nelle società, tra liberalismo ed ideologia e tra liberalismo ed utopia e troviamo analisi estremamente raffinate sulla società post-industriale e sullo Stato di Diritto (qui, in particolare, Matteucci si interroga sulle derive dello Stato di Diritto, che rischia di venire pesantemente condizionato dalle implicazioni sociali e legate al welfare state). Nel capitolo conclusivo, intitolato “La rinascita del liberalismo”, Matteucci prefigura, sulla scorta delle lettura delle più recenti acquisizioni (al tempo, naturalmente, della stesura del libro) della teoria liberale, una prospettiva che si apre, quanto più possibile, ad una dimensione internazionale, uscendo dai confini italiani e da un certo qual autoreferenzialismo compiaciuto. Si spiega in quest’ottica anche il cambio di atteggiamento che Matteucci auspicava, cioè l’uscita dalla convinzione che l’ordine liberale, per come era stato delineato in un dato momento e da precisi pensatori, fosse un dato acquisito definitivamente e non, piuttosto, un continuo obiettivo da ottenere. E si spiega in quest’ottica anche la precisa analisi che Matteucci fa del populismo come di “sottofondo antimoderno della storia italiana”, che può prosperare proprio quando si danno per scontate e inscalfibili le basi liberali della democrazia. Matteucci ha auspicato e suggerito soluzioni differenti e complesse per una realtà differenziata e complessa come quella che si stava muovendo sotto i suoi occhi, ed ha rigettato come insensate e fuori tempo tutte quelle manifestazioni e quegli orpelli di cui la cultura liberale nazionale dell’epoca era intrisa. Nicola Matteucci ha saputo indicare al mondo intellettuale del nostro paese e ai suoi “sacerdoti laici” il valore e l’esempio della consapevolezza critica, della preparazione, del rigore e della competenza. Queste indicazioni sono state esplicite ed inequivocabili, accompagnate da una serietà e da un’integrità molto rare, tutt’oggi, nel panorama dei nostrani professionisti della cultura.

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