Quando curare diventa un esercizio di potere

Può una persona essere privata della libertà senza aver commesso alcun reato, semplicemente perché qualcuno ritiene che sia necessario per il suo bene? È attorno a questa domanda che Thomas Szasz costruisce “Fede nella libertà. Principi libertari e pratiche psichiatriche”, pubblicato da Rubbettino con la prefazione all’edizione italiana di Roberto Festa. Un libro nel quale uno dei più radicali difensori della libertà individuale applica i principi libertari a un territorio nel quale persino molti liberali sembrano disposti a sospenderli: la psichiatria.
Szasz parte da due principi: l’autoproprietà, cioè il diritto dell’individuo a disporre del proprio corpo, e la responsabilità personale. Se ogni essere umano appartiene a se stesso, lo Stato può legittimamente usare la coercizione nei suoi confronti quando viola i diritti altrui, non semplicemente quando compie scelte che altri giudicano irrazionali, pericolose o autodistruttive ? È precisamente su questo confine che la psichiatria, quando diventa coercitiva, entra per Szasz in conflitto con il libertarismo.
La distinzione fondamentale è infatti quella tra un rapporto volontario e contrattuale tra chi chiede aiuto e chi glielo offre e una pratica nella quale il presunto paziente viene sottoposto a ricovero o trattamento contro la propria volontà. Nel primo caso siamo di fronte a uno scambio tra individui liberi; nel secondo compare un terzo soggetto, lo Stato, che conferisce alla psichiatria il potere di privare una persona della libertà senza che questa abbia necessariamente commesso un crimine.
È qui che acquista significato la celebre battaglia di Szasz contro il concetto di malattia mentale. Già ne “Il mito della malattia mentale” aveva sostenuto che le cosiddette malattie mentali non sono malattie nello stesso senso in cui lo sono quelle del corpo. In “Fede nella libertà” interessano soprattutto le conseguenze politiche di questa tesi: attribuire a determinati comportamenti una natura patologica può trasformarsi nella giustificazione per sottrarre all’individuo libertà e responsabilità. Il ricovero coatto può così essere presentato come trattamento e la coercizione assumere il linguaggio della cura.
Da questo intreccio nasce quello che Szasz definisce Stato terapeutico: una forma di potere caratterizzata dalla crescente integrazione tra medicina e Stato. Il problema non riguarda soltanto gli ospedali psichiatrici. La medicalizzazione tende ad allargarsi alla vita quotidiana, trasformando comportamenti, difficoltà personali e conflitti dell’esistenza in questioni affidate alla competenza terapeutica. Il potere pubblico non interviene più soltanto per impedire che un individuo danneggi un altro individuo: pretende di proteggerlo anche da se stesso.
Proprio qui emerge uno dei paradossi più profondi analizzati nel libro. La coercizione tradizionale si presenta come coercizione; quella terapeutica può invece presentarsi come compassione. Non si limita la libertà di qualcuno dichiarando di volerlo punire, ma affermando di volerlo aiutare. La buona intenzione diventa così la legittimazione di un potere che Szasz considera incompatibile con l’autoproprietà.
Ma libertà, nel pensiero di Szasz, non significa affatto deresponsabilizzazione. È vero esattamente il contrario. La responsabilità costituisce il fondamento morale della libertà, tanto da dare il titolo al primo capitolo del libro. Se un individuo non ha violato i diritti altrui, non può essere coercitivamente trattato perché considerato mentalmente malato; se invece commette un reato, deve risponderne come individuo. Szasz contesta quindi contemporaneamente la coercizione esercitata sull’innocente in nome della malattia e l’uso della malattia mentale per sottrarre il colpevole alla responsabilità delle proprie azioni.
La seconda parte del volume rende la provocazione ancora più interessante perché Szasz rivolge la propria critica non agli avversari della libertà, ma ad alcuni dei suoi più importanti difensori. John Stuart Mill, Bertrand Russell, Ayn Rand, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Murray Rothbard, Robert Nozick e altri vengono interrogati sulla coerenza con cui hanno applicato i propri principi alla psichiatria. Il punto è precisamente questo: non basta dichiararsi libertari in economia o difendere la libertà di parola e di associazione se poi si accetta che un individuo innocente possa essere privato della libertà per una diagnosi.
“Fede nella libertà diventa così qualcosa di più di un libro sulla psichiatria. È una verifica della coerenza stessa del liberalismo. Difendere la libertà quando gli individui compiono scelte ragionevoli è relativamente semplice; molto più difficile è farlo quando scelgono qualcosa che consideriamo sbagliato o persino dannoso per loro stessi. È proprio allora, sostiene Szasz, che si misura quanto siamo davvero disposti a credere nella libertà: perché appartenere a se stessi significa essere liberi di scegliere, ma anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

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