Lunedì 16 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Lombard Street. Il mercato monetario inglese”, di Walter Bagehot, edito da IBL Libri e pubblicato nel 2024. Erano con noi Antonio Foglia, vice Presidente di Ceresio Investors, Andrea Bitetto, avvocato e Natale D’Amico, consigliere della Corte dei Conti. Il libro, pubblicato in prima edizione nel 1873, rappresenta una vivida quanto significativa testimonianza sia di un giornalismo di alto profilo che di un mondo tanto importante quanto poco conosciuto come quello della finanza. Bagehot, che con adeguato fondamento può essere ritenuto uno dei più importanti direttori del prestigioso “Economist”, una delle riviste di riferimento del settore economico-politico-finanziario, offre uno spaccato pulsante e al tempo stesso profondo di uno dei principali strumenti con cui l’epoca vittoriana seppe consolidare il suo ruolo di leadership mondiale, ossia l’universo delle banche, della finanza e della Borsa. Fa un certo effetto, anche se fino ad un certo punto, rilevare come il tono e il senso di talune espressioni con le quali l’Autore giudica le istituzioni del proprio campo di interesse convengano e siano spesso molto simili con molte analisi delle scienze sociali e con una certa qual “atmosfera britannica” che, spesso, fa parlare di spirito di adattamento, di flessibilità di fronte alle situazioni, di comprensione dei contesti, di sviluppi lenti, di progressi successivi, di abitudini umane radicate che sfuggono alle critiche dei teorici. Inoltre, non sorprende il perdurante accenno a un onnipresente realismo, alla concretezza, alla necessità di evidenze palesi e di regole certe. Bagehot osserva e riporta un quadro molto complesso, che pur essendo alle origini o, comunque, ai primi passi, è comunque da lui commentato con vivida chiarezza e con sereno equilibrio. Sentire che, nella sua prospettiva, le banche non vanno aiutate dal governo è sicuramente un colpo molto forte al nostro contesto nazionale ed europeo, e la motivazione è lapidaria, al punto che corre l’obbligo di riportare il passo “[…] ogni aiuto concesso ad una cattiva banca è il modo più sicuro di impedire la fondazione, in futuro, di una buona banca”. Questa indicazione non è soltanto una corretta e buona norma di metodologia nei rapporti tra le istituzioni bancarie e il governo, ma è anche un prospetto in linea con una visione autenticamente liberale, che, giova ricordarlo, è orientata al maggior restringimento possibile dell’area di intromissione dello stato (o dell’esecutivo) negli ambiti delle persone e delle istituzioni private. Non a caso questo libro fu tradotto da Luigi Einaudi nel 1905 per la “Biblioteca dell’economista”, edita a Torino dalla Utet, e non è un caso che il liberale di ascendenza anglosassone Einaudi guardi agli esempi riportati da Bagehot per una corretta gestione dei rapporti istituzionali, ivi inclusi quelli con la Banca Centrale. E’ stata una fortuna, per la giovane Italia repubblicana uscita dal secondo conflitto mondiale, poter contare su un Ministro delle Finanze, su un Governatore della Banca d’Italia e su un Presidente della Repubblica come Luigi Einaudi, un liberale che poteva vantare queste (e molte altre) letture, che, fra molte altre cose, sono servite a traghettare un paese in rovina ai successi del miracolo economico e del benessere diffuso. Walter Bagehot è noto anche per un approfondito esame sulla Costituzione inglese del 1867, come pure di memorabili interventi relativi al dibattito economico-finanziario dell’epoca. Ma è ancora sui contenuti di “Lombard Street” – titolo che richiama la via di Londra dove non solo ha sede la Banca centrale d’Inghilterra, ma dove erano concentrati i cambiavalute lombardi presenti fin dalle concessioni del sovrano Edoardo I – che conviene soffermarsi, perché Bagehot, in un altro passo, non manca di rilevare l’importanza e la centralità della fiducia, e, con un’osservazione dall’ironia acuminata, ha modo di osservare che se un banchiere necessita di qualcuno (si intenda, un’autorità esterna o un’istituzione statale o governativa) che garantisca per lui, si può star certi che il suo credito personale e di professionista è sfumato. Dovrebbero sovvenire alla nostra mente le pericolose, indebite intromissioni delle istituzioni nel sistema bancario e della politica nella gestione degli istituti di credito, intromissioni che in Italia sono state e sono all’ordine del giorno. Ecco allora che da un testo apparentemente lontano possiamo trarre quegli utili insegnamenti e quelle indispensabili lezioni, quel quadro di regole e quell’insieme di norme e competenze che dovrebbe informare un sistema più libero e rapporti finalmente sani. E’ giusto non disperare così come è giusto non farsi troppe illusioni, ma spesso libri poco o nulla calati nelle nostre condizioni sanno parlarci meglio di tanti resoconti attuali di politica finanziaria, troppo spesso proni a interessi molto prosaici e lontani da un atteggiamento di rispetto degli ambiti.
