Presentazione libro “I colori della libertà. La mia vita per i diritti di tutti”
📖 LUNEDÌ 29 SETTEMBRE 2025 – ore 21:00
Presentazione del libro:
I colori della libertà. La mia vita per i diritti di tutti
Presentazione del libro:
I colori della libertà. La mia vita per i diritti di tutti
Lunedì 22 settembre, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “L’era di Milei. La nuova frontiera argentina”, di Philipp Bagus. Erano con noi Carlo Lottieri, professore di Filosofia del Diritto all’Università Telematica Pegaso, Bernardo Ferrero, vice direttore di StoriaLibera, Salvatore Tolone Azzariti, Distinguished Professor presso la Woxsen School of Law e Gabriele Marmonti, coordinatore nazionale di “Students for Liberty” Il libro è un ritratto dell’attuale Presidente dell’Argentina, il primo Presidente libertario al mondo, un profilo attento, aggiornato e chiaro che ricostruisce le sue vicende biografiche intrecciandole sia con le sue idee, i “suoi” autori di riferimento, l’andamento delle sue importantissime riforme e la sua importanza sia per il suo Paese che per il mondo. Quest’ultimo aspetto va tenuto in adeguato conto : l’esperienza come Presidente di un grande Paese come l’Argentina di un libertario come Javier Milei ha un significato molto profondo ed impattante anche al di fuori di quelli che sono i confini del paese sudamericano. Se Javier Milei saprà fare bene durante il suo mandato e se lo farà rispettando gli impegni di stampo liberale classico (quando non esplicitamente libertario o, addirittura, anarco-capitalista) presi durante la campagna elettorale di quasi due anni fa, non sarà solo l’Argentina a beneficiarne, ma tutti coloro che si riconoscono in un ideale di riduzione della presenza dello Stato nella vita di ogni individuo, di arretramento del potere del collettivo sopra il singolo, di piena e completa libertà in tutti gli ambiti, donando nuovamente non solo una speranza, ma risultati concreti,un esempio e un fondamentale precedente. Più volte il libro si pone una domanda legittima, ossia la riflessione intorno ad un apparente paradosso, quello per cui un economista libertario, anarco-capitalista e seguace della Scuola Austriaca non solo si sia inserito nell’agone della politica tradizionale (quell’ambito che, per tradizione e convinzione un libertario dovrebbe rifiutare come antitetico), ma abbia puntato al “bersaglio grosso”, per così dire, ossia la Presidenza della Repubblica, la carica apicale argentina. E’ bene partire da qui per provare sia a risolvere quello che è effettivamente un paradosso sia per provare a capire meglio “il caso Milei”. E’ Milei stesso, infatti, che, conscio della problematica, ribalta il tavolo sul quale vengono apparecchiate le categorie politologiche per proporre una strategia che potremmo definire, latu sensu, “gradualista”. Milei si fa attuatore effettivo (cosa assolutamente non scontata) di un programma di rigoroso “stato minimo”, dove la spesa pubblica viene tagliata effettivamente e non solo nelle promesse elettorali, dove la guerra al debito pubblico non è solo un vacuo slogan, ma parte effettiva di un’azione quotidiana, dove tutti i settori della società sono toccati da un fenomeno unico nel suo genere, l’arretramento della sfera di ingerenza dello Stato. Tutto questo ha ricevuto la conferma dalla realtà, dalla forza dei fatti, dalla certezza della concretezza dei provvedimenti, sotto gli occhi di tutti e senza risparmiare nessuno. Si erano già verificati, nella storia politica ed economica, casi in cui Primi Ministri (si pensi a Margaret Thatcher) o Presidenti (si pensi a Ronald Reagan) hanno potuto vincere elezioni con programmi di deregulation, di privatizzazione, di disimpegno della presenza statale dalle sfere più attinenti al privato dei singoli cittadini, ma, ad onor del vero, abbiamo anche assistito, soprattutto con il prosieguo della loro esperienza governativa di gestione della cosa pubblica e delle politiche economiche e di spesa a quella che Milton e Rose Friedman hanno chiamato, con un termine molto pregnante, “la tirannide dello status quo”, ossia quel fenomeno per il quale alle migliori intenzioni e alle migliori politiche si sostituiscono le attenzioni agli interessi consolidati o agli equilibri di potere. In una parola, la conservazione sostituisce brutalmente l’ideale originario. Ebbene, Javier Milei non si è piegato alla “tirannide dello status quo”. Non ancora, perlomeno, ma nulla fa presagire che lo faccia. E la sua indulgenza strategica per una rigorosissima ed inflessibile modalità governativa di uscita dello stato dalla vita dei cittadini è proprio funzionale alla loro <<autonomizzazione>> progressiva cui da sempre vertono i suoi obiettivi e la sua storia. Milei, insomma, ha scelto di percorrere una delle vie possibili per giungere a far sì che l’individuo, il singolo, la persona tornino a riappropriarsi di sé, la via della presa del potere per spogliarsi del potere, per depotenziare le funzioni della macchina statale in favore del ritorno alla dimensione umana dell’esistere. Ed in questo si misura la risoluzione del paradosso cui si faceva riferimento sopra : l’anarco capitalista Milei, il sostenitore di una visione ispirata all’individualismo della Scuola Austriaca di economia e alle sue coordinate metodologiche per sconfiggere lo statalismo imperante, decenni di socialismo mascherato da peronismo e da assistenzialismo nel suo Paese, decide di provare a vincere le elezioni da antisistema sostenitore del rigoroso stato minimo e quello che da intellettuale aveva criticato e provato a confutare, Milei si ritrova a praticarlo consapevolmente in vista di un fine superiore, ossia proprio gli obiettivi di liberazione progressiva degli individui dalle spire collettive che erano sempre stati il suo mantra. Più che un paradosso, ciò che dovrebbe essere sottolineato è, piuttosto, l’ironia di una condizione che può rappresentare una speranza per tutti.
📖 LUNEDÌ 22 SETTEMBRE 2025 – ore 21:00
Presentazione del libro:
L’era di Milei. La nuova frontiera argentina di Philipp Bagus
Con “L’erba e le sue buone ragioni”, la giornalista Nadia Ferrigo affronta con coraggio e rigore un tema che in Italia resta ostaggio di pregiudizi ideologici e retoriche moralistiche: la liberalizzazione della cannabis. L’autrice non indulge in slogan, ma costruisce un saggio lucido, fondato su dati economici, giuridici e sociali, che si inserisce pienamente nel solco del pensiero liberale: quello che rifiuta il paternalismo dello Stato e difende la libertà e la responsabilità individuale come cardini della convivenza civile.
📖 LUNEDÌ 15 SETTEMBRE 2025 – ore 21:00
Presentazione del libro:
L’erba e le sue buone ragioni.
Perché liberalizzare la cannabis conviene alla società
Lunedì 8 settembre, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Libertà individuale”, di Benjamin Tucker. Erano con noi Paolo Luca Bernardini, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi dell’Insubria, Roberta Modugno, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Roma TRE, Pietro Adamo, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’università di Torino e Nicola Iannello, giornalista e Fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Benjamin Tucker è una di quelle figure che, pur non potendo contare su una vasta notorietà ed identificandosi, piuttosto, come un intellettuale di nicchia, ebbe una sua precisa fisionomia ed un suo specifico percorso, che ne fecero, ai suoi tempi, un autore molto conosciuto, capace di influenzare, con alcune sue intuizioni, anche esponenti di movimenti ideali a lui molto lontani. La sua, infatti, è la parabola di un giornalista, traduttore ed editore che, nella seconda metà dell’Ottocento, introdusse Proudhon, Stirner e Bakunin nella cultura americana e che, quindi, operò una connessione tra anarchismo e socialismo rivoluzionario. La sua attività principale si concretò all’interno delle redazioni di giornali (la “Radical Review”) e periodici (“Liberty”) da lui fondati e diretti. E’ proprio al denso periodo di pubblicazione di “Liberty”, infatti, che dobbiamo i suoi più interessanti contributi, contributi che, per il composito universo individualista ed anarchico americano dell’ultimo ventennio del XIX secolo ed il primo decennio del XX, rappresentarono un sicuro punto di riferimento ed una guida intellettuale molto ascoltata. Il libro che è stato presentato raccoglie proprio un vasto e rappresentativo florilegio degli interventi di Tucker sulla libertà individuale in cui l’opera è suddivisa in due parti, ossia, nella prima parte, le riflessioni intorno alle tematiche cosiddette sociologiche e, nella seconda, gli interventi a sfondo economico. Ora, se nella prima parte troviamo tutta una serie di tematiche che, sostanzialmente, ruotano intorno ai grandi poli di interesse di Tucker, e cioè l’anarchismo, lo Stato e il socialismo, nelle loro relazioni e nelle loro possibili interconnessioni ( o nelle loro opposizioni), nella seconda l’attenzione si sposta intorno alla relazione fra il campo di esclusiva pertinenza dell’individuo e le possibili influenze (ma anche i sicuri condizionamenti) che istituzioni come le banche, i governi, le politiche economiche, i rapporti con le rendite e, in genere, tutto la complessa problematica rappresentata dalle relazioni tra le dimensioni sovraindividuali e le singole persone potevano esercitare in maniera spesso indebita. Le posizioni di Tucker non sono agevoli da condensare in una formula o in una serie di definizioni che ce lo restituiscano attraverso una facile, quanto poco congrua, linearità. Ci permettiamo di suggerire alcuni spunti, fra i molti, per provare a definire alcune aree di indubbio interesse : la relazione tra Stato e individuo come pure quella di Anarchismo e Stato, la tematica della resistenza al Governo e all’oppressione, la critica dell’Autore nei confronti della liturgia elettorale e la sua denuncia della sua futilità, le posizioni intorno al denaro, alle banche, agli interessi. E, ancora, le sue originali riflessioni intorno al servizio postale pubblico e privato come pure sul diritto d’autore. Ebbene, in queste posizioni come pure in tutto l’arco della sua produzione, che conta opere mai banali e sicuramente fuori dal consueto, Benjamin Tucker seppe proporsi come un versante estremamente stimolante del pensiero della sua età, una voce per la quale, forse, la più calzante delle definizioni è “eccentrica”, nel senso etimologico di idee che non hanno lo stesso centro, che sono lontane dal centro ritenuto fondamentale della cultura per proporsi come un’orbita ruotante attorno ad un nucleo alternativo. Questa sua caratteristica sembrerebbe spiegare, anche, il motivo per cui autori anche lontani dalla sua sensibilità abbiano guardato con interesse ai suoi punti di vista, alle sue posizioni. Ed anche se intorno ad essi non sempre si registrava la più perfetta concordanza, per lo meno essi avevano il merito di rappresentare un quadro fuori dagli schemi consolidati e a mostrare che una prospettiva alternativa era possibile. Se, come si è cercato di sostenere, non è agevole trovare una formula che condensi la multiforme personalità di Tucker e la variegata ricchezza delle sue idee, ciò non di meno pare legittimo poter dire che ebbe sicuramente a cuore le ragioni, i diritti e gli ambiti degli individui sopra ad ogni cosa, cercando sempre di proteggerli dagli sconfinamenti delle autorità e mettendo in guardia, nel solco della tradizione con la più autentica espressione del liberalismo classico, sulla natura del potere, che ha in sé, quasi come uno stigma ontologico, la caratteristica di accrescere sé stesso, di esondare dai propri limiti e di non tenere conto delle barriere che gli vengono poste.