L’Inghilterra spiegata all’Europa : Voltaire e il paradigma inglese

L’Inghilterra spiegata all’Europa : Voltaire e il paradigma inglese

Lunedì 30 settembre 2024, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato le “Lettere inglesi” di Voltaire. Erano con noi Antonio Gurrado, assegnista in Storia della filosofia dell’Illuminismo presso l’Università di Pavia, Claudio Martinelli, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Debora Sicco, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale. Quando si parla delle “Lettere inglesi” o “Lettres philosophiques” ci si riferisce ad una delle opere più influenti della cultura del XVIII secolo, uno snodo centrale non solo nell’esperienza letteraria del suo Autore, ma anche nel panorama intellettuale europeo settecentesco, uno dei (tanti) manifesti della civiltà dei Lumi. Voltaire approdò, durante il suo secondo esilio, in Inghilterra nel 1726, a seguito di un episodio tanto spiacevole quanto formativo per l’allora poeta mondano, epico e tragico, parigino : le percosse subite dai servi del cavaliere di Rohan, un aristocratico da lui sbeffeggiato e che si vendicò non solo facendolo bastonare, ma corrompendo la giustizia affinchè finisse alla Bastiglia, imprigionato. Grazie ad una concessione governativa, mutò la prigionia in esilio e scelse l’Inghilterra. I tre anni da lui trascorsi in Inghilterra (1726-1729) furono decisivi per la sua formazione e resero Voltaire un uomo nuovo. Lì conobbe la politica e i suoi principali esponenti, la società e le modalità con le quali era regolata la tolleranza per i credi e i culti, i più importanti intellettuali e il compimento della rivoluzione scientifica operato da Newton. Tutta la sua produzione successiva, dalle “Lettere inglesi” pubblicate nel 1734, fino alla grande messe di opere che fece uscire fino alla morte su tutti i temi e utilizzando i più svariati registri, risentirono di quanto appreso e rielaborato in questo centralissimo periodo inglese. Per limitarci al testo presentato, diremo che l’opera è tanto più singolare se si pensa che, descrivendo genialmente e con ammirazione quasi incondizionata il mondo britannico, di fatto Voltaire polemicamente allude criticamente ai guasti e alle arretratezze della nativa Francia, generando, di fatto, un ritratto doppio, un resoconto al positivo, da un lato, e una critica impietosa dall’altro. Questo reportage costò a Voltaire un’ulteriore minaccia di arresto, convincendolo a ritirarsi presso l’amica Emile du Chatelet nel castello di Cirey, nella Champagne. Prima delle “Lettere inglesi”, Voltaire aveva messo la sua formidabile abilità di scrittore al servizio della letteratura, innervandola del clima e dello spirito pre illuminista : una ricorrente polemica anticlericale, la condanna del fanatismo religioso, l’avversione per la repressione delle libertà. Con quest’opera, dove lo sguardo si posa su un contesto molto più avanzato rispetto alla sua patria, Voltaire parla all’Europa (e alla Francia) di come in Inghilterra siano definiti e affrontati i problemi religiosi, quelli politico-economico-istituzionali, quelli sanitari, intellettuali, letterari, culturali. Le “Lettres philosophiques” sono, poi, la testimonianza di una profonda folgorazione interiore, prima che di pensiero, che convertì Voltaire ad un universo fatto di tolleranza, libertà di opinione, di politica ragionevole ed equilibrata, alle istanze di Locke e Newton su tutti, ma anche alla rivoluzione scientifica annunciata da Lord Bacon, a Clarke, Swift, Pope. Quest’opera ebbe un successo immenso ed una risonanza vastissima anche e soprattutto in virtù delle capacità del suo Autore, della sua capacità di mediazione culturale, di adattatore ironico e dissacrante, di demistificatore arguto e brillante. Voltaire seppe aprire all’Europa la comprensione piena di un quadro ricchissimo di scrittori, filosofi, scienziati e di idee, rendendola consapevole che un nuovo modo di organizzare la propria vita fosse possibile. Riflettendo sul peso e sull’eco che le “Lettres” ebbero, si corre sempre il rischio di non sminuirne (o di non comprenderne appieno) la portata, l’importanza, le conseguenze. La lingua chiara, efficace e tagliente di un grande scrittore schiude l’Inghilterra al continente, e, singolarmente, questa esperienza diventa tanto più efficace in quanto fu, dapprima, un’esperienza di conversione personale. Il Voltaire che entrò in Inghilterra da esiliato era un uomo duramente provato dai soprusi, cui si era sempre opposto in virtù di una generica e istintiva differenza di impostazione. Il Voltaire che uscì dall’Inghilterra, dopo tre anni intensissimi di gioiosa full immersion era un intellettuale pronto a propagare i pilastri teorici di quella che sarebbe diventata l’età dell’Illuminismo in Europa, completa dei suoi bersagli polemici vecchi (la Chiesa retriva e retrograda, la metafisica scolastica e gesuitica, l’assolutismo dell’ancien regime) e nuovi (Cartesio e i cartesiani, Malebranche, Spinoza, Leibniz e Wolff). A questi, Voltaire oppone il nuovo universo epistemologico sperimentale che aveva in Locke il suo riferimento e nella scienza newtoniana la sua palmare dimostrazione. Ad un’Europa ancorata a credenze e metafisiche contorte, Voltaire suggerì, con la freschezza di un vento impetuoso in una stanza chiusa da tempo, un’alternativa deflagrante, capace di spazzare via vecchie certezze e di suggerire vie improntate alla libertà e all’applicazione della ragione.  read more

Ogni bene economico ha un costo (e ogni promessa di gratuità va attentamente valutata)

Ogni bene economico ha un costo (e ogni promessa di gratuità va attentamente valutata)

Lunedì 16 settembre 2024 abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, il libro di Milton Friedman “Non esistono pasti gratis”. Erano con noi Nicola Giocoli, professore di Economia politica presso l’Università di Pisa, Riccardo Puglisi, professore di Economia politica presso l’Università di Pavia e Pietro Lombardi, coordinatore per la Campania dell’Istituto Liberale. Questo breve scritto si incentra principalmente su un concetto tanto evidente quanto dimenticato : ogni azione, ogni servizio, ogni bene, insomma, ogni componente economica ha un costo. Che questo costo sia evidente, palese o nascosto e diffuso, è cosa che importa per un altro genere di considerazioni, che cercheremo di affrontare seppur come accenno, considerazioni che, tuttavia, non tangono il senso sostanziale del concetto, il suo significato profondo e cosa esso comporti.. Se ogni azione, servizio o bene hanno un costo, significa che l’idea di gratuità è infondata. Cercheremo di vedere, dopo un minimo di analisi su cosa comporti questo tipo di portato parallelo e conseguente, anche la natura dell’infondatezza dell’idea di gratuità e come questa idea vada ben compresa per evitare fraintendimenti. Cercando di andare con ordine, e partendo dall’assunto, l’Autore ricorda che non ci troviamo di fronte ad una deriva della morale quando rileviamo che ogni componente economica abbia un costo, ma semplicemente ad un fatto, tanto più palmare quanto più chiaro risulti l’evidenza per cui questo costo può assumere le connotazioni di un costo esplicito oppure nascosto o diffuso su più attori (o sull’intera comunità). Usare l’espressione idiomatica anglosassone per cui “nessun pasto è gratis” oppure che “ogni pranzo al ristorante si paga” significa invitare a riflettere sul fatto che il conseguimento di un bene economico si paga sempre, o in maniera diretta da parte del fruitore o in maniera nascosta e diversificata o, ancora, distribuendolo su diverse parti o sulla comunità. Crediamo sia opportuno sgombrare subito il campo da possibili equivoci, e per farlo diremo che sicuramente è possibile riscontrare la gratuità nelle nostre vite quotidiane, oppure atti gratuiti di cui ci rendiamo protagonisti o di cui altri decidono di farsi carico invece nostra. Come pure, è possibile riscontrare l’esistenza di concessioni erogate come un dono, senza apparente contropartita. Tutto questo non è messo in discussione, ma tutto questo non rappresenta l’oggetto su cui verte questa riflessione, che è un oggetto economico-politico. Affermare che ogni componente economica ha un costo (lo ribadiamo, vedremo più innanzi di parlare seppur brevemente della natura di questo costo) può sembrare a molti un’arida petizione di materialismo gretto o di economicismo sciatto, ma non è così che Milton Friedman intende configurare la propria analisi. La prima delle sue preoccupazioni è tesa ad esplicitare una serie di dati di fatto e, quindi, il punto da cui si dipartono le sue riflessioni è un punto che potremmo definire di analisi scientifico-sociale, incardinata ed imperniata su dati reali e perfettamente riscontrabili. Ogni bene economicamente inteso, dunque, si paga e la pretesa di fornirlo gratis (e qui ci soffermiamo sulle caratteristiche del costo di tale bene) è una pretesa infondata. Eppure, riscontriamo ogni giorno, con la stessa brutale evidenza con la quale lo scienziato economico-politico Friedman ci pone di fronte ai fatti, che da più parti, principalmente da parte del governo, dello Stato o degli schieramenti che devono o vogliono amministrare le nostre esistenze, la promessa di gratuità viene continuamente evocata, sventolata, agitata come un potente talismano come una chiave che apre molte porte. Ecco, allora, che nelle riflessioni intorno alla natura del costo, emerge che i costi che sembrano non esserci, o il cui gravame sembra essere spostato da chi dovrebbe farsene carico a fantomatiche decisioni quasi illusionistiche oppure quei costi che sembrano scomparire per decisioni dall’alto sono di fatto o nascosti oppure ripartiti oppure distribuiti. In economia (verrebbe da dire nella vita reale, seria e onesta), non esistono sparizioni, giochi di prestigio, apparenze, magie che comportano la sollevazione o la sparizione dei costi. Dove i costi non si vedono è perché quei costi vengono messi sotto il tappeto (avendo tutti la sgradevole caratteristica di ri-presentarsi aumentati degli interessi) con un colpo di scopa, oppure vengono orientati verso altre categorie che devono comunque sostenerne l’onere. Senza contare che questi costi dissimulati si configurano come “costi-opportunità”, vale a dire che ogni scelta, comportando un costo, comporta anche il valore di ciò a cui, consapevolmente o inconsapevolmente, si rinuncia. E senza contare che, per esempio nel caso dell’organismo a maggior frequenza quantitativa e qualitativa di promessa di gratuità, ovvero lo Stato, ci troviamo praticamente sempre di fronte a “costi differiti”, ossia ad aumenti della tassazione nel breve, medio o lungo periodo. Milton Friedman è efficacissimo nel mostrare come i programmi di Welfare State, propalati come concessioni governative o politiche, non siano affatto gratuiti, ma finanziati dai contribuenti. Crediamo che non sia di poco conto la riflessione intorno al fatto che queste mistificazioni siano compiute illudendo o ingannando proprio coloro che devono finire per pagare il gravame di questa mancanza di chiarezza (per usare un eufemismo). read more