La Mont Pelerin Society, al di là di miti e fraintendimenti

La Mont Pelerin Society, al di là di miti e fraintendimenti

Mercoledì 6 maggio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Scalare le vette. Leadership di pensiero, valori liberali e storia della Mont Pelerin Society”. Erano con noi l’Autore, Eamonn Butler, direttore dell’Adam Smith Institute di Londra, Alberto Mingardi, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università IULM di Milano, Angelo Maria Petroni, professore di Logica e filosofia della scienza presso l’Università La Sapienza di Roma ed Andrea Battista, Amministratore delegato di Net Insurance. La Mont Pelerin Society è fra le organizzazioni intellettuali liberali più famose del mondo e la storia sintetica delle sue lunghe vicende (fu fondata nell’aprile del 1947 proprio a Mont Pelerin, sopra Montreax, in Svizzera da un gruppo sparuto di economisti e scienziati sociali, preoccupati, come colui che aveva organizzato e tenuto le fila dell’incontro – Friedrich August von Hayek – che le fondamenta del liberalismo classico e le sorti delle democrazie occidentali non venissero travolte dal totalitarismo e dalle varie manifestazioni dell’interventismo pubblico) è stata redatta in questo agile ed esaustivo volume da Eamonn Butler, ex segretario dell’associazione, ma suo membro ancora presente nella stessa. E’ bene precisare, anche per diradare una serie di infondate illazioni che riterrebbero che la Mont Pelerin Society sia una sorta di conventicola malvagia nata per divenire la dominatrice non solo delle università e delle istituzioni, ma anche del mondo nella sua interezza, responsabile di quelli che molti ritengono, con argomentazioni fallaci, i mali che pervadono il tessuto socio-economico globale, ossia le istanze neoliberiste, ebbene, è opportuno precisare che la Mont Pelerin Society è un gruppo di discussione di intellettuali, un gruppo che non ha una “linea ufficiale”, un’associazione dove i membri hanno tutti pareri diversificati e individuali. A questo forum di confronto e di diversità, pur nel riconoscimento della centralità della difesa della libertà individuale, della società aperta e dell’economia di mercato, non si elaborano politiche, non si indicano linee direttive da seguire, non ci si allinea a nessun partito e non si accettano finanziamenti pubblici. Come nel 1947, anche oggi, a quasi ottant’anni dalla sua fondazione, si cerca di seguire i secolari principi del liberalismo classico di matrice europea, critico delle posizioni interventiste e centralizzatrici dei governi e degli esecutivi a discapito dell’individuo. Durante i meetings annuali, si discute, su tematiche scelte dagli organizzatori, e si discute con franchezza, spesso anche duramente, di sicuro non in maniera standardizzata o omogenea. Quello che si cerca di fare è declinare la filosofia della libertà, calandola nei differenti contesti, nei mutati scenari e nelle diverse prospettive che i tempi e gli avvenimenti propongono come impellenti. Trasversale e comune, in ottant’anni di storia di questa istituzione, è la convinzione che la libertà, la differenza, il sistema di mercato, le fondamenta del pensiero liberale possano aiutare, come hanno sempre fatto dalla loro comparsa, l’Occidente a far fronte alle sfide che si è trovato e che si trova ad affrontare. In quasi ottant’anni di storia, che, per la precisione, saranno celebrati l’anno prossimo, la Mont Pelerin Society ha potuto annoverare fra i suoi membri ben nove Premi Nobel, dal 1974, a Friedrich August von Hayek per l’Economia, al 2010, a Mario Vargas Llosa per la Letteratura. Nel mezzo, ci sono stati, tutti per l’Economia, i Nobel a Milton Friedman (1976), George Stigler (1982), James McGill Buchanan (1986), Maurice Allais (1988), Ronald Harry Coase (1991), Gary Becker (1992), Vernon Lomax Smith (2002). In questa associazione di studiosi, molti italiani hanno avuto un ruolo importante, da Luigi Einaudi passando per Bruno Leoni, Sergio Ricossa e Antonio Martino. Ma, al di là delle appartenenze geografiche o nazionali, la Mont Pelerin Society è sempre stato un luogo di confronto e di scambio di idee, di tentativi di soluzione delle sfide che il mondo e i suoi cambiamenti continui ponevano davanti a coloro che, con apertura e spirito critico, volessero misurarsi liberamente nel provare ad analizzarli. L’agile compendio che è stato presentato, opera di uno dei segretari che negli anni si sono alternati, ci mostra proprio la fecondità e il continuo adattamento di una istituzione capace di evolversi, di cambiare, di ingrandirsi, senza perdere la propria fisionomia, i suoi ideali ispiratori e la sua carica, divenendo di anno in anno un vero e proprio esempio, ma anche un luogo dove l’appartenenza siglava un prestigio ed un orgoglio. read more

Per un punto di equilibrio fra diritti individuali e maggioranze

Per un punto di equilibrio fra diritti individuali e maggioranze

“Custodi della democrazia” di Marta Cartabia affronta uno dei nodi centrali delle democrazie contemporanee: il ruolo delle corti costituzionali nel garantire l’equilibrio tra potere politico e diritti fondamentali. Il libro si inserisce in un dibattito che negli ultimi anni ha assunto crescente rilevanza, in un contesto in cui la tensione tra decisione democratica e tutela delle libertà individuali si è fatta sempre più evidente.
L’autrice, forte della sua esperienza alla guida della Corte costituzionale e nel governo, propone una riflessione che unisce dimensione teorica e consapevolezza istituzionale. Il punto di partenza è una constatazione: le democrazie moderne non si esauriscono nel principio maggioritario. La volontà della maggioranza, pur essendo un elemento essenziale, deve confrontarsi con limiti e garanzie che ne impediscano derive arbitrarie. È in questo spazio che si colloca il ruolo delle corti costituzionali.
Cartabia descrive queste istituzioni come “custodi” non nel senso di un potere contrapposto alla politica, ma come parte integrante dell’architettura democratica. La funzione delle corti non è quella di sostituirsi al legislatore, bensì di assicurare che l’esercizio del potere avvenga nel rispetto della Costituzione. In questo equilibrio tra decisione e limite si gioca la qualità della democrazia.
Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda il modo in cui l’autrice affronta il tema della legittimazione delle corti. In un sistema democratico, infatti, il potere giudiziario non deriva direttamente dal voto popolare. Da qui nasce una tensione strutturale: come giustificare l’intervento di organi non eletti su decisioni adottate da rappresentanti scelti dai cittadini? Cartabia risponde sottolineando come la legittimazione delle corti risieda nella Costituzione stessa, che rappresenta un patto fondamentale condiviso, destinato a vincolare anche la maggioranza.
Il libro si muove dunque lungo una linea che rifiuta sia la visione di una sovranità parlamentare illimitata, sia quella di un giudice costituzionale onnipotente. L’obiettivo è individuare un punto di equilibrio in cui il controllo di costituzionalità non diventi un ostacolo alla decisione politica, ma nemmeno una funzione puramente simbolica. In questo senso, la Corte appare come un luogo di mediazione istituzionale, chiamato a operare con prudenza e senso del limite.
Un altro tema rilevante è quello del rapporto tra corti e società. Cartabia insiste sul fatto che le decisioni costituzionali non si collocano in un vuoto astratto, ma si inseriscono in un contesto sociale e culturale in continua evoluzione. Le corti sono quindi chiamate a confrontarsi con nuove domande di diritti, senza però perdere il riferimento ai principi fondamentali dell’ordinamento. Questo equilibrio tra adattamento e continuità rappresenta una delle sfide più complesse per la giustizia costituzionale.
Dal punto di vista stilistico, il libro si distingue per la chiarezza espositiva e per la capacità di rendere accessibili questioni complesse. Pur affrontando temi tecnici, l’autrice evita il linguaggio specialistico e costruisce un discorso che si rivolge anche a un pubblico non giuridico. Questo contribuisce a rendere il volume uno strumento utile non solo per gli addetti ai lavori, ma per chiunque voglia comprendere meglio il funzionamento delle istituzioni democratiche.
In una prospettiva liberale, “Custodi della democrazia” offre uno spunto di riflessione importante. La tutela dei diritti non può essere affidata esclusivamente al gioco delle maggioranze, ma richiede istituzioni capaci di garantire limiti e controlli. Allo stesso tempo, queste istituzioni devono essere consapevoli del proprio ruolo e dei propri confini, evitando di trasformarsi in centri di decisione politica alternativa.
In definitiva, il libro di Marta Cartabia propone una visione della democrazia come equilibrio dinamico tra potere e limite, tra decisione e garanzia. Un equilibrio fragile, che richiede istituzioni solide ma anche una cultura politica capace di riconoscerne il valore. In un’epoca segnata da tensioni crescenti tra sovranità e diritti, questa riflessione appare non solo attuale, ma necessaria. read more

Il liberale che disse “no” al fascismo prima del suo avvento

Il liberale che disse “no” al fascismo prima del suo avvento

Quando nasce una dittatura? Nel momento in cui vengono abolite le elezioni, chiusi i giornali e incarcerati gli oppositori, oppure molto prima, quando una parte della classe dirigente democratica comincia a pensare di poter utilizzare chi disprezza le regole per ristabilire l’ordine? La storia di Giovanni Amendola raccontata da Antonio Carioti in “L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale” è anche la storia di quel confine sottile, e spesso riconoscibile soltanto quando è già stato oltrepassato, tra la crisi di una democrazia e la nascita di una dittatura.
Carioti ricostruisce la vicenda di Amendola senza ridurla agli ultimi, drammatici anni della sua vita. Prima dell’antifascista c’è l’intellettuale, il giornalista, l’interventista della Grande guerra, l’uomo politico, il ministro delle Colonie nei governi Bonomi e Facta. C’è soprattutto un liberale che attraversa le inquietudini dell’Italia del primo dopoguerra senza nascondersi le debolezze dello Stato parlamentare, ma comprendendo progressivamente che la risposta alla crisi delle istituzioni non può consistere nella loro distruzione.
È questo uno dei fili più interessanti del libro. Amendola non difende il parlamentarismo perché lo consideri perfetto. Ne vede limiti, inefficienze e fragilità. Ma comprende che criticare le istituzioni democratiche è cosa radicalmente diversa dal consentire che vengano svuotate attraverso la violenza. Nel 1923, durante la battaglia contro la legge Acerbo, denuncia il clima nel quale il Parlamento è chiamato a deliberare, con gli squadristi che incombono sugli stessi deputati, e individua con lucidità il pericolo fondamentale: l’imposizione della volontà di una minoranza al resto del Paese.
La sfida tra Amendola e Mussolini diventa così qualcosa di più di uno scontro tra due personalità. Sono due concezioni incompatibili della politica. Il fascismo rivendica la forza, la mobilitazione delle masse, il primato dell’azione e una legittimazione che pretende di andare oltre le procedure parlamentari. Amendola oppone il pluralismo, la legalità, il rispetto delle minoranze e la convinzione che nessuna maggioranza possa trasformare il proprio successo politico nel diritto di cancellare gli avversari. Proprio negli scritti di quegli anni matura la sua analisi del fascismo come fenomeno destinato a soffocare ogni spazio autonomo della società.
Carioti restituisce anche tutta la difficoltà della posizione amendoliana. Una parte importante del mondo liberale pensa inizialmente che Mussolini possa essere contenuto, normalizzato o utilizzato per ristabilire l’autorità dello Stato dopo le convulsioni del dopoguerra. Amendola arriva invece alla conclusione opposta: collaborare con il fascismo significa contribuire alla distruzione delle condizioni che rendono possibile la stessa politica liberale. Da qui nasce un’antitesi sempre più netta tra dittatura e liberalismo. Nel 1924 raccoglie significativamente una parte dei suoi scritti sotto il titolo “Una battaglia liberale”.
La biografia assume inevitabilmente un tono più drammatico con il consolidamento del regime. Amendola viene aggredito una prima volta a Roma nel dicembre 1923. Dopo il delitto Matteotti diventa uno dei protagonisti dell’opposizione aventiniana e continua a rappresentare un’alternativa politica al fascismo. La violenza non è più soltanto lo sfondo della lotta politica: diventa lo strumento con cui eliminare chi rifiuta di piegarsi. La nuova aggressione fascista subita nel luglio 1925 a Montecatini compromette definitivamente la sua salute. Morirà a Cannes il 7 aprile 1926.
Ma “L’uomo che sfidò Mussolini” non è soltanto la storia di un martire dell’antifascismo. Il significato più profondo della vicenda di Amendola sta forse proprio nel suo essere un antifascista liberale. La libertà che difende non nasce dall’appartenenza a un progetto rivoluzionario alternativo a quello fascista. Nasce dalla convinzione che nessuna finalità politica autorizzi a sopprimere il pluralismo, che il potere debba incontrare limiti e che maggioranza e minoranza possano alternarsi soltanto se entrambe riconoscono le regole che consentono all’avversario di continuare a esistere.
A cent’anni dalla sua morte, la biografia di Carioti restituisce quindi Giovanni Amendola a una storia dell’antifascismo che è anche pienamente storia del liberalismo italiano. E ricorda una lezione che supera il tempo in cui visse: la libertà non si difende soltanto quando la dittatura ha ormai mostrato il proprio volto. Si difende soprattutto prima, quando sarebbe ancora più comodo convincersi che il pericolo non esista. read more

Il genocidio armeno, il massacro di un popolo da non dimenticare

Il genocidio armeno, il massacro di un popolo da non dimenticare

“Non ti scordar di me”, di Vittorio Robiati Bendaud, affronta il tema del genocidio armeno con un taglio che privilegia la ricostruzione storica e politica rispetto alla dimensione puramente narrativa. Non siamo di fronte a un libro costruito attorno a singole testimonianze o vicende individuali, ma a un lavoro che mira a comprendere le condizioni che hanno reso possibile uno dei primi genocidi del Novecento, collocandolo all’interno delle dinamiche dell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale.
Il volume si concentra infatti sul processo che conduce alle persecuzioni e alle deportazioni della popolazione armena. L’attenzione è rivolta alle responsabilità delle élite politiche, alla costruzione del nemico interno e al ruolo della propaganda, più che alla dimensione biografica dei singoli. In questo senso, il genocidio emerge non come un’esplosione improvvisa di violenza, ma come l’esito di una sequenza di decisioni e di un progressivo processo di disumanizzazione.
È proprio questa impostazione che consente di cogliere uno degli elementi più rilevanti del libro: la natura sistemica del genocidio. Le deportazioni, le marce forzate, la distruzione delle comunità armene non sono presentate come episodi isolati, ma come parti di un disegno coerente. Il lettore è così condotto a riconoscere come il potere politico, quando non incontra limiti effettivi, possa trasformarsi in uno strumento di eliminazione.
In questo quadro si inserisce inevitabilmente il confronto con la Shoah. Il genocidio armeno precede di alcuni decenni lo sterminio degli ebrei europei, ma presenta con esso analogie che la storiografia ha più volte evidenziato: la costruzione ideologica di un nemico interno, la pianificazione delle deportazioni, l’utilizzo della guerra come contesto favorevole all’eliminazione di intere popolazioni. Non si tratta di sovrapporre eventi diversi, ma di riconoscere una continuità nelle modalità attraverso cui il potere può organizzare la violenza su scala collettiva.
Allo stesso tempo, il libro suggerisce implicitamente anche una differenza significativa. Se la Shoah è diventata un elemento centrale della memoria europea e occidentale, il genocidio armeno ha conosciuto un destino diverso, segnato da lunghi decenni di rimozione e da un riconoscimento internazionale spesso tardivo e controverso. Questa asimmetria non riguarda la gravità degli eventi, ma il modo in cui essi sono stati elaborati e trasmessi.
È proprio su questo terreno che il volume offre uno dei suoi contributi più interessanti. La memoria non viene presentata come un dato acquisito, ma come un processo fragile, esposto a condizionamenti politici e culturali. Il genocidio armeno diventa così un caso emblematico di come anche eventi storicamente documentati possano essere oggetto di negazione o marginalizzazione.
Il titolo del libro assume, in questa prospettiva, un significato preciso. “Non ti scordar di me” non è soltanto un richiamo emotivo, ma una richiesta di rigore. Ricordare implica non solo conservare il passato, ma anche saperlo nominare correttamente e distinguerlo da altri fenomeni. In un contesto in cui categorie come quella di genocidio vengono talvolta utilizzate in modo inflazionato o improprio, il libro invita a recuperare la precisione del linguaggio.
Dal punto di vista stilistico, il testo si caratterizza per un’impostazione sobria e lineare. L’assenza di una forte componente narrativa centrata su storie individuali orienta la lettura verso una comprensione più analitica degli eventi. Il lettore è chiamato a seguire un ragionamento storico, più che a lasciarsi guidare da una partecipazione emotiva immediata.
In definitiva, “Non ti scordar di me” rappresenta un contributo utile alla comprensione del genocidio armeno proprio perché evita scorciatoie interpretative e si concentra sulle condizioni che rendono possibile la violenza organizzata. Il confronto con la Shoah, condotto senza forzature, rafforza questa prospettiva, mostrando come la storia del Novecento sia attraversata da dinamiche ricorrenti che meritano di essere comprese nella loro specificità.
Il merito del libro sta, in ultima analisi, nel ricordare che la memoria non può essere separata dalla conoscenza. Solo distinguendo, contestualizzando e nominando con precisione è possibile sottrarre il passato tanto all’oblio quanto alla semplificazione. read more